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Architettura - Urbanistica:  Carbonia, "città di fondazione"

 

Lucia Nuti (Docente di Storia dell'architettura moderna nell’Università di Pisa)

La politica di fondazione fu varata dal regime fascista all’inizio degli anni Trenta e condotta poi sino alle soglie della guerra senza soluzione di continuità, con una periodicità annuale quasi costante. Aggregata di volta in volta a scelte vincenti, la bonifica integrale prima, l’autarchia poi, essa non fu mai comunque abbandonata ed ancora dopo il 1940 sotto questo segno veniva riorganizzato l’insediamento nei nuovi grandi comprensori di bonifica del Tavoliere e del Foggiano. 
Si può indubbiamente obiettare che le città nuove non erano città nel senso proprio del termine, sia per l’estensione territoriale molto modesta, sia per l’elementarità della popolazione residente. Soltanto due di esse – Littoria e Carbonia – superarono di molto le soglie fissate sfuggendo alle stesse previsioni dei costruttori, ma Carbonia rimase ugualmente per la sua composizione demografica qualcosa di sostanzialmente diverso da una città.
Ed è ugualmente vero che le nuove fondazioni non erano nate all’interno di un programma di urbanizzazione delle popolazioni rurali. Si cercava al contrario di favorire la deurbanizzazione sottraendo manodopera eccedente e potenzialità conflittuale nelle zone più calde per trasferirla stabilmente sotto il controllo di più idonei patti di lavoro. Ma la questione città/non città appare presto superata da un altro dato fondamentale: con l’immediata elevazione a comune, i piccoli centri appena sorti divenivano attivi nei confronti di una porzione del territorio circostante come sede di funzioni, sia pure elementari. Essi erano quindi l’elemento base di un’organizzazione verticistica del territorio che dal centro raggiungeva la periferia attraverso una rete di controlli; rete che in quegli anni si stava appunto riorganizzando con una revisione delle circoscrizioni amministrative, accorpamenti o smembramenti, promozioni o declassamenti gerarchici di capoluoghi.
È proprio questo in ultima analisi l’elemento unificatore di una sequenza di interventi altrimenti caratterizzata da settorialità, da incertezze, da improvvisazioni, da episodicità; e l’intera vicenda diviene in questo modo scelta politica. Poiché però la fondazione non fu gestita direttamente dagli organi statali, ma passò attraverso il fìtto sottobosco di enti parastatali o anche società private, i meccanismi innescati non funzionavano poi così direttamente in senso centripeto, ma furono immediatamente bloccati dal filtro dell’Ente costruttore. In tal modo l’Ente, in contrasto o in sintonia con il potere centrale, diveniva il primo vero detentore di quelle funzioni. Rimane ancora da verificare quanto il termine «nuova» si spinga al di là dell’ovvia novità della presenza urbana su un territorio in precedenza privo di insediamenti e in che misura sia motivato da scelte culturali nuove.
Mussolini, nell’inaugurare Littoria, intendeva questa novità nel rifiuto di un’identità e di prerogative urbane e respingeva polemicamente per i nuovi centri anche il nome città; ma le esigenze di propaganda gli avrebbero fatto presto cambiare idea. In seguito Piccinato, nell’illustrare Sabaudia, ne sottolineava la novità rifiutando ancora il termine città nel senso ottocentesco, come qualcosa «di chiuso, di murato, qualche cosa di contrapposto alla campagna». Poco dopo però l’involuzione culturale sempre più pesante doveva attenuare queste polemiche affermazioni di novità e reinserire le «moderne città di bonifica» nell’alveo della tradizione nostrana.
Verifichiamo allora quale fu la risposta della cultura contemporanea di fronte al tema, che in quegli anni diveniva occasione concreta, della tanto sognata progettazione globale che non fosse vincolata da preesistenze storiche.
Quasi paradossalmente la città nuova sulla carta stenta ad assumere una dimensione che non sia quella ufficiale composta con le veline dei comunicati stampa. E se questo silenzio agli albori della vicenda, tra il 1928 e il 1932, cioè tra il primo, incerto costituirsi di Mussolinia e l’inaugurazione di Littoria, può essere ancora imputato a disattenzione o sottovalutazione del problema, la stessa motivazione non è più sostenibile quando nel giro di pochi anni la propaganda crea ed alimenta, con un bombardamento di immagini e notizie, il mito della città nuova, esportandolo anche oltre i confini nazionali.
Per la seconda città pontina è bandito un concorso nazionale che coinvolge attivamente alcuni gruppi di tecnici e sul suo esito si scatena addirittura una baruffa parlamentare.
Il nome di Sabaudia diviene immediatamente noto, ma non serve ad aprire una riflessione critica sulla città nuova. La realizzazione anzi fornisce nuovi argomenti a favore del razionalismo in un dibattito sull’architettura che contemporaneamente dilaga sulle riviste, trasformandosi spesso in una polemica improduttiva.
“Casabella” – che pure costituì in tutti quegli anni la voce di un dissenso o almeno di una verifica critica sulle principali opere del regime – esclude anche la semplice informazione sulle città realizzate, con l’ovvia eccezione di Sabaudia, per la quale Pensabene confeziona un commento che non si discosta nemmeno troppo dai comunicati ufficiali.
Pagano alla fine del 1942 poteva giustamente vantarsi che la rivista in diverse occasioni si era occupata di urbanistica, ma ciò era avvenuto soltanto in relazione ai problemi della grande città, sia sul tema degli scempi perpetrati nei centri storici, sia su quello delle case popolarissime nei nuovi quartieri operai. Pagano era stato inoltre coinvolto in prima persona nello studio per il raddoppiamento di un piccolo centro, Portoscuso, a servizio delle miniere di carbone del Sulcis.
Eppure soltanto a fatica e tra le righe dei suoi scritti di quegli anni, relativi alla polemica sull’architettura, si rintracciano due accenni alle città nuove: uno diretto con l’abituale sarcasmo contro i progetti architettonici del Frezzotti per gli edifici pubblici di Pontinia e l’altro, molto enigmatico, sulle inabitabili case di Arsia.
“Quadrante” tra il 1934 e il 1935 diffonde con una raffica di brevi e confusi articoli la teoria della città corporativa. Il discorso coinvolge vecchie città e fondazioni nuove nel quadro di una revisione totale dell’urbanistica. Secondo la teoria soltanto la formulazione di un piano regolatore nazionale avrebbe consentito di stabilire preliminarmente, nel quadro dell’interesse generale, le funzioni da assegnare ad ogni singola città. La città sarebbe quindi divenuta corporativa in quanto espressione del carattere corporativo del regime fascista, lontano dall’anarchismo liberale, lontano dall’oppressivo collettivismo.
Perché, entro i limiti assegnati dall’alto, ogni città avrebbe poi conservato l’individualità del suo quadro formale, l’originalità del suo volto; e a plasmarne armoniosamente l’anima era chiamato appunto l’urbanista. Sboccata nel vicolo cieco della coincidenza tra forma architettonico-urbanistica ed espressione politica, la teoria diventava inevitabilmente ancora più vaga e confusa. Accettava l’equazione linea retta/ordine nuovo e razionale ed identificava la vera espressione del fascismo in geometria, limpidità e chiarezza.
Ma nonostante questo, le prime città pontine risultavano una cocente delusione, una moneta falsa anche se nuova. Le strade diritte, le facciate regolari erano solo il riassestamento esteriore di una città vecchia nel contenuto. L’occasione era stata sprecata, il principio puro inquinato per incompetenza dei tecnici che non si erano mostrati all’altezza del compito e non avevano bene assimilato il concetto di città fascista corporativa: fascista nell’impianto urbanistico (conscia cioè della missione che nel complesso lo Stato deve assolvere) e di conseguenza nella sua organizzazione e nella sua vita.
Era questa una nuova invocazione da parte degli architetti perché l’architettura moderna, le cui posizioni ormai progressivamente si indebolivano, fosse salvata con un atto di forza e fosse proclamata vincente dittatorialmente, come architettura di Stato.
E l’equivoco di questa richiesta che contraddiceva in pieno i princìpi stessi dell’architettura moderna non poteva non sfuggire a Persico, la cui sdegnata replica non si fece attendere, mentre la teoria stessa naufragava nell’indifferenza generale.
Ancora una volta, con Persico il dibattito ritornava sull’architettura e sulla triste condizione del razionalismo italiano, esasperazione sentimentale senza fede, camuffato ora, dopo la «romanità» e la «mediterraneità», in quest’ultimo travestimento.
Ma Persico nella sua amara requisitoria aveva sottolineato le contraddizioni di fondo della teoria, tralasciando altre importanti indicazioni di carattere più propriamente urbanistico che in essa erano contenute e che consentono un’altra chiave di lettura: la prima era un’indicazione di «piano» su scala nazionale come strumento per una borghesia che intendesse razionalizzare al massimo i propri interventi sul territorio; la seconda un’individuazione dell’organismo urbano attraverso le funzioni svolte nei confronti del territorio; infine l’esplicita richiesta di sventramento dei centri storici, per riplasmare gli spazi adattandoli alle nuove funzioni. Il ruolo dell’urbanista veniva ancora pienamente confermato in quello del tecnico, plasmatore di forme, strumento della committenza.
Se le scelte operative del regime coincisero di volta in volta con le ipotesi dei «corporativisti», quelle culturali no. E la proposta, nonostante fosse ampiamente ammantata di piaggeria nei confronti del fascismo, cadde nel vuoto.
