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STORIA MINIERE
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La
Nuova Sardegna - Lunedì
28 Ottobre 2002
Il
Sulcis, l'anello che univa l'isola al mondo
Un'area
di trasformazioni profonde dopo il colpo di spugna all'attività mineraria
Carbonia è passata da circa 48mila abitanti del 1954 a 32mila. Nel
sottosuolo hanno lavorato non meno di 10mila persone. Una fine frutto di
errore o calcolo?
CARBONIA.
Ci si guardi intorno. In questo lembo sud-occidentale della Sardegna si
vedrà un territorio nel quale si produce poco: vi sono esigue e stente le
attività agricole, minute e rade - se non per il polo dell'alluminio che
leva alte e lucenti le sue torri a Porto Vesme - quelle industriali, quasi
tutte di dimensione e impianto poco più che artigianali; ad alimentare lo
scorrere del denaro, che a giudicare dalla vivacità di questi luoghi si
deve supporre di qualche consistenza, sembrano essere i commerci e le
attività in vario modo sussidiarie, dall'edilizia alle piccole officine,
agli uffici, agli studi professionali. E le miniere, delle quali tutta
questa parte dell'isola bene o male visse per lunghissimo tempo? Non sono
più che ferite profondamente aperte nel suolo, ruderi che il trascorrere
dei mesi e degli anni va sgretolando, avanzi rugginosi di grandi apparati
(i castelli metallici, le teleferiche, gli argani), montagne di scorie
cariche di veleni. Oggi Carbonia, città nata con le miniere e per le
miniere e che delle miniere è orfana, cerca una nuova vocazione; intanto
vi si va ridando qualche nuova forma di vita all'antica miniera di
Serbariu; altrove si compiono, spesso con svogliatezza, isolate operazioni
di recupero alle quali non sembrano presiedere, ad onta dei propositi che
diedero vita al parco geominerario, né visioni complessive né progetti
unitari.
Resta però, almeno in coloro, sempre meno numerosi, che ne furono
testimoni o partecipi, il ricordo di quel che avvenne nei decenni passati.
Ma non in tutti il ricordo si associa a una lucida consapevolezza, a una
chiara distinzione fra quello che nel declino e nella fine delle miniere
sarde vi fu di oggettivamente necessario, d'inevitabile, e quello che
invece fu frutto di errore, di ottusa incomprensione oppure di calcolo.
Chi questa consapevolezza ancora conserva non può fare a meno di
chiedersi se il progressivo smantellamento delle miniere fosse un epilogo
ineluttabile, se non fosse possibile percorrere altre strade e, in
definitiva, se sia stato un buon affare per la Sardegna.
Qui non si ha la pretesa di rispondere a questo quesito. Ci si limita a
prendere atto del fatto che nel giro di meno di vent'anni, e attraverso
vicende tortuose e incoerenti, furono soppresse le attività produttive di
maggiore rilievo che la Sardegna avesse mai conosciuto. Carbonia, che oggi
conta 32.000 abitanti, ancora nel 1954 ne aveva poco meno di 48.000. Le
miniere del Sulcis nel 1947 produssero 1.200.000 tonnellate di carbone e
impiegavano più di 17.000. Si può calcolare che non fossero molto meno
di 10 mila i minatori che lavoravano nel bacino metallifero Iglesiente e
Guspinese. Ci si guardi dunque intorno: ci si renderà conto con molta
chiarezza del fatto che questa è probabilmente l'area di quest'isola che
negli ultimi decenni ha subìto, poco importa dire se nel bene o nel male,
la trasformazione più profonda.
Certo è che per questi luoghi, in larga misura trascurati dalla cultura
regionale, attenta soprattutto al mondo dei pastori e delle greggi, o alle
sue trasfigurazioni retoriche, è passata una parte importante della
storia della Sardegna. Qui avevano il nodo i legami più stretti che
connettessero la Sardegna al resto del mondo: erano d'altri luoghi, spesso
stranieri, i padroni delle miniere, e in luoghi lontani venivano
trasportati, perchè vi fossero trasformati e generassero profitto, i
minerali estratti dal sottosuolo sardo; qui si realizzarono, e produssero
benefici consistenti, progressi fra i più avanzati della tecnica
mineraria; qui si saldarono i vincoli d'una combattiva solidarietà
operaia che fu sperimentata nei conflitti sociali più vasti e aspri che
quest'isola abbia mai conosciuto.
