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Le città di
fondazione in Sardegna
a cura di Aldo Lino
Occorre dare merito
alla sezione sarda dell'Istituto Nazionale di Urbanistica, e
all'architetto Aldo Lino, per aver promosso e curato il bel volume
dedicato a "Le città di fondazione in Sardegna". Che può
essere suggerito al lettore, anche non specialista, come una guida
esemplare per conoscere e valutare gli insediamenti urbani realizzati in
Sardegna a seguito delle tre importanti stagioni economiche dell'età
moderna e contemporanea: il ciclo della colonizzazione voluta dal
riformismo sabaudo, quello della febbre mineraria nell'alba del
capitalismo nazionale e, infine, della bonifica integrale e
dell'autarchia energetica negli anni fascisti.
Carloforte (1738), Calasetta (1771), La Maddalena (1777), Santa Teresa
di Gallura (1808), Villasimius (1824) nel primo ciclo. Montevecchio,
Nebida, Masua, Buggerru, Ingurtosu (1850-65) nel secondo. E, infine,
Mussolinia (1928), Fertilia (1934) e Carbonia (1938), sono le città
sarde di cui parla il libro. Tutte città di fondazione, dunque, perché
volute e fondate dalla politica e dalle sue ragioni, e di cui hanno
scritto, fra gli altri - oltre al curatore Aldo Lino - Antonello Sanna,
Eugenia Tognotti, Franco Masala, Luciano Marrocu, Maria Luisa Di Felice,
Giorgio Pellegrini, Giorgio Muratore, Raffaele Pisano, Giorgio Peghin ed
Emilio Zoagli.
L'occasione che ha fatto da stimolo alla pubblicazione va certamente
ricercata nelle ricorrenze di fondazione di Mussolinia-Arborea
(settantesimo) e di Carbonia (sessantesimo), due delle tre città sarde
fondate dal regime fascista (che in 12 anni ne avrebbe fondate altre
nove in tutt'Italia). E proprio a queste città il libro rende
finalmente giustizia, avendole sottratte da quel miope e riprovevole
indice dei fatti proibiti ove le aveva collocate l'integralismo
antifascista. Che appare ancor più riprovevole sol che si analizzino i
fatti edilizi ed urbanistici ispirati alle più internazionali delle
correnti architettoniche del tempo e firmati dai più affermati
esponenti dell'architettura nazionale.
I nomi di Avanzini, Flavio Scano, Ceas, Muratori, Guidi, Piccinato,
Fagnoni, Montuori, Miraglia, Petrucci e tanti altri valenti
professionisti che firmarono progetti nelle tre città sarde di
fondazione fascista rappresentano senza dubbio una lezione fondamentale
- come precisa Lino - per la sprovincializzazione della cultura
architettonica isolana.
Scheda a cura di Paolo
Fadda
pubblicata sul numero 2/1999 di Sardegna
Economica |
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FRANCO
MASALA
Architettura
dall'Unità d'Italia alla fine del '900
Apporto fondamentale alla collana
“Storia dell’arte in Sardegna”, questo volume colma un vuoto nella
storia degli studi specifici sull’architettura moderna e contemporanea
nel periodo compreso tra l’Unità d’Italia e la fine del XX secolo;
centocinquant’anni, durante i quali l’isola ha cambiato
radicalmente, anche se lentamente, il proprio volto.
Alla fine dell’Ottocento le due città più importanti
della Sardegna, Cagliari e Sassari, pongono le basi per la loro
espansione dopo la demolizione della cinta muraria, e alcuni centri
minori come Iglesias, Macomer, Bosa, si arricchiscono di nuovi edifici
grazie a congiunture economiche favorevoli. Sono architetture che
variano tra lo Storicismo e l’Eclettismo, prendendo a prestito gli
stili del passato, consuetudine tipicamente ottocentesca: sia i grandi
edifici pubblici (il Palazzo della Provincia di Sassari), sia i palazzi
privati (Giordano Apostoli a Sassari o Vivanet a Cagliari) rispecchiano
tale situazione, non mancando in essi anche interessanti aperture verso
aspetti decorativi riguardanti pittura e scultura.
È tuttavia il Palazzo Comunale di Cagliari a introdurre un
gusto orientato verso il Liberty. Questo stile si diffonde in tutta
l’isola anche oltre la prima guerra mondiale – si tratti
dell’insieme di una costruzione (villino o palazzina), di un
particolare decorativo, o di un ferro sinuoso – avendo una notevole
fortuna sino a evolversi nelle linee più geometriche e dure dell’Art
Déco.
Tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale non è meno
importante la profonda trasformazione dell’assetto del territorio che,
partendo dagli insediamenti minerari, passa attraverso la sistemazione
delle infrastrutture della strada ferrata (soprattutto i ponti, spesso
arditi e spettacolari) e giunge fino al capitolo delle bonifiche,
utilizzando tecnologie che riguardano materiali come il ferro e il
cemento armato.
L’avvento del Fascismo significa l’emanazione del
cosiddetto “decreto del miliardo” che fa affluire in Sardegna una
notevole quantità di denaro pubblico per acquedotti, strade,
illuminazione, ma anche per scuole e palazzi comunali, che spesso
diventano le prime architetture di pregio di molti piccoli centri.
Contemporaneamente, l’istituzione della Provincia di Nuoro nel 1927
avvia la trasformazione dell’antico borgo in una città che necessita
di tutti i servizi idonei al suo nuovo ruolo. Sorgono edifici di
rappresentanza o di regime, ma anche residenze che rispecchiano
perfettamente il nuovo linguaggio funzionalista che caratterizza
l’architettura italiana. Un’architettura peraltro in bilico tra
stile Novecento, con richiami semplificati al linguaggio classico, e un
Razionalismo perfettamente aggiornato, che non a caso è più volte
documentata in prestigiose riviste italiane.
Particolare importanza acquistano le vicende del Sindacato
Nazionale Architetti tra le due guerre mondiali, dal momento che offrono
uno spaccato interessante sulla prassi degli incarichi professionali
dovuti al fervore di costruzioni disciplinate dal Provveditorato alle
Opere Pubbliche.
I progettisti sono professionisti locali, che necessariamente si sono
dovuti formare fuori dall’isola, mancando un insegnamento
universitario specifico fino agli anni Cinquanta, ma anche architetti
della penisola più o meno graditi al regime. Tra i primi si possono
ricordare Flavio Scano, Riccardo Simonetti, Salvatore Rattu, Angelo
Binaghi e Ubaldo Badas, uno dei protagonisti più importanti della
Cagliari tra gli anni Trenta e Sessanta. Tra i secondi si comprendono i
nomi di Cesare Valle, Angelo Vicario, Emanuele Filiberto Paolini, Ghino
Venturi, Guido Benigni, Giovanni Battista Ceas, Saverio Muratori ai
quali si aggiungono nel secondo dopoguerra Eugenio Montuori, Ettore
Sottsass (senior), Raffaello Fagnoni, Adalberto Libera.
Proprio Valle, Montuori, Ceas delineano un altro capitolo
di conseguenze fondamentali nella storia della Sardegna: quello delle
città di fondazione (Mussolinia, oggi Arborea, Fertilia e Carbonia),
che si inseriscono nei quadri della bonifica integrale del Ventennio,
trasformando intere porzioni di territorio isolano. Dalle infrastrutture
(idrovore, centrali elettriche, impianti industriali) alle costruzioni
pubbliche e private si tratta forse del più massiccio intervento
nell’assetto della regione.
La fine della seconda guerra mondiale accompagna una
ricostruzione resa ancor più difficoltosa dalla condizione
dell’economia nazionale, uscita stremata dal conflitto, situazione
acuita nell’isola dalla mancanza di materie prime (ferro innanzi
tutto) e dalla sporadicità dei collegamenti con la penisola. Non
mancano tuttavia interessanti esempi di architettura di segno notevole
come la chiesa di San Domenico a Cagliari o il Padiglione
dell’Artigianato di Sassari, che testimoniano aperture verso nuovi
linguaggi, oppure esperienze importanti derivate dai piani INA Casa e
dalla catena di alberghi ESIT.
È però il boom del turismo che dalla fine degli anni
Sessanta aggredisce le coste dell’isola, dapprima con l’intervento
sorvegliato della Costa Smeralda, il responsabile di quello “stile
mediterraneo” che imperversa ormai anche nell’interno, e prolifera
selvaggiamente in villaggi, seconde case o alberghi che segnano
profondamente un paesaggio un tempo intatto e divenuto sempre più
urbanizzato con la perdita delle caratteristiche originarie. Non mancano
tuttavia anche nell’ultimo quarantennio del Novecento esempi di
notevole livello formale e funzionale dovuti sia a progettisti locali
sia a tecnici “forestieri”, talvolta ospiti una sola volta del suolo
regionale. Si possono citare in ordine sparso Mario Ridolfi (carcere di
Badu ’e Carros a Nuoro), Renzo Piano (CIS di Cagliari), Aldo Rossi
(centro commerciale a Olbia), Cini Boeri, Eduardo Vittoria e Umberto
Riva (case per vacanze a Stintino).