Neanche il durissimo intervento di Piacentini su “Architettura” a proposito del concorso di Aprilia indicava una reale volontà di revisione del problema o l’espressione di una linea alternativa. Può sembrare certo contraddittorio che da una rivista così influente si desse ufficialmente voce a quel coro di proteste e malcontenti suscitato dal discutibile verdetto della commissione. Piacentini criticava senza mezzi termini i criteri di pianificazione adottati nell’Agro dall’Opera nazionale combattenti (Onc) e soprattutto il progetto prescelto sottolineandone i numerosi difetti. Contrapponeva allo schema monocentrico, come generatore del nucleo urbano, lo schema autoctono delle borgate laziali, costruite attorno a una corte con elementi edilizi aperti e lineari; di esse il progetto Calza Bini-Nicolini produceva un’originale interpretazione. Ma era questa l’alternativa?
In realtà Piacentini, aiutato dall’effettiva mediocrità del progetto vincente, che prestava benissimo il fianco alle critiche, intendeva soltanto contrapporre clientela a clientela, mirando soprattutto a colpire l’operato di Giovannoni, esperto influente nella commissione giudicatrice. E l’azione era pericolosa perché l’accusa era lanciata proprio dalla tribuna di “Architettura”, organo ufficiale del Sindacato nazionale architetti, e scatenò come era presumibile un piccolo terremoto; ma colpì esattamente nel segno che aveva mirato. Non provocò infatti nessuna reale revisione dei sistemi dell’Onc, né tantomeno aprì un dibattito sulla città nuova; ma solo doveva ottenere, attraverso un compromesso, un assestamento interno che non mettesse in discussione la gerarchia. Giovannoni assieme ai progettisti rielaborò totalmente il progetto che conservava col primo una certa affinità formale; un articolo successivo della redazione di “Architettura” commentava con un tono neutro il progetto attuato; Piacentini stesso infine sostituì Giovannoni nel concorso relativo a Pomezia, all’interno del quale combatté ancora una volta la battaglia per la propria clientela. Di fronte alla seconda sconfitta l’accomodamento fu molto più rapido ed indolore.
Se un vero dibattito sulla città nuova non si accese nonostante il moltiplicarsi delle occasioni, quand’anche un solo arco o una sola colonna comparsa nei nuovi edifici faceva scorrere parole su parole, fu perché la realizzazione era venuta prima che fosse maturata una coscienza critica del problema e trovava impreparato il fronte culturale. Il nuovo architetto, uscito fresco fresco dalle scuole di architettura appena costituite, fu subito trascinato in vaste operazioni urbane e territoriali in cui dar prova della capacità operativa acquisita. L’adesione entusiastica ai grandi programmi in cui veniva coinvolto e le stesse lotte per non esserne escluso ritardarono di fatto la valutazione critica delle scelte di fondo e della dimensione in cui come tecnico stava operando. La presa di coscienza doveva venire soltanto molto più tardi, quando le operazioni erano ormai compiute.
La costruzione delle città nuove fu così condotta senza alcun confronto con indicazioni o proposte che sarebbero potute derivare da un parallelo dibattito culturale, e per tutta la fase di pianificazione il tecnico non può neppure rivendicare il ruolo, di cui spesso si compiace, di suggeritore inascoltato.
Di pianificazione vera e propria non sarebbe neppure il caso di parlare al di fuori dell’unica, debole eccezione della bonifica pontina. La fondazione della città, decisa in tempi molto brevi, era infatti preceduta soltanto da poche e rapide operazioni preliminari, totalmente gestite dagli uffici tecnici dei singoli Enti: delimitazione del territorio comunale, scelta del luogo e compilazione di quei dati di massima indispensabili alla stesura del progetto (numero degli abitanti, estensione dell’abitato, costo massimo, ecc.). La scala regionale dell’intervento pontino sembra suggerire invece l’esistenza di un piano o almeno di un programma organico su cui condurre le operazioni.
Ma la grande bonifica è da ricondursi innanzitutto a due momenti diversi e a due diversi comprensori, di cui il secondo non fu che l’appendice, condotta quasi per inerzia, di un’operazione che non era opportuno lasciar cadere.
Quando, al termine della bonifica idraulica del primo comprensorio, i funzionari dell’Onc si trovarono ad affrontare il problema della bonifica agraria e della forma da dare all’insediamento, la pianificazione si risolse in una scelta fondata più sull’elementarità che sulla razionalità della figura geometrica: il territorio scandito dalle linee delle migliare e dei canali veniva suddiviso in maglie ortogonali all’interno delle quali trovava posto l’unità insediativa e produttiva, cioè la casa colonica ed il podere. L’insediamento sparso, funzionale alla scelta di un contratto di produzione – la mezzadria – come cardine dell’intero sistema, era di nuovo ricomposto nell’unità dei centri di coordinamento, i borghi prima, le città di bonifica poi. Ad un numero di poderi corrispondeva un borgo, ad un numero di borghi una città. Il territorio era così strutturato gerarchicamente attraverso un sistema piramidale di controlli burocratico-amministrativi, fissati sulla base di una corrispondenza numerica astratta. A conclusione della prima fase, mentre già era bandito con grande clamore pubblicitario il concorso per Aprilia, la prima città del nuovo comprensorio, erano ampiamente valutabili le inadeguatezze e i limiti del sistema sperimentato con improvvisazione e pressappochismo. Littoria, creata per una piccola dimensione e divenuta poi capoluogo di provincia, si stava sviluppando caoticamente con un ritmo non previsto e necessitava di un nuovo piano; Sabaudia, razionalmente progettata, rimaneva una bella scenografia che si faticava a riempire; Pontinia, destinata a centro industriale dell’Agro, non era andata al di là di pochi edifici pubblici e pochissime case. Ci si accorgeva chiaramente insomma che i centri urbani erano ormai più che sufficienti e che sarebbero state utili più numerose borgate rurali. S’imponeva a questo punto una valutazione dei risultati per procedere ad una pianificazione più attenta. «Ma – rispondeva di Crollalanza a due commissari che gli parlavano appunto di piano regionale – un piano regionale anche sommario richiederebbe un periodo di tempo che di fatto non si ha, essendo assai prossima la data della fondazione di Aprilia».
In base a questi principî dunque, veniva completato il programma e costruite le due ultime città previste, del tutto inutili dal punto di vista di un loro reale collegamento con l’attività produttiva, ma funzionali al prolungamento del miracolo della provincia redenta fino alle soglie della capitale. Pomezia in particolare nasceva già come borgata di transito, porta d’ingresso per i visitatori di ogni tipo nella regione bonificata. E quindi l’accento della committenza si spostò, come mai era avvenuto prima, sulla ricerca di un’immagine urbana che qualificasse l’intera operazione condotta e ne rappresentasse un chiaro, leggibile simbolo. Dopo la tendenza alla privatizzazione ed alla semiclandestinità con cui fu gestita la prima fase, furono banditi e pubblicizzati al massimo due concorsi nazionali. Ed è appunto tra le righe dei bandi, in una terminologia ambigua continuamente oscillante tra modernità e tradizione, tra centro cittadino, comune rurale e borgo fascista, che s’intravede l’immagine della città nuova così come, dopo la prima fase di rodaggio, si era composta agli occhi dei responsabili della bonifica; un’immagine che esprime tanto bene l’ideologia della politica di fondazione da essere accettata negli anni seguenti con poche variazioni, anche per centri sorti in circostanze molte diverse e che rurali non erano. La modestia era il primo ingrediente di quell’immagine; e non si trattava tanto di modestia come limitata estensione spaziale, quanto di una vera e propria categoria estetica non disgiunta da considerazioni di carattere economico. La necessità di costruire in economia portava all’immediata esclusione del ferro e del cemento armato ed alla riduzione degli elementi metallici; si recuperavano dunque i materiali poveri ed i sistemi costruttivi tradizionali pienamente rispondenti alla modesta entità degli edifìci pubblici. I privati sarebbero stati ancora più modesti, per dare a quelli il dovuto risalto, e la piazza principale di dimensioni contenute per non far apparire meschini i fabbricati circostanti. Altro requisito della città era quello di offrire un ambiente armonico e gradevole al suo interno, potenziato da un abile sfruttamento degli effetti panoramici sul paesaggio circostante.
Gli edifici pubblici da soli dovevano già fornire una scenografìa accettabile.
E qui l’«armonico» e il «gradevole» rimandavano a problemi di gusto: e la carta vincente era anche questa volta l’italianità nella sua filiazione più modesta, il «localismo», inteso come rivisitazione di materiali, moduli costruttivi e decorativi dell’architettura locale.
Confluivano in quest’orientamento le suggestioni della rivalutazione, compiuta da Pagano, dell’architettura rurale in Italia, vissute in un clima di autarchica ribellione alle servitù straniere; ma ancor più gli echi che questa riscoperta aveva suscitato nelle teorie di Giovannoni. Anzi, non è affatto da escludere quest’ultimo tra i possibili estensori del bando per Aprilia, al cui concorso partecipò in veste di commissario. Nel testo di una sua contemporanea conferenza sul tema della deurbanizzazione si leggono enunciati in modo più completo ed esplicito quegli stessi principî che qua e là traspaiono, nel bando, tra le istruzioni per i concorrenti.