Di questo passato, e delle vicende non tutte liete che lo segnarono, qui
parliamo con Pietro Cocco che, oggi ottantacinquenne, fu dirigente
sindacale e del Partito comunista, consigliere regionale, per lungo tempo
sindaco di Carbonia. Di quel che avvenne qui intorno, e che per più di
mezzo secolo lo ebbe tra i principali protagonisti, Pietro Cocco conserva
una visione singolarmente lucida e non di rado severamente critica.
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«Legato
alla guerra il periodo d'oro dell'occupazione»
Ricorda
Pietro Cocco, minatore della prima ora, consigliere regionale e sindaco:
occorreva carbone
VILLAMASSARGIA. La casa
è alta abbastanza per levarsi per un buon tratto sulle campagne intorno a
Villamassargia, ora stremate dalla mancanza d'acqua, poichè i temporali
che sul declinare dell'estate il cielo ha elargito a gran parte della
Sardegna hanno invece trascurato questi luoghi. Carbonia non è lontana,
nascosta da una collina; di fronte, verso Portoscuso, il fianco d'una
collina mostra i segni di superstiti attività minerarie. Qui Pietro
Cocco, ad onta dell'età che non lo ha privato del vigore fisico e della
vivacità intellettuale, trascorre le sue giornate operose: la cura del
vigneto, dell'orto, del giardino, le letture che lo tengono informato di
quel che avviene qui intorno e nel mondo. La conversazione si svolge in un
piccolo studio gremito di libri e di giornali.
- Si potrebbe cominciare dalla sua storia personale, in cui hanno avuto
una parte prevalente le miniere e le loro vicende e l'attività politica e
sindacale.
«Probabilmente non poteva non essere così, perchè alle miniere sono
stato legato da sempre e la mia partecipazione alla vita politica è
cominciata prestissimo. Vede? Io sono nato a Iglesias, sulla collina del
Buoncammino che domina la città, ho cominciato a lavorare in miniera,
prima nella laveria Mameli di Monteponi e poi nel sottosuolo, a San
Giovanni, quando avevo quindici anni, nel 1932, e il mio avvicinamento
alla politica, nel Partito comunista clandestino, è stato praticamente
contemporaneo. Per questo, nel 1935, sono stato arrestato, chiuso in
carcere per sei mesi e poi mandato al confine, in un paese della Calabria
dove ho conosciuto la ragazza che poi avrei sposato. Sono tornato a
Iglesias nel 1937, ma poco dopo sono stato di nuovo arrestato insieme ai
miei compagni, in seguito a uno scontro con i fascisti che ci avevano
sparato: cinque anni di confino, questa volta, che ho trascorso prima a
Ponza, dove erano esiliati molti dirigenti del partito, e poi nel paese di
mia moglie. Scaduti i cinque anni - era il 1942 e la guerra era già in
corso - sono stato chiamato alle armi, a Catanzaro. Poi noi sardi siamo
stati mandati in Sardegna, dove si temeva uno sbarco alleato che poi non
c'è stato, e qui ho vissuto i giorni dell'armistizio e della ritirata dei
tedeschi verso la Corsica; ho anche partecipato alla cattura di una
batteria contraerea tedesca con i suoi cannoni. Poco più tardi ci hanno
rimandati a casa, in licenza straordinaria, perchè non c'era abbastanza
da mangiare per tutti quei soldati. Ma non è durato a lungo: nel 1944
sono stato mandato a Napoli e poi a Cassino, dove già da tempo si
combatteva. Alla fine della guerra mi sono trovato disoccupato in
Calabria. Che cosa dovevo fare? Sono tornato e ho trovato lavoro nella
miniera di Bacu Abis».