(Scheda
da: www.ilisso.it - Volume:
ISBN 88-87825-35-1) |
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Architettura
dall'Unità d'Italia alla fine del '900
a
cura di Franco Masala - Ilisso Editore, dicembre 2001
Ultimo
della prestigiosa collana degli editori nuoresi della Ilisso dedicata
alla Storia dell'arte in Sardegna e sponsorizzata da generose
istituzioni bancarie, ha visto ora la luce il volume dedicato
all'architettura isolana dall'Unità nazionale (1861) fino a tutto il
Novecento. Lo ha curato e predisposto Franco Masala, giovane ingegnere
cagliaritano che ha già dato importanti ed interessanti contributi alla
storia dell'architettura e dell'urbanistica isolane.
Il
testo viene introdotto da una lunga nota del professor Francesco
Moschini che ha inteso sottolineare le feconde interazioni che
l'architettura ebbe con i movimenti di modernizzazione della realtà
isolana in quel periodo (anche se la sua lettura di questa stagione
architettonica appare eccessivamente "schierata" e, pertanto,
non sempre condivisibile).
Il
volume merita di essere segnalato in questa rubrica soprattutto perché
la storia del "costruito" si interseca strettamente con la
storia dei "costruttori". Cioè di quegli imprenditori edili
che, proprio in quei decenni, impegneranno, in un'opera di febbrile
trasformazione delle città isolane, le proprie capacità e le proprie
risorse per dare vita ad un'industria che, a Cagliari soprattutto,
diventerà poi preminente: quella appunto delle costruzioni edili.
Fino
ad allora, infatti, le costruzioni erano state appannaggio di impresari
continentali (i vari Magnini, Zamberletti, Barbera, Sola, ecc.), mentre
i locali si erano limitati alle piccole edificazioni in economia,
reclutando quei pochi piccaperderis ed i molti manorbas disponibili
sulla piazza. Pur potendo vantare un architetto sommo come Gaetano Cima,
Cagliari (come tutta l'isola) non aveva fino ad allora maturato una sua
cultura "del costruire", tanto da poter offrire ben pochi
esempi di architetture di pregio. Ed anche i troppo modesti e
discontinui interventi dei governi piemontesi nei lavori pubblici non
avevano in alcun modo facilitato l'affermarsi di una tradizioni locale
di "appaltatori edili".
Possono
essere, queste, delle osservazioni anche marginali, ma esse aiutano a
meglio capire l'importanza che avranno, nella storia sociale e civile
dell'isola, gli anni ed i decenni iniziati con la trasformazione
borghese delle sue città principali. Infatti, l'opera di Masala
(importante ed apprezzabile per l'ampiezza dell'indagine e della
documentazione) riesce ad offrire al lettore un panorama quasi esaustivo
di quanto "costruito" nell'isola in quel secolo e mezzo che va
da quella metà dell'Ottocento fino al termine del Novecento. Vi si
trova anche opportuna memoria di quanti, architetti ed ingegneri, ne
furono i protagonisti.
In
particolare, le 180 schede che illustrano i principali edifici e
manufatti (oltre a Masala vi hanno contribuito Aurelia Cocco, Antonello
Cuccu, Ivo Serafino Fenu, Concettina Ghisu, Marco A. Scano e Francesco
Spanedda) sono in grado di illustrare al lettore ampi dettagli su ogni
singola opera.
In
effetti, quel che racconta e documenta Masala nei diversi capitoli
dell'opera (La città postunitaria - Architetture della Belle époque -
L'architettura del lavoro - Le opere pubbliche del Regime - Nuoro
littoria - L'edilizia abitativa - Le città di fondazione - La
ricostruzione - L'isola delle vacanze) rende possibile una attenta e
puntuale comprensione di come i volumi e le forme architettoniche hanno
segnato, e caratterizzato, le varie tappe della modernizzazione
dell'isola.