Dopo aver studiato bene quello che si è fatto altrove, dobbiamo tornare a casa nostra ed operare col nostro bravo sentimento italiano.
E le nuove borgate dovranno essere tali da non alterare il carattere dell’ambiente, pur rispondendo a modernità ed a utilità pratica. Abbiano un nucleo di case compatte, pur non troppo alte, che contengano la piazza principale, raccolta e tranquilla come le piazze antiche, al di fuori del movimento di passaggio; poi la fabbricazione venga degradando in intensità verso l’esterno, adattandosi al terreno, creando armoniche associazioni di masse, ma non seguendo troppo rigidi sistemi; e se mai, le ispirazioni ne siano tipicamente locali, [...] ed in ogni modo la formula del buon senso e del buon gusto dovrebbe essere semplice semplice ma italiano italiano.

Ed era infatti questa l’immagine più aderente al ruolo che la città nuova doveva svolgere nell’intera bonifica negli intenti degli organizzatori. Essi erano profondamente convinti infatti che la colonizzazione stabile sarebbe probabilmente fallita se fosse mancato quel punto di riferimento urbano. Ai coloni dispersi e confinati nella campagna, costretti alle durissime fatiche per la sopravvivenza, la città nuova doveva servire proprio a ricordare che la civiltà nelle forme in cui l’avevano lasciata nelle vecchie terre era presente anche lì vicino a loro, e la civiltà cui facevano riferimento era inequivocabilmente di matrice urbana. Città era dunque un insieme di istituzioni entro cui s’inquadrava il rurale, ma era, anche, un’immagine. Per ricostruirla se ne ricercavano i simboli più efficaci estraendoli dalla più fiorente e significativa stagione urbana, quella della città-Stato comunale: i suoi indicatori verticali, torri e campanili, emergevano ancora meglio sulla piatta pianura e sulle basse case. Ricomposti e raggruppati attorno ad uno spazio centrale, delimitavano un vano raccolto come quello delle piazze antiche, la cui riscoperta, compiuta dal Sitte alla fine del secolo precedente, era destinata ad avere larga eco entro un clima di recupero della tradizione italiana.
Il tecnico, assente dalla fase di formulazione teorica e di programmazione, era chiamato a questo punto a plasmare queste forme, e la competenza che gli si chiedeva nell’operazione non andava al di là di quella di un architetto calligrafo. Questo spiega perché, secondo l’indice di gradimento dell’Ente costruttore, l’incarico per un piano di città nuova aveva potuto essere affidato anche a Oriolo Frezzotti, architetto diplomato all’Accademia di belle arti, o a Gustavo Pulitzer, raffinato architetto specializzato in arredamento d’interni.
Quando però i concorsi nazionali chiamavano a confrontarsi su uno stesso progetto un discreto numero di concorrenti, si poteva allora verificare quanto fossero incerte e contraddittorie nella cultura contemporanea le tendenze sul modo d’intendere e di fare urbanistica. Per quanto il tema fosse molto modesto e già rigidamente delimitato, è naturale che nell’impostarlo i tecnici vi riversassero la loro cultura sul problema città e sul come operare in essa.
Muzio, commentando l’esito del concorso per Aprilia, lamentava che di fronte a tale disparità di soluzioni i problemi sembravano ancor più in alto mare e per compiere un esame critico delle diverse proposte finiva per suddividerle in gruppi, adottando ancora una volta una chiave di lettura grafica: piani a schema semplice geometrico, a schema complesso lineare o radiale, mistilinei.
La distinzione tra forme aperte e chiuse d’altra parte era qualcosa che andava al di là di un puro gusto grafico: nel primo caso vi era riflessa la concezione di città come corpo accentrato, privilegiato nei confronti del territorio da cui lo separavano non cinte di mura, ma molto più artificiosamente viali di circonvallazione o anelli di verde alberato; nel secondo caso la città era concepita come un organismo dinamico, aperto verso i futuri ampliamenti e quasi proiettato nel territorio circostante con un rapporto paritetico. Dalle relazioni allegate ai progetti dei concorsi – progetti che sono peraltro quelli ritenuti degni di qualche premio e quindi conservati negli archivi dell’Onc –, si apprende meglio quali fossero i meccanismi attorno a cui veniva incardinato il funzionamento della città. Pochi ed elementari erano i problemi, gli stessi che avevano impegnato gli amministratori delle città nei secoli precedenti: viabilità ed igiene. Risolti questi, non restava che l’approccio puramente estetico-architettonico e 1’urbanista poteva finalmente ritornare architetto e cimentarsi, pur nella più stretta economia, nella composizione armonica di spazi e volumi, ben sapendo che in fondo sarebbero stati proprio i requisiti estetici a determinare il giudizio della commissione.
Valutandoli così, disegnati sulla carta nella loro piccola dimensione, i progetti per le città nuove sembrano quasi il frutto di un’esercitazione condotta sulla base di nozioni appena apprese alle lezioni della scuola d’architettura o tolte di peso dai pochi manuali in circolazione. La letteratura manualistica si stava diffondendo m Italia appena allora, e della più matura produzione tedesca ricalcava l’impostazione di fondo essenziamente tecnico-pratica. Gli interrogativi sugli obiettivi della disciplina o sulle motivazioni di certe scelte rimanevano inevasi, soffocati dalla amplissima casistica di esempi contemporanei ed antichi, destinati a fornire risposte immediate ad ogni problema operativo.
I punti di contatto tra i progetti e la cultura urbanistica dispensata dai manuali sono evidenziati dalle sottolineature stesse apposte dai tecnici alle relazioni e alle tavole grafiche. Consideriamo ad esempio il libro di Gustavo Giovannoni Vecchie città edilizia nuova apparso nel 1931 con stralci di scritti precedenti dell’autore. Strutturato secondo lo schema dei manuali d’oltralpe, esso è però inequivocabilmente destinato ad urbanisti italiani e la materia, anche nelle sue parti più strettamente tecniche, è svolta con un filo conduttore, che ne costituisce anche il limite: lo spirito di recupero ed esaltazione di tutta la tradizione nazionale, delle sue espressioni storico-artistiche e la volontà di polemica contro due culture massificanti per ragioni opposte, l’americana e la bolscevica.
Tra i molti suoi suggerimenti pratici Giovannoni raccomandava di cercare per l’abitato una posizione che fosse elevata altimetricamente, in modo da sfruttare al massimo i possibili effetti di movimento; ed i progettisti, trovandosi di fronte una pianura, rispondevano di avere utilizzato anche i minimi movimenti del terreno o di aver collocato il centro nel punto più alto in modo che la nuova città si profilasse dominante nel paesaggio.
Un corretto orientamento era ritenuto preliminare indispensabile al tracciato delle strade e dei blocchi edilizi. Era questo un tipo di problematica da tempo sollevata dagli igienisti nordici per assicurare la massima insolazione alle case e alle zone più interne dell’abitato stesso. Le soluzioni ottimali, già codificate dai manuali, venivano però ridiscusse dal momento che la regione mediterranea era assai più soleggiata; l’attenzione si spostava soprattutto sui venti dominanti, a cui doveva essere impedito di penetrare senza alcun ostacolo, d’infilata, attraverso le strade, fin nelle zone centrali.
Ed ecco che sulle tavole dei piani regolatori campeggiavano bussole a volte esageratamente grandi e dettagliate con le direzioni dei venti, e nelle relazioni si parlava diffusamente di quinte edilizie e di sbarramenti opposti alle principali correnti. Petrucci nel confutare le accuse mosse da Piacentini al suo progetto per Aprilia gli scriveva:

V.E. ha dimenticato istantaneamente che fino a ieri ha predicato nelle sue lezioni alla scuola di Architettura di evitare le strade Nord-Sud e Est-Ovest.
Oggi la moda d’oltralpe ritorna sugli schemi a scacchiera con quegli orientamenti. Ciò andrà bene per le regioni settentrionali dove cercano affannosamente il sole, nelle case, con le ampie finestre, nelle strade con la orientazione N.S. o quasi. Ma in Italia, Eccellenza, non si cammina per quelle strade senza correre il rischio di un’insolazione ed infatti V.E. raccomandava qualche anno fa di evitare quell’orientamento. Non se ne ricorda più? Ora sono cambiate le condizioni del clima o sono cambiate le sue opinioni?