- Intanto molte cose erano cambiate: mentre era lontano era stata
costruita una città, Carbonia.
«Era stata costruita Carbonia, ma di questo parleremo poi. Per concludere
la mia storia, le dirò che sono tornato a lavorare in miniera e al tempo
stesso ho ripreso l'attività sindacale e politica. Mi sono iscritto al
sindacato, ho fatto parte della commissione interna, poi sono diventato
segretario della federazione dei minatori. Nel 1949 sono stato eletto al
consiglio regionale: era la prima legislatura. Ma, caso del tutto
inconsueto in Italia, non molto tempo dopo ho deciso di dimettermi, perchè
Carbonia era rimasta senza sindaco ed era necessario darle
un'amministrazione. In sostanza, la mia storia personale è tutta qui. Si
può aggiungere soltanto che ho continuato a partecipare, in vario modo e
in vario ruolo, alla vita politica e sindacale».
- Quelli che ha ricordato fin qui devono essere stati anni difficili...
«Facili non sono stati sicuramente. Però eravamo giovani, pieni di
entusiasmo e credevamo in quel che facevamo. E c'erano una coesione, una
solidarietà che oggi si sono perse: se uno moriva, si assisteva la
famiglia: se uno era in difficoltà, si faceva una colletta e tutti
contribuivano. Era un genere umano diverso da quello di oggi».
- E anche Carbonia a quei tempi non doveva essere una città facile.
«Non poteva esserlo per la sua stessa storia e per le vicende che ha
vissuto. Carbonia è stata costruita in un anno, in 365 giorni, fra il
1937 e il 1938, come aveva ordinato Mussolini. Il regime fascista aveva
bisogno di carbone; ne aveva bisogno per la guerra alla quale già pensava
e per estrarlo occorrevano migliaia di operai: per accoglierli era
necessario costruire una città intera. Così sono stati reclutati nelle
campagne sarde muratori improvvisati, che non avevano mai visto
un'impalcatura. Li facevano lavorare a ritmi intensissimi, giorno e notte,
in tre turni, e per l'inesperienza e per il ritmo del lavoro, ne sono
morti moltissimi. In brevissimo tempo la città si è riempita di gente
venuta da ogni parte della Sardegna e da tutte le regioni d'Italia, che di
lavoro in miniera non aveva nessuna esperienza. Del resto, del lavoro
nelle miniere di carbone, che sono molto diverse dalle altre, non avevano
esperienza neppure i tecnici. Perciò gli infortuni, anche mortali, nel
sottosuolo erano molto frequenti».
- Ma, a parte i problemi di sicurezza, che dovevano essere molti e gravi,
la vita stessa della miniera non sembra essere stata mai molto tranquilla.
«Tutt'altro che tranquilla. I primi anni di attività produttiva sono
stati abbastanza floridi. I guai sono venuti con lo scoppio della guerra:
per le difficoltà dei trasporti non arrivava neppure il legname
necessario per armare le gallerie e d'altra parte non sempre si riusciva a
fare arrivare il carbone nella penisola. Poi, con la caduta del fascismo e
il caos seguito all'armistizio, c'è stato il crollo totale. La ripresa è
venuta con la liberazione e l'arrivo degli americani, che a dirigere la
miniera hanno mandato un maggiore. La produzione è ripresa in pieno e fra
il 1944 e il 1947 sono riprese le assunzioni, tanto che nel 1947 a
lavorare in miniera eravamo più di sedicimila, oltre alle forze esterne.
Ma subito sono tornati i tempi difficili, perchè il commercio del carbone
è stato liberalizzato e, prima dall'America, poi anche dalla Polonia, è
cominciato ad arrivare carbone a basso prezzo, col quale il nostro non era
in grado di competere sul mercato. L'azienda ha bloccato le assunzioni e i
minatori che andavano in pensione non venivano più sostituiti; la
prospettiva sembrava essere quella della chiusura totale».
- Ma la chiusura, tuttavia, non vi è stata.