Aiuta
soprattutto a riflettere su molti "casi" della nostra storia
recente e meno recente che hanno influito ed influiscono sul presente e
sul futuro di tutti noi. Perché - come ci insegnano i grandi sociologi
dell'urbanesimo - le forme ed i contenuti del territorio, della città,
del palazzo e dell'abitazione sono l'immagine speculare del grado di
civiltà (e di benessere) raggiunto dai suoi abitanti. Non a caso è
rintracciabile sempre un perfetto parallelismo tra la modernizzazione
dell'economia e quanto documentato dalle forme architettoniche dei
luoghi dove la gente vive, dove lavora e dove abita.
In
particolare, l'andamento dei cicli "economici" in cui si
colloca quanto documentato dal volume è quello dei primi movimenti
evolutivi dell'economia locale: quelli della formazione delle borghesie
urbane, delle prime costruzioni ferroviarie, dell'industria mineraria e
di quella idroelettrica, delle trasformazioni sociali negli anni
fascisti e, infine, della ricostruzione postbellica e delle susseguenti
performance delle aree turistiche. Cicli che sono segnati indelebilmente
da particolari "forme" architettoniche ed urbanistiche.
Alcuni
esempi per tutti: il palazzo Giordano a Sassari testimonia della grande
ricchezza "mineraria" della famiglia del suo proprietario,
l'elegante palazzina Scano a Cagliari i successi professionali di uno
dei primi manager delle costruzioni ferroviarie ed idrauliche
dell'isola, la piazza Venezia a Cortoghiana la grandiosa
supponenza dell'avventura autarchica del fascismo, la Chiesa di San
Domenico di Fagnoni a Cagliari uno dei pochi gioielli consegnatici
dall'epopea ricostruttiva del secondo dopoguerra e, infine, un'altra
Chiesa, quella di Busiri-Vici a Porto Cervo, serve a documentare il
cosmopolitismo intrigante dei luoghi dorati delle vacanze.
Masala
percorre questo lungo itinerario con molta attenzione critica, cercando
soprattutto di "capire" l'atmosfera in cui quelle costruzioni
furono realizzate e di documentarne valenze e significati. Si trova
quindi il tanto per capire come la Sardegna postunitaria non sia stata
una terra architettonicamente avara o povera, a cui era solo mancata la
capacità (e l'interesse culturale) di scoprirla e di valorizzarla.
Le
pagine del volume rendono anche conto, nello sfogliarle,
dell'interessante e proficuo processo di sprovincializzazione avvenuto
in questo secolo e mezzo di costruzioni isolane. Capace, come
documentano i manufatti, di accogliere e di interiorizzare le
indicazioni delle grandi correnti dell'architettura europea,
dall'eclettismo liberty a quello coppedé, dal razionalismo in chiave
piacentiniana al funzionalismo degli eredi di Gropius e Le Corbusier. Ed
anche di interpretarle, seppure non sempre felicemente, con genius loci.
Certo,
non è un percorso facile da leggere, e da comprendere, proprio perché
l'architettura con le sue forme ed i suoi volumi ha segnato
indelebilmente il tempo dell'uomo, con le sue necessità pratiche e le
sue motivazioni spirituali (ma anche con le sue contraddizioni e le sue
divisioni). Ed è anche per questo che molti la ritengono specchio
fedele del tempo, delle sue atmosfere e dei suoi differenti spiriti.
Proprio
per questo valore documentario il volume acquista una sua straordinaria
preziosità di cui va dato ampio merito, oltre che affettuosa
riconoscenza, all'Autore. Che non ha dimenticato (merito anche questo
lodevole) di dare spazio alla conoscenza degli uomini, architetti ed
ingegneri, che di quelle opere ne furono autori.
Come
in altri campi delle sue vicende storiche, la Sardegna anche con
l'architettura si era sempre dimostrata assai presbite nel leggere il
suo passato più prossimo, tant'è che se molto si sapeva sulle opere
del Barabino o del Cima, erano rimasti sconosciute quelle dei
contemporanei, da Dionigi e Flavio Scano ad Ubaldo Badas ed Antonio
Simon Mossa, fino ai più giovani tra essi ancor oggi in carriera.
Ma,
a dire la verità, l'opera di Masala fa anche discutere, ed è questo un
suo merito ancor maggiore, poiché non si è voluto giustamente
sottrarre a leggere criticamente alcune delle esperienze compiute
nell'isola. Ci sono tre valutazioni, infatti, che più intrigano la
discussione. Riguardano l'architettura c.d. littoria, la ricostruzione
postbellica e quella che l'A. chiama, ironicamente, l'edilizia
"delle vacanze" (lo stile c.d. smeraldino).