Ed è sempre a difesa del vento che Libera, incurante del ridicolo, giustificava la rettangolare cortina di cipressi che chiudeva tutto intorno l’elegantissimo geroglifico che costituiva il suo progetto per Aprilia.
Dopo l’orientazione la viabilità. Il principio ormai concordemente accettato era quello di una opportuna distinzione gerarchica tra diversi tipi di traffico esterni o interni all’abitato e tra diversi assi viari in cui essi venivano incanalati. Dall’esterno la città risultava imbrigliata in larghe maglie triangolari con gli opportuni svincoli; ed all’interno, secondo l’ormai classica soluzione di Sabaudia, la piazza centrale era leggermente defilata rispetto alle vie di penetrazione in modo da rimanere appartata e tranquilla. Ma il principio era stato frainteso; piuttosto che creare valide premesse per un allontanamento del traffico dal centro, se ne ostacolava la penetrazione torturando il tracciato stradale con incroci a baionetta ed artificiosi percorsi.
Risolti in fretta i problemi più strettamente tecnici, quali l’approvvigionamento idrico e la fognatura, la più grossa fetta della relazione era destinata a preoccupazioni estetiche. Nessuno dei dettagli da manuale veniva trascurato. Giovannoni sosteneva che la via rettilinea doveva essere ravvivata con la visuale monumentale o naturale del fondo, un grande edificio, un obelisco ovvero un monte o un bosco. E l’effetto panoramico era puntualmente ricercato nei pochi punti emergenti in quella piatta pianura. I monti sullo sfondo erano inquadrati da terrazze o slarghi panoramici, su cui era disegnato il cono di prospettiva; e la ricerca dei fondali di visuale al termine delle rettilinee vie di penetrazione era puntualmente segnalata: ora gli alti edifici delle chiese con i loro campanili svettanti come obelischi, ora le moli delle torri comunali e littorie ben riconoscibili fin da lontano come indicatori dell’abitato.
Naturalmente, in risposta alle richieste dei bandi, l’impegno per creare un ambiente piacevole da viversi era concentrato nella piazza, la cui soluzione sembrava monopolizzare in ogni modo la fantasia dei progettisti. La maggior varietà di disegni dei fabbricati che vi si affacciavano e le relativamente meno forti restrizioni in fatto di materiali invitavano a tentare un gioco di composizione, anche se il ventaglio di elementi utilizzabili rimaneva sempre molto limitato: così in quell’unico spazio quasi sempre articolato si contrapponevano masse e volumi, si accostavano materiali di colori diversi, si sottolineava la plastica dell’arredo architettonico; ed il passaggio porticato diveniva spesso l’elemento chiave per la sua doppia valenza di elemento di chiusura architettonica, ma di apertura spaziale verso quadri più ampi.
Quanto alle residenze, questo non appare nelle relazioni come un problema fondamentale o qualificante ai fini del concorso. Ne vengono genericamente indicati i tipi edilizi (generalmente tre: edifici a filo stradale, case a schiera, case isolate o binate disposte in gerarchia secondo la loro destinazione sociale) e si rimanda tutto direttamente alla fase esecutiva.
Questo tipo di zonizzazione, intesa come selezione degli spazi urbani e dei tipi edilizi, fu invece attuato in forma molto rigida nella città operaia di Carbonia, città dove l’estensione della residenza superava di molto la parte pubblica della città. Così la coesistenza pacifica delle diverse categorie sociali era assicurata dalla rigida separazione di zone abitate; ma, in compenso, proprio perché si trattava di una città dormitorio per gli addetti al primario, il problema della residenza era stato accuratamente studiato nelle due soluzioni che successivamente furono adottate; estensiva prima, intensiva poi, quando l’immigrazione massiccia minacciava di far dilatare troppo l’abitato.
Vale la pena di segnalare infine come la zonizzazione, intesa come suddivisione dello spazio urbano in aree destinate a funzioni diverse, compaia quasi in caricatura in uno schema riguardante Pontinia: nel quadrato della maglia di bonifica attorno ai piatti segni degli edifici centrali vennero segnate in punti opposti le indicazioni di «zona dei villini» e «zona industriale».
Mentre la maggior parte dei progetti erano stati stesi in adesione totale alle richieste della committenza, da parte di alcuni, fosse disattenzione o polemica, o disprezzo per gli orientamenti espressi nei bandi, erano state formulate proposte ispirate a modelli di ben diversa estrazione. I loro limiti e l’inadeguatezza delle soluzioni prospettate di fronte al problema reale erano forse anche più forti: ora la funzionalità era sacrificata ad un calligrafismo esasperato, ad un rigorismo geometrico che rivelava come il piano prima di tutto rimanesse un oggetto destinato alla pura contemplazione formale; ora si trasferivano alle borgate rurali schemi adatti piuttosto all’ampliamento di un quartiere urbano.
Ma oltre il sospetto, molto incriminante in quegli anni, di essere tributari a culture straniere, era proprio l’aver eluso le regole del gioco che escludeva immediatamente quei progetti dalla valutazione delle commissioni.
Questa mancanza di contatto con la committenza si verificò in modo ancora più netto nell’episodio del progetto per Pontinia firmato da Le Corbusier.
La vicenda si inserisce da un lato nella storia dei rapporti spesso a senso unico, tra Le Corbusier e committenza, dall’altro in quella dei rapporti tra Le Corbusier e la progettazione.
Pontinia e l’Agro come luogo di attuazione sono due variabili del tutto marginali rispetto al progetto stesso. L’abbozzo relativo a Pontinia non era infatti assolutamente originale, ma derivava da un altro precedentemente studiato per la regione agricola della Sarthe.
Durante il suo soggiorno romano, l’architetto aveva visitato la zona bonificata dove le prime due città erano ormai compiute. L’operazione gli era parsa di così vasta scala da ritenerla adeguata ad un proprio intervento.
Era questo il terzo spazio che individuava in Italia: dopo Marghera, città industriale, e Roma, la capitale, Pontinia rappresentava il modello di ricostruzione della campagna.
Da quel momento iniziava la ricerca di contatti con l’autorità, gestita dall’amico italiano Fiorini; e l’autorità non si identificava solamente in Mussolini, ma m qualche influente tramite nelle alte gerarchie individuato dapprima nella persona di Bottai, poi con molto maggiore scetticismo in quella di Ciano. Il colpo d’occhio aveva suggerito le prime impressioni negative sulla bonifica annotate sul taccuino e ripetute in forma più organica in “Prélude”. Di Littoria pensava tutto il male possibile: «confusion», «laideur», «échec urbanistique» erano le prime parole che appuntava a proposito; quanto alla «razionale» Sabaudia, le sue riserve sotto un certo profilo erano ancora più forti: villaggio gradevole e in parte riuscito, ma sogno romantico, rivisitazione di una poeticità agreste ormai fuori tempo. Ma soprattutto riteneva dannoso lo sviluppo previsto dal piano, con l’invasione di basse casette che avrebbero finito per saccheggiare irrimediabilmente il paesaggio. Quello che l’occhio vedeva e quello che avrebbe voluto vedere erano due realtà urbanistiche contrapposte quasi specularmente. Fondazioni, tetti, strade, ingressi, abitazioni, tutto ridotto dalla moltitudine all’unità.
Al di fuori del volume occupato dall’unità di abitazione, il paesaggio sarebbe rimasto intatto; e quella libertà che l’occhio aveva nello spaziare sull’orizzonte tra montagna, pianura e mare si sarebbe tradotta all’interno con la centralizzazione degli impianti in libertà dai servizi più pesanti, dal caldo e dal freddo, dalle mosche e zanzare delle paludi.
Punto immediatamente qualificante dell’intero progetto era proprio la soluzione del problema residenza; e già in questo la distanza dalle richieste della committenza era incolmabile.
Gli edifici pubblici, precisi come funzioni, avrebbero forse potuto essere pensati per le esigenze della burocrazia e del partito fascista e perfino utilizzati per effetti scenografici.
Di due punti centrali all’operazione fascista delle città di bonifica Le Corbusier dimostrava di aver recepito pienamente l’importanza: la rapidità e il costo.
Su questi, poteva dichiarare la sua proposta nettamente vincente, valutando un risparmio da tre a quattro volte, un tempo di costruzione di 50 giorni contro i 265 di Sabaudia.
Ma la condizione indispensabile era che i nuovi centri rurali venissero inseriti nell’ingranaggio della grande industria del Nord: la città razionalmente smontata dal progettista in blocchi di serie da affidare alla produzione industriale sarebbe poi stata montata direttamente sul luogo. Come al solito, nel subordinare l’autorità al progetto, Le Corbusier aveva imboccato un vicolo cieco.
La bonifica dell’Agro ed il recupero di terreni non erano parte di un puro e semplice programma di rinnovamento agricolo. La politica della deurbanizzazione cui erano collegati e la scelta della mezzadria come patto agrario bastano già a rivelare l’ideologia che vi era sottintesa e che stava elaborando in quegli anni la propria immagine architettonica e urbanistica.
L’avrebbe trovata, come si è visto, nella dimensione individuata da «Strapaese», facendo «rivivere la grande tradizione italiana attraverso il filtro quotidiano, ma non meschino della propria terra».
Ogni singolo capitolo all’intemo di questa vicenda di fondazione è creato in questa scala ridotta, in questa misura modesta.
Ai contemporanei mancò la necessaria maturazione culturale per aprire un vero dibattito sul tema; ma lo stesso dibattito nel dopoguerra fu di fatto molto ritardato dalla mancanza d’interesse per quella modestia, apparentemente così poco qualificante, e dal fatto che non vi si poteva riconoscere né razionalismo né monumentalismo; poli antitetici in cui era d’obbligo inquadrare l’espressione urbanistico-architettonica del regime.
La ricerca di radici all’interno del regime da parte di una cultura che ostentava un retorico antifascismo portava ad un’operazione molto miope, al recupero delle minoranze emarginate e sconfitte e ad una loro rilettura in chiave antifascista.
Questo contribuì a prolungare per molto l’equivoco in cui quelle si erano mosse. Razionalismo e monumentalismo diventarono due ideologie di opposto segno politico; del primo si accettavano le opere, la letteratura, l’informazione.
Secondo i razionalisti la vicenda delle città nuove si ferma con Sabaudia, al momento della loro maggior fortuna che proprio allora, dopo aver toccato l’apice, inizierà la sua parabola discendente. Sabaudia rimase un nome, un simbolo di una battaglia che poi fu persa.
Eppure, a ben vedere, a parte l’organicità con cui il piano era stato steso, il progetto stesso non era esente da quei vizi di retorica ed in parte di monumentalismo che sulla piatta bidimensionalità della carta quasi scompaiono.
L’enfasi del complesso religioso, la dilatazione della piazza delle adunate, l’elevazione della torre: sono tutti elementi che denotano, in piena adesione alle richieste della committenza, un gigantismo della parte pubblica della città rispetto a quella privata.
Ma, filtrata dalla valutazione dei razionalisti, la vicenda rimase ancorata entro quei confini; e questo spiega come sia possibile che ancora nel 1964 il manuale del Benevolo fornisse sull’argomento questo giudizio critico: «I razionalisti tracciarono il piano di Sabaudia interrompendo la serie delle monumentali città di bonifica».
Non poteva trattarsi di serie perché Sabaudia era la seconda città, se si esclude il piccolo nucleo, ancora in gestazione, di Mussolinia. Littoria era dunque l’unico precedente ed il suo monumentalismo poteva essere giudicato tale soltanto quando la piatta frontalità degli edifici pubblici venne a delimitare la piazza disegnata nel deserto senza alcun coordinamento di piano. Dato lo sviluppo della città, essi risultarono poi pienamente dimensionati alle funzioni che dovevano svolgere.
Tra quei due poli opposti, razionalismo e monumentalismo, esiste anche questa componente strapaesana che non può essere ignorata né sottovalutata. E se le città nuove ne rappresentarono il campo di piena e completa affermazione, la sua presenza è evidentissima in tutti i centri urbani, nei medio-piccoli più che nei grandi, in quella serie di interventi condotti in sordina, m tono minore, che con la costanza e la facilità di diffusione dei loro moduli espressivi formano, prima di ogni grande opera monumentale o d’avanguardia, i caratteri distintivi dell’immagine urbana del fascismo.

Da: “Bollettino del Dipartimento di urbanistica”, Iuav, 1986, n. 4, pp.147-165.

(le foto sono dell’Autrice, Dipartimento di Storia delle Arti-Università degli Studi di Pisa).

Piano regolatore della Città di Carbonia: Schema di regolamento edilizio,  foto Nuti

Piano regolatore della Città di Carbonia.: Zonizzazione, foto Nuti

S.Muratori, progetto per Cortoghiana (particolare del plastico),  foto Nuti

Carbonia, progetto del «posto di soggiorno e ristoro», foto Nuti

1. Edifici pubblici. Costruzioni in massima a filo stradale con esclusione di spazi liberi chiusi. Ammessi negozi e portici. (Per edifici di particolare importanza architettonica saranno emanate norme caso per caso)

2. Zona intensiva. Come edifici pubblici

3. Zona semintensiva. Costruzioni isolate, anche a filo stradale (se in ritiro, allineate). Distacchi minimi dai confini: m. 8,00.

4. Zona estensiva. Costruzioni allineate in ritiro dal filo stradale del minimo di m. 3,00. Distacchi minimi dai confini di m. 8,00

5. Zona case a schiera. Costruzioni in ritiro dal filo stradale del minimo di m. 3,00. Raggruppamento minimo di n. 8 unità; massimo di n. 12 unità. (Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq. 300)

6. Zona case minatori. Costruzioni allineate, in ritiro dal filo stradale del minimo di mq. 300. (Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq. 300)

7. Zona verde. (Divieto assoluto di costruzione)

8. Zona ortofrutticola. Costruzioni di carattere accessorio, inerenti all'uso

9. Zona mineraria. Costruzioni inerenti all’uso. (Per questi edifici saranno emanate norme caso per caso)

La Nuova Sardegna - 10.04.2002 

Quando il fascismo disseminava l'Italia di città metafisiche

Si apre a Roma una mostra dedicata ai nuovi centri urbani che vennero costruiti in quegli anni.

Prima c'erano paludi e deserto. Poi sorsero le "città di fondazione", patrimonio dell'Italia fascista e per questo rimosse e dimenticate nonostante il loro valore urbanistico e architettonico. A questi centri (ne sono stati contati 74) è dedicata la mostra "Metafisica costruita", fino al 30 Maggio all'ex carcere minorile di Roma.

Realizzata dall'assessorato alla Cultura della Regione Lazio in collaborazione con il Touring Club e presentata ieri in una conferenza stampa, la rassegna ha lo scopo di riportare in luce la straordinaria valenza culturale di città che ancora costituiscono un modello sia per le loro modalità di costruzione, sia per le soluzioni architettoniche tra le più suggestive del secolo scorso, evocative di atmosfere stranianti e irreali, che sembrano la materializzazione delle metafisiche piazze d'Italia di De Chirico (da qui il titolo della mostra). 