«No, infatti. Le miniere sono rimaste aperte grazie a una durissima
battaglia combattuta dal sindacato e dalle sinistre. Intanto vi è stato
un fatto nuovo: nel 1948, nel momento di massima gravità della crisi
l'ingegnere Mario Giacomo Levi, che era il presidente dell'Azienda carboni
italiani, alla quale faceva capo la stessa Carbonifera sarda, ha
presentato un suo piano che apriva alle miniere del Sulcis nuove
prospettive. Infatti, prevedeva che il carbone venisse in parte impiegato
per alimentare una centrale termoelettrica che avrebbe fornito alle
miniere l'energia della quale avevano bisogno, e in parte trattato
chimicamente per produrre concimi chimici, sostanze medicinali e altro
ancora. Noi abbiamo fatto di questo piano la piattaforma della nostra
azione sindacale e politica. Tanto che, quando nel 1950 la Cgil ha
promosso il congresso del popolo sardo per la rinascita, noi lo abbiamo
presentato come il fondamento della nostra proposta. Se fosse stato
realizzato lo sviluppo economico della Sardegna avrebbe avuto un corso ben
diverso, anche perchè il piano, se da un lato avrebbe rotto il monopolio
della Società elettrica sarda, dall'altro avrebbe assicurato
all'agricoltura dell'isola i concimi chimici che le erano necessari. Ma il
piano è stato lasciato cadere perchè il governo, ormai dominato dai
democristiani, si è rifiutato di finanziarlo».
- Il piano Levi, del resto, non contrastava con gli interessi dei grandi
gruppi elettrici, chimici, meccanici, in particolare della Montedison,
della Montecatini, della Fiat?
«Sicuramente. E poi c'erano anche motivi politici. Nel Sulcis si era
costituito un nucleo operaio, grande forza della sinistra, che il governo
aveva tutto l'interesse a distruggere. Per questo tutte le manifestazioni
sindacali e popolari venivano represse con durezza ed erano seguite da
decine di arresti di sindacalisti e di operai, da processi, da condanne».
- Ma vi erano stati anche episodi gravi. Non era stato sequestrato dalla
folla il direttore generale delle miniere?
«Questo era avvenuto nel 1947. In occasione di uno sciopero, da Iglesias
erano affluiti a Carbonia gruppi di anarchici che avevano sobillato i
minatori e li avevano convinti a processare in piazza il direttore
generale, l'ingegnere Rostand. Io, che allora lavoravo nella miniera di
Bacu Abis, quel giorno ero a Carbonia, nella sede della Camera del lavoro.
Lì siano stati avvertiti che la situazione stava precipitando: la folla
aveva circondato la residenza di Rostand, aveva sopraffatto e disarmato i
carabinieri armati di mitragliatrici schierati a difenderla e avevano
portato il direttore in municipio. Rostand era stato poi liberato,
incolume, ma vi erano state decine di arresti. Altrettanto era avvenuto
nel 1948, dopo le manifestazioni di protesta per l'attentato a Togliatti».
- Ma il 1948 non è stato anche l'anno del grande sciopero contro la
chiusura delle miniere?
«Certo; lo sciopero più lungo che le miniere del Sulcis abbiano
conosciuto: è durato settantadue giorni, quasi due mesi e mezzo, fra
ottobre e dicembre. È stata una battaglia che noi abbiamo combattuto da
soli, anche contro il parere di una parte dei dirigenti del Partito
comunista, convinti che saremmo stati sconfitti. Invece quella battaglia
l'abbiamo vinta, perchè si è conclusa con un accordo che impegnava
l'azienda a tenere aperte le miniere, che in effetti sono rimaste aperte
fino al 1964, quando sono passate all'Enel, che ha fatto una politica di
smantellamento progressivo, fino a quando, nel 1972, ha chiuso tutto».