Andiamo
quindi con ordine. Seppure l'A. riconosca al "costruito" negli
anni del regime fascista una effettiva valenza e ricordi come l'isola
fosse divenuta "una sorta di laboratorio per l'architettura
italiana", alcune pungenti osservazioni sulla disorganicità degli
interventi e, ancora, sugli sventramenti ideologicizzati da
"Piacentini e dai suoi accoliti", possono dar luogo a
perplessità e dissensi. Anche l'esuberante rilievo dato ad alcune
invidiose critiche del tempo (come quelle di Rattu per gli edifici di
Arborea) possono portare fuori strada un meno avveduto lettore. Tanto da
rendere meno evidente l'importante salto "di qualità"
compiuto in quegli stessi anni dall'architettura isolana.
C'è
poi l'aspetto riguardante la ricostruzione di Cagliari dopo le
distruzioni provocate dalle bombe del febbraio-maggio del 1943. Anche
qui le pagine di Masala, seppure ripercorrano attentamente i diversi
passaggi che portarono a quella che, socialmente ed economicamente,
potrebbe definirsi un'epopea (forse la più grande, e la più
importante, della storia cittadina), un "umore" decisamente
critico sembra emergere dalle parole scritte. Quasi che l'A. intenda
parteggiare con chi allora proponeva di costruire una città nuova al di
là dei vecchi limiti (Vico Mossa) o, ancora, con chi intendeva
utilizzare le distruzioni belliche come premessa per realizzare una città
tutta moderna, una sorta di Brasilia campidanese (Salvatore Rattu).
Certo,
molte delle "brutture" che oggi intristiscono l'immagine
architettonica della città risalgono a quegli anni, e la cultura
dell'arrangiarsi (comunque e dovunque) fece premio su molte delle
ricostruzioni e dei recuperi. Tuttavia, alcune opere di Libera, di Badas
e di Garau meritano certamente attenzione e, soprattutto grazie anche
alla Chiesa, alcune ricostruzioni hanno avuto l'indubbio merito d'avere
arricchito la città (come San Domenico ed il Carmine, ad esempio).
Purtroppo, viene da aggiungere, di matite buone la città ne sente ancor
oggi la mancanza, giacché, pare che la madre del "brutto" sia
sempre incinta...
Infine
l'architettura smeraldina. Qui il giudizio di Masala cala giù
impietoso, quasi quanto quello del prefatore. Quel che viene osservato
sa però molto di deja-vu, di stereotipo, dato che quell'effetto
cartolina verrà attribuito, nel tempo, ad ogni città nuova, inventata.
Lo aveva scritto Vittorini per Mussolinia, lo si ripeterà per molte
delle città di fondazione indipendentemente dal tempo e dall'ideologia
dei fondatori. Così, anche i luoghi "inventati" dalla
mondanità del lusso come Porto Cervo e Porto Rotondo non potevano
sottrarsi a quel giudizio.
Ma,
per essere onesti, quella "cultura" architettonica di Vietti,
Simon Mossa, Busiri-Vici e Couìlle (importata e tradita peraltro da
troppi scriteriati epigoni) è ben altra cosa, ad esempio, dell'incultura
edilizia ed urbanistica che ha violentato deliziosi luoghi costieri come
S'Archittu o Santa Lucia di Siniscola o, ancora, come s'è avviluppata
nella riviera cagliaritana di levante e di ponente. C'è quindi un
qualcosa in quelle notazioni critiche che rende perplessi, ma che,
forse, il tempo riuscirà ad addolcire (ricorda Masala quanto fu detto e
scritto sull'architettura caprese e su quegli stili inventati ed
interpretati dalle differenti sensibilità di un Axel Munthe o di un
Curzio Malaparte?).
È
giusto concludere affermando che queste osservazioni poco tolgano,
comunque, al valore di un'opera che premia indiscutibilmente la grande
professionalità e la competenza di studioso di Franco Masala e che
appare come una squisita ciliegina sulla graditissima torta che la
Ilisso, con questa straordinaria collana, ha donato alla cultura
isolana. Né dovrebbero essere dimenticati, negli elogi, gli stampatori
della Stampacolor di Muros in provincia di Sassari, ormai alla pari
delle più raffinate stamperie europee.
Scheda
a cura di Paolo Fadda
pubblicata sul numero 1/2002 di Sardegna
Economica |