Nel Lazio, ha ricordato l'assessore Luigi Ciaramelletti, c'è forse la concentrazione più significativa delle città di fondazione. Sabaudia, Aprilia, Pontinia e Littoria (ora Latina), costruite nel giro di dieci anni nell'Agro Pontino appena bonificato. Mentre più vicino a Roma sorsero Pomezia e Guidonia. Per la valorizzazione di questo importante patrimonio culturale, ha detto Ciaramelletti, nel 2001 è stata varata una legge che permetterà di realizzare un Centro di documentazione modulare e un Museo, che saranno avviati questa estate. 

Le città di fondazione non furono costruite solo nel Lazio. In Sardegna sorse Arborea (già Mussolinia), Carbonia, Fertilia. Segezia nel Foggiano, Torviscosa in Friuli, Arsia e Pozzo Littorio nell'Istria, al tempo territorio italiano. Le tipologie edilizie e le rigorose architetture novecentiste-razionaliste furono esportate, sempre negli anni Trenta, nei territori dell'Africa italiana (Libia, Eritrea, Somalia, Etiopia) e in quelli dell'Egeo. 

La mostra documenta questo fermento costruttivo (Sabaudia fu edificata in 253 giorni) che interessò per intero il territorio nazionale (coinvolse ben 27 province), grazie al vastissimo archivio storico-fotografico del Touring Club e ai curatori Renato Besana, Carlo Fabrizio Carli, Leonardo Devot, Luigi Prisco, che hanno messo a punto una prima schedatura dei centri. 

Nell'allestimento, realizzato negli ambienti dell'ex carcere minorile (ubicato nel complesso di San Michele, che per la prima volta, dopo il lungo ed efficace restauro ospita una mostra) sono ricostruite non solo le città più significative, ma anche le espressioni di quella cultura italiana dei primi decenni del '900, spesso accusata di provincialismo e invece aperta alle molteplici influenze europee. Città metafisiche perchè sorgono all'improvviso in mezzo alla natura (campagna o deserto), ha detto Renato Besana (autore dell'allestimento e del video che conclude il percorso espositivo), integrandosi perfettamente con essa, ma permeate dall'energia, dal movimento, del Futurismo in quegli anni provvidenzialmente dilagante. Molti architetti futuristi parteciparono alla realizzazione delle città di fondazione e la mostra espone bozzetti, disegni, nonché dipinti  e sculture che testimoniano il peso culturale di un'epoca. 

L'Unione Sarda 10-11-12 aprile 2002

Le tappe urbanistiche nell’Isola

Quali sono state le grandi tappe della ricostruzione urbanistica in Sardegna dal dopoguerra ad oggi? L’argomento si va riscoprendo non foss’altro perché in molti casi l’isola appare popolata da paesi e città senza qualità. Alcuni progetti interessanti ma per il resto blocchi di cemento quasi grezzo, case fatte e sfatte senza che le amministrazioni comunali e la Regione, che pur diedero fondamentale impulso alla ricostruzione edilizia anche sulla base delle leggi Fanfani, esercitassero (ed esercitino) un controllo sulla qualità delle opere che venivano realizzate.

La Sardegna è un puzzle che va indagato, spiegato, capito. Lo ha fatto recentemente Franco Masala in un volume per la Ilisso sull’architettura del Novecento in Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino, Alessandra Casu e Antonello Sanna in La città ricostruita. Un volume edito dalla Cuec di cui l’architetto Aldo Lino propone una sintesi per l’Unione Sarda in tre tappe (oggi, domani e venerdì). Tre articoli in cui cerca di spiegare perché il lavoro di pur rinomati progettisti (da Muratori a Libera, a Badas) restò un fatto isolato e non costituì il canovaccio principale per la ricostruzione e lo sviluppo dell’urbanistica in Sardegna. Mc.M.

                                                                                                                        

L’utopia delle città giardino

"Dopo l’ultima guerra pochissime opere realmente moderne hanno caratterizzato la produzione architettonica. Come quasi dovunque sul continente non si è più avuta una architettura ma una edilizia a carattere speculativo e una marea di cemento ha incominciato a invadere il verde agricolo rimasto libero alla periferia delle principali città".

Così Corrado Maltese e Renata Serra in un saggio del 1969, fondamentale per l’introduzione allo studio della storia dell’arte in Sardegna (Episodi di una civiltà anticlassica, in AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p. 403).

Il giudizio riportato sembra avere il sapore di un commento su un passato ancora troppo recente per muovere migliori sentimenti. A maggiore distanza di tempo quel giudizio ci pare troppo severo per i singoli manufatti, ma certamente molto lucido nella descrizione dei fenomeni urbani di quegli anni.
Abbandonate le velleità di costruire la nuova città in forma compiuta, come ideale concretizzazione di un’organizzazione sociale progettata nel sogno della qualità e della perfezione formale, quasi senza soluzione di continuità rispetto alla città dell’Ottocento, ci si lascia trasportare dalle mutevoli condizioni della natura e della socialità umana.

Liberando le spinte insediative dai vincoli del progetto. La città smette di avere come obiettivo la qualità. Vi rinuncia di proposito, lasciando quest’ultima ai singoli manufatti. L’organismo urbano, o comunque qualsiasi insediamento umano, smette di essere un episodio circoscritto e figurativamente individuabile, e diventa un’ameba che si espande e si restringe in obbedienza a regole diverse da quelle che hanno governato il tradizionale popolamento del territorio.

Il progetto dell’organizzazione urbana interviene in seconda battuta rispetto al fenomeno dell’espansione delle città: da disciplina di invenzione, programmazione e progetto del nuovo, l’urbanistica diventa disciplina curativa e correttiva di un fenomeno già avvenuto.

Scavando nel mucchio, in questa invasione del verde agricolo rimasto libero alla periferia delle grandi città, che, occorre dire, è stata anche la risposta, forse non perfetta, al bisogno originato dalle devastazioni della guerra, alcuni episodi cominciano oggi a muovere la nostra sensibilità, riescono pian piano a farci capire le loro ragioni e a farci apprezzare le loro qualità.

Sarebbe difficile peraltro pensare che un decennio così coinvolgente su altri fronti culturali (filosofia, cinema, letteratura; esistenzialismo, neorealismo, ermetismo) non abbia prodotto niente sul terreno di quella che è la più materiale di tutte le arti, la più importante perché costruisce l’abitazione e le strutture fisiche della vita dell’uomo stesso. Situazioni tutte che hanno determinato una condizione di necessità, cui è stata data una risposta con la cultura e la sensibilità dell’uomo che viveva quegli anni: gli anni della ricostruzione.
Nei primi decenni del secolo la città fu reinventata: estese porzioni di territorio sono state ripopolate con la fondazione di nuove città. Dopo la guerra, (negli anni cinquanta), erano le città sopravvissute (e il territorio con loro) a ritrovarsi a confermare la necessità della loro esistenza come luogo di costruzione della vita futura
L’entrata in guerra dell’Italia interrompe e modifica le strategie degli insediamenti nelle nuove città fondate durante gli anni del regime fascista. Se si fa un’eccezione per Arborea (che a case fatte aveva da fare la terra, e soprattutto il mercato dei suoi prodotti), Carbonia continuava ad assorbire spinte insediative consistenti, Fertilia vedeva completato il suo centro urbano proprio negli anni a ridosso del 1950.

Alcune esperienze si possono leggere in continuità con le ipotesi di piano precedenti il conflitto mondiale, altre sono in chiara contrapposizione (anche formale) con quelle esperienze, a testimoniare un rifiuto da parte di tutte le forze culturali, sociali, economiche e politiche, dell’ideologia al potere prima della guerra.

Significative le ultime esperienze di Eugenio Montuori nella realizzazione delle case operaie di via Manzoni a Carbonia (1950-1954). Resistono tenaci alcune regole dell’architettura funzionale, dettate soprattutto dagli elementari principi di igiene: orientamento degli edifici, riscontro d’aria in tutti gli alloggi (non ostante i quattro appartamenti per piano).

L’invenzione della scala esterna, a rampa unica disimpegnata da una sorta di ballatoio, è proprio lo stratagemma utilizzato per questi condomini "intensivi" senza compromettere la loro vivibilità. Questo artifizio funzionale è sottolineato anche formalmente: tutto il sistema distributivo descritto viene enfatizzato con l’impiego di setti portanti realizzati con blocchi di trachite a vista, similmente a come fece Muratori negli attraversamenti dei corpi di fabbrica a Cortoghiana, composti nella facciata sulla scala gigante di tutti i quattro piani, come segni della materia nella parte vuota del volume geometrico degli edifici, rigorosamente paralleli tra di loro e tutti affacciati nella medesima direzione.
Negli stessi anni a Cortoghiana Francesco Saverio Muratori ha l’occasione di completare, con il fabbricato della chiesa, l’impianto urbano della cittadina con la definizione della grande piazza sul lato est. Intervento realizzato nel rispetto delle ipotesi di piano iniziali, ma con l’impiego di quel linguaggio nuovo, fatto di forme leggiadre, tese ad alleggerire e a smaterializzare gli elementi strutturali della fabbrica, forme e linguaggi che caratterizzarono questo periodo della produzione architettonica.

Nel caso della lunga e notevole attività di Muratori nella pratica professionale, la chiesa di Cortoghiana si può considerare l’esperienza che ha fatto da spartiacque fra il periodo razionalista e il periodo storicista, culminato quest’ultimo con la realizzazione della sede della Democrazia Cristiana all’Eur di Roma ("tavola sinottica di alcuni elementi rigenerati della tradizione manualistica" come ce la descrive Guido Canella nel numero 13/14 anno 1980 della rivista Hinterland).

Anche a Fertilia la chiesa completa l’impianto urbano, e l’edificio viene realizzato ricalcando abbastanza fedelmente le linee di progetto del 1933 di Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la torre campanaria, costruita sul fianco destro della chiesa, si pone con evidenza nella linea delle coetanee esperienze del dopoguerra.
Tornando un attimo indietro, è interessante l’esperienza dei Sottsass a Iglesias che con il loro Villaggio operaio del 1949, inaugurano una felice stagione di presenza in Sardegna, che li vedrà attivi anche a Quartu Sant’Elena, ad Arborea e nella stessa Cagliari. L’intervento progettato e realizzato ad Iglesias è un nucleo autosufficiente, proprio secondo la tradizione delle fondazioni, comprendendo, oltre agli alloggi, le scuole, le strutture per lo svago e il tempo libero, negozi, bar e ristoranti, la chiesa e tanto verde che permette un ombreggio diffuso, visto che "le famiglie operaie non possono evacuare nei mesi estivi ".