[La Nuova Sardegna] |
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«C'è
qualcuno che non vuole la gassificazione»
L'ultima
speranza resta
il parco geominerario
VILLAMASSARGIA. Quella
che Pietro Cocco è andato ricordando fin qui è una vicenda che nel corso
di più decenni ha conosciuto grandi speranze e, più spesso, amarezza,
delusione, rabbia. Vicenda segnata da aspri conflitti fra i molti che
volevano tenere attive le miniere e coloro i quali, investiti di potere,
intendevano invece chiuderle. A vincere, in definitiva, sono stati questi
ultimi, benchè, fra molti equivoci, si sia lasciato aperto alla speranza
un esile spiraglio. Sta di fatto che una sola miniera resta nominalmente
attiva, mentre tutte le altre, ormai deserte e inanimate, sono state
relegate in un passato interamente estinto. E Carbonia, non diversamente
da Iglesias, vive un presente confuso, alla ricerca di nuove strade. Di
questa realtà Pietro Cocco parla con qualche amarezza.
- E adesso?
«Ora resta aperta la sola miniera di Seruci, che noi avevamo fatto
riaprire nel 1972 con l'appoggio della giunta regionale, che a quel tempo
era presieduta da Giovanni Del Rio. Ma c'è da temere che non duri a
lungo, perchè è stata tenuta in vita in funzione del piano per la
gassificazione del carbone, e il piano non procede perchè per attuarlo
occorrerebbero duemila miliardi, che le banche non sono disposte a
concedere se non c'è la garanzia di un altissimo livello di utili. In
realtà, ci deve essere qualcuno che ha interesse a che la gassificazione
non si faccia».
- Ma voi, in passato, non siete riusciti a vincere resistenze anche più
forti?
«Certo, ma allora era tutto diverso. Allora potevi affrontare una
battaglia perchè avevi la massa degli operai, avevi organizzazioni
compatte, avevi un partito forte e deciso. Su quale forza d'urto puoi
contare oggi? Il partito di un tempo non c'è più, non c'è più
l'organizzazione sindacale del passato, e non hai più con te la Regione,
che oggi è in mano a chi sappiamo. In queste condizioni, quale battaglia
si può impostare?».
- Eppure la battaglia per l'istituzione del parco geominerario qualche
risultato ha prodotto.
«È vero. C'era la necessità di rimediare ai guasti che l'attività
delle società minerarie ha prodotto all'ambiente, soprattutto
nell'Iglesiente e nel Guspinese. Ma per richiamare l'attenzione su questo
problema è stato necessario che un consigliere regionale, Giampiero
Pinna, si chiudesse per un anno intero in un pozzo della miniera di
Monteponi. E devo dire che in questa iniziativa di lotta è stato lasciato
solo dalle forze politiche. Poi sono venuti i finanziamenti per il
risanamento e il recupero delle aree minerarie, ma siccome mancavano un
progetto complessivo e una politica unitaria tutto è rimasto in mano ai
sindaci, ciascuno dei quali fa quello che più conviene al suo comune.
Eppure, vi sarebbero serie prospettive e molti motivi di speranza. Ma
mancano la spinta a fare e la voglia di misurarsi in una lotta comune».
- Si deve dunque pensare che il tempo delle miniere sia finito per sempre
e debba essere dimenticato?
«Questo dipende dalla volontà degli uomini. Qui abbiamo un altissimo
numero di disoccupati e non mancherebbe la possibilità di creare nuove
occasioni di lavoro. Io continuo a pensare ciò di cui ero convinto molti
anni fa. I minerali ci sono, ma non si è mai fatta una seria politica di
ricerca, neppure per l'acqua, sebbene queste popolazioni siano assetate.
Secondo me le nuove tecniche minerarie più avanzate permetterebbero di
riprendere la produzione abbattendo i costi e superando così molte delle
difficoltà economiche. Invece non si è fatto e non si fa niente; qui il
piano di rinascita, che pure è un impegno statutario, non ha mosso un
passo. Il risultato è quello che abbiamo sotto gli occhi: qui le cose
restano come sono e intanto l'università di Cagliari forma bravissimi
ingegneri minerari, che però devono andare a cercare lavoro in giro per
il mondo, in Africa, in Asia e in altri luoghi lontanissimi».
[La Nuova Sardegna]
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Sardegna
/ La riconversione delle aree minerarie
Il parco che nascerà dalle miniere
di Stefano Iucci
Le miniere sono morte, viva le miniere.