Si ritorna quindi a indagare sulle possibilità che offre l’idea di "città giardino", che sarà ripresa a Cagliari anche da Adalberto Libera, in contrapposizione anche figurativa con le esperienze precedenti, ma nondimeno memore della grande lezione di Eugenio Montuori e del suo piano di ampliamento di Carbonia.

(1 - continua)

 

Quando Cagliari ricostruì la via del commercio

A Cagliari il problema primario fu quello della ricostruzione. L’esperienza di Raffaello Fagnoni per la chiesa di San Domenico (1949-53), oltre ad essere la più conosciuta, è senz’altro anche la più matura e la più ricca di complessità. Il difficile tema della costruzione sulla costruzione, della edificazione di un nuovo organismo sulle macerie dell’antica fabbrica, sembra avere esaltato la capacità di reinventare lo spazio sacro da parte del progettista.
Questa costruzione offre in realtà gli spunti più convincenti nelle soluzioni adottate per lo spazio interno, segnato dal generoso intreccio delle nervature in calcestruzzo dell’aula, dalla rarefazione del segno nello spazio presbiterale cupolato, dal profilo articolato del piano del pavimento: una bella virtù dettata dalla necessità di accompagnare col nuovo gli spazi sottostanti del complesso medioevale. Meno efficace sembra essere invece il suo inserimento urbano, dove i diversi elementi con i loro affacci esterni (scalinata, torre campanaria, facciata, cupola e corpo della biblioteca del convento), dialogano con difficoltà tra di loro e con il contesto, pur essendo comunque pregevoli per il raffinato trattamento materico delle superfici, in continuità e in contrapposizione con le superfici delle pareti interne.
L’edilizia di culto è campo di ragionamento fuori dalla mischia dei temi consueti, favorevole a quel "disgelo" rispetto ai rigori disciplinari e ideologici del ventennio che gli anni Cinquanta sembrano auspicare. La bella immagine di Pier Paolo Pasolini (L’usignolo della Chiesa Cattolica, Milano 1958) restituisce efficacemente il ruolo ricoperto da queste esperienze sul terreno delle forme costruite, oltre che in campo sociale.
Particolarmente intensa l’attività edificatoria nel largo Carlo Felice, centralissima strada di Cagliari. Questa grossa arteria continua a costruire la sua immagine di centro amministrativo e direzionale, sulla linea della trasformazione della città da piazzaforte a città mercantile e di commercio, avendo all’orizzonte il mare e la libertà di traffico.
Già all’inizio del ventesimo secolo la costruzione della Banca Commerciale, della Camera di Commercio (su progetto di quel Luca Beltrami che ideo tra le altre cose anche la sede del Corriere della Sera a Milano), e l’insediamento del Banco di Napoli nel Palazzo Devoto, di fatto esaltavano il nuovo ruolo di questo spazio urbano di fronte al porto. La coppia di edifici della Banca d’Italia e della Banca Nazionale del Lavoro, su progetto dei romani Foschini e Del Debbio, edificati al posto del vecchio mercato, emulano con la loro presenza gli altri due edifici ottocenteschi di Luca Beltrami.

Allora fu il miglior professionismo milanese a dare la nuova cifra stilistica e di rappresentanza alla città, adesso è il turno del professionismo romano. Simili come ingombro, questi due edifici differiscono però profondamente nei particolari architettonici. Tanto è monumentale e aulica la fabbrica della Banca d’Italia, quasi a significare e simboleggiare visivamente la necessaria gerarchia, quanto è leggera e variamente articolata la facciata della Banca Nazionale del Lavoro.

L’edificio della Banca d’Italia è ancora memore dell’importanza data all’architettura, durante il ventennio, nel rappresentare l’istituzione, per parlare con la voce del potere dello Stato. L’ingresso centrale sottolineato da poderosi stipiti, il grande basamento in cantoni di granito a bugnatura accentuata, la verticalità sottolineata dal taglio delle finestrature, la fitta serie delle stesse al piano alto come coronamento, danno la misura dell’intenzione.
Il fronte della Banca Nazionale del Lavoro, che con sottili lesene continua a dare la trama verticale dei partiti di facciata, privilegia la presenza dei vuoti sulla linea orizzontale, sottolineata anche dal brise-soleil che sembra proiettare il piano di facciata in avanti sulla terza dimensione.

Questo serrato dialogo fra classicismo e modernismo veniva intanto risolto in modo brillante da Ubaldo Badas che, già grande protagonista della costruzione di Cagliari fra le due guerre, con il suo Banco di Roma sullo stesso largo Carlo Felice (1955) dà una prova mirabile della sua capacità progettuale.

Costruito su un isolato bombardato, questo edificio contiene in uno la capacità di interpretare il luogo urbano (una grande colonna in fondale alla salita del Largo, con una certa voglia forse di esserci in quelle forme anche sull’altro lato della piazza, a costruire così una imponente scena urbana), la lezione del "moderno" e la sua messa in discussione con il ritorno alla riflessione sull’eredità della storia.

Non si può negare che l’edificio di Badas, fatta salva la prevalenza dello sviluppo verticale, soprattutto nell’attacco a terra e nel basamento, sia memore della lezione data dalla Casa sulla Michaelerplatz di Adolf Loos).
Poco distante lo stesso Badas si comporta in modo più prudente e, forse costretto dalle particolari dimensioni del lotto a disposizione, affaccia l’edificio del negozio Costa Marras (fine anni Cinquanta) su una traversa del Largo, offrendo a quest’ultimo il fianco. Questa è comunque un’occasione che Badas sfrutta magistralmente per mettere in evidenza il suo amore per l’artigianato, non secondo certo a quello per l’architettura. Lo stretto affaccio sul Largo ospita infatti delle decorazioni ceramiche di Giuseppe Silecchia: l’architettura si afferma nel dubbio e lascia il campo all’ornamento (che non è più delitto).

Non altrettanto discreto sembra invece l’edificio di Guido Vascellari in via G.M. Angioy (palazzo Alziator). Contemporaneamente imponente (per le dimensioni rispetto all’intorno) e garrulo (per la prevalenza data alle cromie dei materiali che lo caratterizzano più degli altri elementi architettonici), quest’edificio, situato in una strada parallela al largo, vorrebbe chiaramente trovarsi allineato a quelli già citati, e fa capolino sulla piazza dal cannocchiale ottico della traversa.

Vascellari ebbe un’altra ghiotta occasione: in cima alla leggera erta della Strada nuova, denominata via Sonnino, progetta e realizza tra il ’53 e il ’59 un edificio per residenza e uffici (il Banco di Sassari), proprio in quella piazza Garibaldi che già ospita il rinomato palazzo Zedda di Salvatore Rattu. La posizione scelta, il taglio volumetrico, la costruzione della quinta urbana sono i fatti positivi di questo intervento, che sul piano del singolo manufatto e dei dettagli scivola però in qualche formalismo.

Poco distante, sulla via Bacaredda, il palazzo dell’Intendenza di Finanza (1953-55) di Oddone Devoto, in continuità alla cortina edilizia delle case popolari dei primi anni del secolo, è notevole come esempio dei linguaggi e dello "stile" architettonico di quegli anni (purtroppo un recente intervento di ristrutturazione ha alterato completamente i tratti caratteristici della facciata, dove i vetri in verde acido degli infissi restituivano un gradevole contrasto cromatico con il rosa delle trachiti della muratura).

Meno appariscenti ma, ciò non di meno, raffinate le presenze di Luigi Valentino, autore fra l’altro di un palazzo un via Eleonora d’Arborea e di quello che sarebbe dovuto essere, nel piano di ricostruzione, la testata del tunnel passante il colle di Castello (1949-1950).

Anche sul fronte dell’edilizia abitativa Cagliari recita un ruolo importante, e importanti sono i nomi dei protagonisti, da Sacripanti a Libera, da Natoli ai Sottsass, da Mandolesi allo studio Valle di Roma. Particolarmente significativa la presenza di Adalberto Libera, che nel quartiere di via Pessina, aderendo alle tendenze della nuova architettura, disegna un intervento che rompe con la tradizione dell’allineamento sul fronte strada, dell’isolato a blocco, del primato dell’impianto urbano che a Cagliari, nelle zone di espansione, ricalca ancora gli schemi della città ottocentesca.
La sua città giardino, nelle maglie più larghe di uno standard più generoso, si pone come momento innovativo rispetto alla coeva edilizia economica e popolare, potendo interpretare la città in maniera meno intensiva. La felice disposizione urbanistica, l’aspetto esteriore sobrio, la curata distribuzione interna, sono i pregi principali di una prassi progettuale, che fa proprie le ragioni del funzionalismo." (F. Masala, in "Arte, architettura, ambiente", n. 1, anno 2000).

Libera è noto a Cagliari anche per il suo pregevole Padiglione della Cassa per il Mezzogiorno (oggi conosciuto come sala Figari) alla Fiera Campionaria. Una trave a profilo alare rovesciato, con un solo appoggio a terra, ripetuta in serie con raddoppio speculare, a racchiudere uno spazio interno che si smaterializza e si annulla con la grande asola zenitale a cielo aperto. Tanto sono "domestiche" le case di via Pessina, quanto è aristocratico e solitario questo oggetto: gesto evocativo e monumentale dove l’architettura è chiamata nuovamente a coprire un importante ruolo di rappresentanza. Oggi purtroppo, avendo subito notevoli rimaneggiamenti dettati da necessità funzionali e statiche (e in questa vicenda vediamo curiosamente all’opera Ubaldo Badas), il Padiglione non è più visibile nelle sue linee essenziali.

(2 - continua)

 

Idee nuove in periferia

Ultima parte del viaggio di Aldo Lino sull’architettura in Sardegna nel secondo dopoguerra. Gli articoli fanno parte del volume "La città ricostruita", pubblicato dalla Cuec su iniziativa della sezione sarda dell’Istituto nazionale di urbanistica, e curato oltre che da Lino, da Alessandra Casu e Antonello Sanna.

Ad Oristano ha occasione di affrontare un tema importante l’architetto Vico Mossa, studioso riconosciuto dell’architettura domestica tradizionale, con un edificio che gli consente di cimentarsi con un’altra delle ambizioni di quegli anni, lo sviluppo in altezza. Su una pertinenza della vecchia cinta muraria, a fianco della torre giudicale di Mariano, dirimpetto alla grande Piazza Roma, sorge il palazzo Sotico, testimonianza notevole di quella ansia di crescita e di ricerca di un nuovo centro che, nel dopoguerra coinvolge anche Oristano.