In Sardegna parte finalmente il Parco geominerario. Un progetto lungo e
travagliato, ufficialmente nato nel ’97 con l’approvazione da parte
dell’Unesco e la successiva firma della Carta di Cagliari. Suo il
compito di bonificare, mettere in sicurezza, difendere e diffondere la
memoria dei luoghi e delle genti che fin dall’antichità hanno scavato
e battuto come bruchi in processione le miniere e le cave di queste
montagne gruviera. Gallerie che arrivano fino a 500 metri di profondità
e a 300 metri sotto il livello del mare. Oppure, come a Buggerru (in
provincia di Cagliari), sbucano a strapiombo sui fianchi dilavati della
montagna. Quasi di fronte all’isola di San Pietro, tradizionale
approdo delle navi pisane e genovesi, che "rubavano"
all’isola le ricchezze nascoste.
Il parco sarà diviso in 8 aree, per un
totale di quasi 38.000 ettari e 105 comuni coinvolti. La parte del leone
spetta alle aree del Sulcis, Iglesiente e Guspinese, che occupano il 65
per cento del nuovo parco (24.450 ettari). Un’isola nell’isola, come
l’ha definita qualcuno, ricca di piombo, zinco, barite, oro e argento.
"Ormai le miniere sono state praticamente tutte chiuse – spiega
Francesco Carta, segretario generale della Filcea del Sulcis Iglesiente
o, come lui preferisce definirsi, "dei minatori del Sulcis
Iglesiente" –.Gradualmente, a partire dagli ultimi
decenni e con più forza dal ’93,
quando l’Eni se ne andò e lasciò 24 miseri miliardi in eredità a
chi avrebbe dovuto bonificare il territorio martoriato da secoli di
sfruttamento senza scrupoli".
Rimane solo, a Carbonia, la Carbo Sulcis, che pure non se la passa
troppo bene. Bisogna partire da qui per capire il senso che questa
operazione ha per i sardi, soprattutto per i minatori: "Si tratta
di una concreta opportunità di riscatto per l’intera comunità –
osserva Sergio Usai, segretario generale della Camera del lavoro del
Sulcis Iglesiente – . Il giusto risarcimento per un’economia del
territorio scomparsa. Con la fine dell’attività mineraria c’è
stato spopolamento, desertificazione, interi villaggi e paesi
abbandonati. Tutto questo va recuperato, per puntare a un modello di
sviluppo sostenibile".
Lo spopolamento
del territorio
Il disastro di questo abbandono è riassunto nei dati demografici
dell’area. I 26 comuni del Sulcis Iglesiente hanno una popolazione
residente di 149.000 unità, con densità di 66 abitanti per chilometro
quadrato, contro una media della provincia di Cagliari di 112. Vincono
dinamiche demografiche negative, con processi di senilizzazione, bassi
livelli d’istruzione ed elevato disagio sociale. A Buggerru, che un
tempo era soltanto frazione di Fluminimaggiore, aggrappati alle
"loro" miniere di Is Scalittas e Aquaresi, vivevano più di
10.000 persone. Oggi gli abitanti sono ridotti a 1.219, con una densità
di 5 persone per chilometro quadrato.
Buggerru, va ricordato, fu il teatro di
una delle pagine più dure dell’epopea dei minatori: la lunga lotta
dei 3.500 operai della miniera e degli 8.000 abitanti del paese. Poi
l’eccidio del 1904 e il primo sciopero nazionale di solidarietà, che
rappresentò, per Giuseppe Di Vittorio, il battesimo della coscienza
operaia in Italia. La popolazione del Sulcis Iglesiente tiene, a parte
Iglesias, solo a Carbonia (con l’unica miniera ancora attiva) e a
Sant’Antioco, arricchita dal turismo. Con la chiusura delle miniere
sono stati espulsi in pochi anni dal ciclo produttivo 5.000 lavoratori.
Un colpo tremendo, anche culturale, per un territorio in cui ognuno ha
in famiglia almeno un minatore.
(30 marzo 2001) |
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