Il palazzo è la nuova muraglia urbana, con i "cariaggi" che non accolgono più i carri della campagna carichi dei suoi prodotti, ma diventano i portici del nuovo centro urbano pronti ad ospitare nuovi commerci e nuovi scambi. Pur essendo frutto del clima liberistico dei regolamenti edilizi di quegli anni, il palazzo So.Ti.Co rappresenta bene per Oristano le istanze, le aspirazioni e le speranze per il futuro che la comunità urbana restituiva nelle forme disegnate secondo la maniera dei tempi.

A Bosa invece, nella zona di ampliamento dei viali, lungo il Temo verso il borgo a mare di Bosa Marina, ritroviamo Ubaldo Badas, con un edificio che si differenzia abbastanza rispetto alla sua pur eclettica produzione: il nuovo Seminario diocesano (1954). Occupando quasi l’intero isolato insieme alle strutture sportive all’aperto, è costruito per addizione di singole parti e diverse funzioni (gli ambienti di rappresentanza e di servizio, le camere, le sale di studio e la biblioteca, il refettorio e le cucine, la cappella interna), con affacci variamente articolati, che denunciano chiaramente all’esterno la differenziazione e la destinazione degli spazi interni.

Quasi un abaco di elementi costruttivi, cui ad ognuno, singolarmente, viene data una forma obbediente al gusto leggiadro, forme ottenute ripensando quelle della tradizione locale (le mensole in ferro dei balconi, le grate realizzate con strisce di ferro piatto intrecciate a losanga, le finestre binate aggraziate da un leggero arco in sommità, l’impiego di doghe in legno per ombreggiare).

Una sorta di regional style si potrebbe considerare la risposta di Badas a quanto andava realizzando, nella vicina Alghero, Antonio Simon Mossa, che cercava un’identità regionale dell’architettura in canoni estetici spagnoli e catalani. Uomo politico di frontiera e poliedrico intellettuale, Simon Mossa ebbe numerose occasioni di praticare il mestiere di architetto (suoi sono l’albergo Lepanto, il complesso residenziale Palau de Valencia, l’albergo El Faro, il complesso di Porto Conte progettato insieme a Marco Zanuso,.

E’ doveroso ricordare anche l’opera dell’ingegner Marcellino, progettista e costruttore di un edificio molto significativo: l’albergo Esit. Realizzato negli stessi anni del Seminario di Badas, questo edificio è il suo esatto contrario. Incurante della presenza della città, l’albergo le volta le spalle e guarda solo il mare, che ha all’orizzonte Capo Caccia a chiudere con suggestiva scenografia il golfo. Alghero, prima fra le città in Sardegna a intravedere nelle sue valenze paesistiche e ambientali opportunità di progresso economico, comincia a realizzare strutture a destinazione turistica.

Numerosi alberghi Esit sono stati realizzati in questo periodo dall’ente regionale omonimo in diverse località dell’interno e della costa. Per Alghero fu l’inizio di un processo di sviluppo più consistente che altrove, quasi la scoperta di una vocazione della città e del suo territorio: quest’albergo rappresenta bene il fenomeno anche sul piano formale, obbedendo nel suo disegno a quell’international style di cui gli alberghi americani della catena Hilton divengono i veicoli nel mondo.

Dice Richard Price nel suo pregevole Una geografia del turismo: paesaggio e insediamenti umani sulle coste della Sardegna che il turista doveva ritrovare nel posto della sua villeggiatura uno spazio familiare, formato secondo canoni estetici propri della sua cultura, della sua sensibilità e della patria di origine.
A Sassari troviamo all’opera Fernando Clemente che sembra seguire, in Sardegna, le orme di quel Piero Bottoni che tanta parte ha avuto per lo sviluppo dell’architettura a Milano. Oltre i suoi grattacieli, oltre le sue università e ospedali, ci porta a questa convinzione la sua attività nelle campagne e nelle periferie, che sono i veri teatri del sociale in questi anni ricchi di speranze. Il quartiere di Latte Dolce, progettato da Fernando Clemente, Enrico Mandolesi, Mario Fiorentino e altri, è una palestra di formazione di questo gruppo di giovani architetti e di sperimentazione dei nuovi linguaggi.

Linguaggi che opere come le case in viale Etiopia a Roma di Mario Ridolfi avevano prepotentemente imposto come argomento primo del dibattito disciplinare. I reticoli strutturali in calcestruzzo a vista in accoppiata con i tamponamenti in mattoni rossi, fanno della componente cromatica uno dei tratti distintivi di queste architetture. Il segno non è ancora deciso e certo, le campiture non hanno trovato ancora un giusto ritmo, siamo però nella direzione della ricerca di una nuova regola.

Sempre a Sassari è ancora Ubaldo Badas a salire in cattedra con il suo Padiglione per l’Artigianato. Nel grande spazio dei Giardini, dove sarebbe dovuta sorgere una grande piazza a fianco del centro storico (emiciclo Garibaldi) a similitudine di episodi analoghi in altre grandi città (vedi il caso di Napoli con la sua piazza Plebiscito), Badas, con una certa preveggenza sulla difficile realizzabilità di quell’idea, attua quel programma su una scala ridotta.
Il suo edificio è infatti quasi una piazza, una piazza coperta, come denunciano chiaramente gli elementi architettonici più importanti: le nobili pilastrate interne rivestite di marmo bianco venato e divisi in due da un "bassofondo", che li percorre per tutta l’altezza rendendoli immateriali, pilastri che inclinano la loro linea verticale a una certa quota e sembrano non sostenere la copertura in liste di legno accostate, che quasi galleggia nello spazio come elemento sospeso e con una morbida linea.

L’esperienza maturata a Sassari con la realizzazione del quartiere di Latte Dolce sarà molto utile a Enrico Mandolesi per il progetto dell’intervento Incis nel quartiere La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui il disegno si raffina, il ritmo diventa più sicuro, i materiali vengono impiegati con maggiore padronanza e si introducono artifici meccanici che rendono questo progetto estremamente interessante. Il corpo scale è impostato su un quadrato ruotato di quarantacinque gradi rispetto al filo dei fabbricati, riuscendo così da consentire una distribuzione di un alloggio per piano, con lo sfalsamento in altezza dei corpi di fabbrica.

I corpi scala sono vere e proprie cerniere della composizione dell’impianto, la loro rotazione consente di organizzare gli edifici in linea e le corti interne senza soluzione di continuità. Il ritmo dei tamponamenti in mattoni rossi sulla griglia strutturale, interrotto dalle finestrature strette e sviluppate per tutta l’altezza del piano, è arricchito dai vuoti delle logge, che scavano con molta misura i volumi consentendo una gradevole compenetrazione di interno ed esterno.
Il taglio degli alloggi è medio-piccolo, tanto che oggi i residenti stanno via via recuperando superfici utili proprio da queste logge. Questo fatto dimostra come gli standard che erano ottimali cinquanta anni fa si rivelano purtroppo insufficienti rispetto agli attuali bisogni.

Alla fine di questa ricognizione attraverso le esperienze del dopoguerra in Sardegna, bisogna ricordare la vicenda, in qualche modo ancora oggi controversa, della realizzazione del complesso della Società Elettrica Sarda nella centralissima via Roma, su progetto dell’architetto Gigi Ghò.

Sul numero 74 della rivista Edilizia Moderna, dicembre 1961, leggiamo "A Cagliari, nel cuore della città, sorge la nuova sede della Società Elettrica Sarda. Progettato nel 1947, l’edificio è stato ultimato ed inaugurato nel ’61 per celebrare il cinquantenario della fondazione della Società, e lo si può aggiungere alle più grandi realizzazioni della Ses. in Sardegna ed in Italia: la diga del Tirso, la più grande in Europa del suo tempo, è sempre il valido simbolo della società nel mondo.

L’edificio sorge su un’area situata in uno dei punti più interessanti della città, nella zona del porto, a livello del mare. Di fronte ha la via Roma, la più nota ed animata di Cagliari; alle spalle il futuro centro direzionale, il capo Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati di Bonaria. A fianco il porto, le darsene, il mare Tirreno, le navi in arrivo; sopra le logge, i terrazzi, i bastioni e le zone panoramiche di Cagliari alta".

Efficace la descrizione per un edificio che doveva continuare la linea di rinnovamento del centro urbano cominciata un secolo prima nel Largo Carlo Felice, con il palazzo della Banca Commerciale Italiana di Luca Beltrami, chiudendo a est la grande piazza che comincia con la testata della stazione delle ferrovie. Chiudere lo spazio per definirlo con forza, come ormai non poteva più fare il demolito palazzo della dogana, a riaffermare comunque un’idea di città propria dell’Ottocento.

In forme però completamente nuove e inusuali per la Cagliari di quegli anni, con la maglia strutturale in vista e appoggiata a terra con semplici cerniere, quasi un ideale traliccio delle linee elettriche realizzato in calcestruzzo. Ritorna l’architettura fatta di linee e di nervature in vista, come già negli spazi interni del San Domenico, e come Figini e Pollini avevano magistralmente sperimentato nelle case in via Broletto a Milano.
Il palazzo della Società Elettrica Sarda idealmente conclude con positiva ambizione il percorso faticosamente iniziato dall’architettura in Sardegna con la ricostruzione. Percorso che, comunemente e correntemente, viene ancora oggi giudicato in maniera negativa. Ma come abbiamo visto, fra le campagne aggredite dalla città che cresce con assordante gracidar di rane, si è sentito molto spesso il canto dell’usignolo.

(3 - fine)  Aldo Lino

Un articolo dall'Unione Sarda del 19 aprile 2002

Parla il curatore della mostra Carlo Fabrizio Carli

Un'architettura a misura di campo

Carlo Fabrizio Carli è il curatore della mostra romana assieme a Renato Besana, Leonardo Devoti, Luigi Prisco e - per la parte sarda - Giorgio Pellegrini. L’esposizione è promossa dalla Regione Lazio e sponsorizzata dal Touring Club. Che in qualche caso ha ovviato alle diffidenze di alcune città sarde («non Arborea, ma le altre», dice Pellegrini) stupidamente diffidenti nel mettere a disposizione il loro patrimonio fotografico, affinché la mostra romana potesse essere più completa.
«Per troppi anni - dice Carli - il discorso sul patrimonio architettonico del fascismo è stato rimosso. Una damnatio memoriae alla quale è seguita un’ovvia riscoperta. Anche perché quel che l’architettura produceva in Italia all’inizio nei primi decenni del Novecento era di assoluto interesse internazionale.
Non a caso Terragni è studiato dai maggiori esperti come una dlele punte massime della qualità architettonica del Novecento. Non tutte le città di fondazione restituiscono lo stesso fascino ma Sabaudia, subito dopo Brasilia è la città più studiata dagli esperti del Novecento».
«E in Sardegna, Mussolinia Arborea è un caso palpitante di questa realtà. Un architetto come Giovan Battista Ceas è un personaggio ancora poco noto in Italia. Ma geniale, straordinario, a lui si debbono alcune realizzazioni come la casa del fascio di Arborea, edifici di impianto circolare che paradossalmente non trovano posto nei manuali d’architettura».
Qual era l’idea base delle città di fondazione?
«Le città nuove create dal fascismo non hanno senso se non si tien conto che servivano a bonificare enormi porzioni del territorio italiano. Il fascismo liberò dalle paludi circa tre milioni di ettari. Un intervento colossale che fece nascere ex novo settantaquattro città».
«Un’insieme di palazzine e verde pubblico costruite su spazi strappati a pianure malariche. Anche per questo infastidisce che si diano false valutazioni di quel che è stato fatto. In Italia e all’estero (nelle colonie d’oltremare) sorsero città e villaggi omogei, che avevano uniformità di altezze nelle costruzioni, palazzine incastonate nel verde, città armoniche che subito dopo la guerra vennero accrechiate, in qualche caso sommerse dalla speculazione edilizia. Interventi furi scala a Latina e Carbonia, nessun piano regolatore, ogni standard violato.
In quali anni?
«Anni Sessantaa. E nel caso di Latina vennero addirittura approvati piani regolatori che permisero la distruzione delle testimonaianze architettoniche di fondazione. Poi la città si pentì ma è servito a poco».
Coincise con il fatto che dopo il fascismo smisero d’esser banditi concorsi d’architettura?
«Indubbiamente. Al di là dei significati politici che uno vuol dargli, le città di fondazione vennero realizzate con una grande qualità edilizia».
Quale fu la migliore tra le nuove città del regime?
«Mah, molti centri vennero letteralmente devastati dopo la guerra e ormai si può ragionare sulla qualità storica più che sull’attualità. Sabaudia e Arborea sono senza altro tra gli esempi più interessanti. A Carbonia invece accadde di tutto, anche perché la storia della città era legata al clima autarchico e allo sfruttamento di bacini minerari che poi si rivelarono pocoproduttivi. Ma intanto la citgtà prima della guerra aveva ormai cinquantamila abitanti».
E nelle citrtà d’oltremare?
«Anche lì le esperienze di ricerca architettonica ci sono. Rilevanti e misconosciute. Parlare di città d’oltremare significava Rodi dove venne restaurato l’insediamento medioevale e dove vennero inventate strutture alberghiere. Nel Dodecanneso c’è una città Porto Lago, che era di supporto alle basi militari italiane dove vennero l’architetto Ceas lavorò molto».
«C’è poi il discorso libico e nordafricano. Soprattutto sotto il governatorato di italo Balbo, sorsero decine di villaggi metafisici, alcun dei quali costruiti per la popolazione araba con tanto di moschea, minareto, mercato. Altri vennero costruiti per i coloni italiani che a decine di migliaia andarono a trovare i loro posto al sole. Non lo trovarono ma in quei paesi ci hanno spesdso lasciato la pelle e l’anima».
Cosa resta oggi?
«In Italia la speculazione edilizia ha compiuto veri e rpopri saccheggi. Nelle città d’oltremare i danni vennero fatti dal disinteresse e dall’incuria. Anche perché le città di fondazione d’oltremare erano un reperto coloniale non amato. Foprse oggi s’incomincia a rivalutare quel periodo. in Eritrea esistono già rapporti di collaborazione con l’Italia e in Etiopia (per quanto il governo italiano sia stato brevissimo, dal 1936 al 1940) si rivalutano i piani regolatori davvero ben fatti come quello di Addis Abeba e Gondhar».    Mc. M.

STORIE DI LIMES - Carbonia Hag   (Viaggio per le città del Duce - 3)
di Antonio PENNACCHI

A Carbonia fanno un caffè hag che è la fine del mondo. Un caffè hag non nel senso di marca, ma di decaffeinato. La marca deve essere sicuramente una marca locale. Una marca sardegnola. In lingua italiana, a dire il vero, sardegnolo è solo l'asino. Tutto il resto è sardo. Ma nell'italiano che si parla intorno a Roma - l'italiano regionale del Lazio, a cui attiene anche Latina, la capitale delle città del Duce - è tutto sardegnolo. Senza distinzioni di sorta. Ma questa, come si vedrà, non è l'unica questione semantica.

Dice: “Vabbe'. Ma che sei andato fino a Carbonia solo per prendere un caffè?”. No. Che c'entra. Tutt'altro. Ma visto che stavo lì qualche caffè l'ho bevuto. E questa cosa l'ho notata. E non mi pare una cosa di secondaria importanza. Anzi. Mi sembra abbastanza rilevante. Non credo di essere l'unico nelle mie condizioni. E comunque, per quanto mi riguarda, io mi sono stufato di avere discussioni tutte le volte che entro in un bar. Chiedo un caffè hag - sempre inteso come decaffeinato: per la marca mi dessero pure quella che gli pare - e aggiungo inequivocabilmente: “Stretto. Molto stretto. Poche gocce”, perché poi lo so che mi fanno regolarmente dei brodi vegetali. E quelli, tutte le volte, mi guardano sempre strano, con sufficienza, come se fossi un minorato: “Scusi, ma perché non si prende un caffè normale?”, mi consigliano. “E se potevo prendermi il caffè buono venivo qua a chiedere un caffè hag?”, mi tocca di rispondergli ogni volta. Con la pressione che mi si alza come se avessi preso un bidone di caffè vero. Secondo loro, uno si prende il caffè hag perché non gli piace il gusto del caffè, mica perché gli fa male la caffeina. Così te lo fanno pure lungo. Dopo che glielo hai detto chiaro chiaro. E pensano d'avere fatto bene. E hanno pure un atteggiamento infastidito: “Ma guarda tu chi mi doveva capitare oggi”. Sti bastardi. Perché il caffè hag - sempre in senso generale e per sineddoche, naturalmente: ci mancherebbe pure che mi querelasse l'Hag - tutti sanno che fa schifo. Acqua calda. In tutta Italia. Del caffè non ha più manco il colore. Solo il nome. Non ti dico l'orzo: roba da suicidio. E tu ti metti pure a farlo lungo? Ma allora lo fai apposta.

A Carbonia no. Al Caffè Impero, specialmente. Fanno un caffè hag che è la fine del mondo. Meglio di quello vero. E ne puoi prendere quanti te ne pare. Bello ristretto, cremoso. Pieno di sapore. Che t'accendi subito la sigaretta. Una appresso all'altra. Alla faccia del cardiologo. Che è peggio d'un barista.

Mi pareva una scoperta da dover socializzare.

A Carbonia c'è una torre. O meglio, non sarebbe proprio una torre, ma tutti la chiamano così: “Torre littoria”. E in effetti si chiama così fin dall'inizio, da quando la costruirono, nel 1938. Oramai era diventata un'abitudine. Non solo quella di fare le torri, ma proprio quella di fare le città. S'alzavano la mattina e ne fondavano una. Prima, all'inizio - ma all'inizio l'inizio, quello del fascismo - non ne volevano proprio sentir parlare: il Duce era per la ruralizzazione, e il primo nemico da abbattere era l'urbanesimo. Era quella la fonte d'ogni male: la gente lasciava le campagne, dove aveva lavorato in pace e per benino - ognuno per suo conto, senza dar fastidio a nessuno - e veniva in città, a fare gli scioperati. O i disoccupati. E a ubriacarsi pure nelle osterie. E, mezzi ubriachi, a parlare anche di politica. “Altro che urbanesimo”, aveva detto Mussolini, “tutti in campagna!” e fece pure chiudere le osterie. Venticinquemila mila, in tutta Italia: “... a rompere i coglioni”, pare che abbia detto mentre firmava lo storico decreto. Che lavoro si siano poi messi a fare gli osti, rimane tuttora un mistero. E in quelle poche che restarono aperte fece attaccare un cartello con tanto di marca da bollo: “Qui non si parla di politica”. È storia, mica chiacchiere. Lo dice pure De Felice.

E intanto, con la fissa della ruralizzazione, sono andati avanti per una decina d'anni. “Tutti in campagna”, continuavano a ripetersi: “Questa è la vera mistica fascista”. E la gente, in campagna, ce la tenevano con la forza. Dovevano costruire - diceva la mistica - l'uomo nuovo, mica scherzi. E lo dovevano fare con le buone e le cattive. Per spostarsi ci voleva l'autorizzazione, una specie di passaporto. Da città a campagna. E viceversa. Proprio come in Siberia. O Pol Pot. E i khmer rossi. Poi uno dice che non ci capisce più niente. E dov'è che comincia una cosa e che ne finisce un'altra. Hai voglia a leggere Destra e sinistra di Norberto Bobbio. Secondo me, non ci ha capito niente neanche lui. Mi spiegasse - se è capace - chi sta più a sinistra, adesso. Se Gianfranco Fini o Massimo D'Alema. Non parliamo di Giuseppe Rauti, detto Pino. Come per il Kosovo. E chi svolge, per davvero, un ruolo oggettivamente progressista, antimperialista e rivoluzionario. Almeno secondo la “teoria dei quattro mondi” del compianto Hua Quofeng. Ma mi sa che con le storie di Carbonia tutto questo non “ciazzecchi molto”, come dice un altro che tra la destra e la sinistra fa qualche confusione. Più di me.

Fatto sta che di città non ne volevano sapere. Poi si ritrovarono Littoria, all'improvviso: fu una pensata autonoma del conte Valentino Orsolini Cencelli, che comandava da proconsole l'Opera combattenti e la bonifica delle Paludi Pontine. Il conte Cencelli si credeva d'avere fatto chissà che cosa, e per il 30 giugno 1932 - quando doveva mettere la prima pietra - invitò alla cerimonia il Duce. Quello, invece, si incazzò come una bestia. Per poco non gli mette le mani addosso. E c'è proprio un suo documento autografo (Acs, Segr. part. duce, Autografi del duce, 7.X.D. - 29 giugno 1932) che proibisce a tutti i giornali di darne la minima notizia: “Tutta quella rettorica a proposito di Littoria, semplice comune e niente affatto città, est in assoluto contrasto colla politica antiurbanistica del Regime Stop Anche la cerimonia della posa della prima pietra est un reliquato di altri tempi Stop Non tornare più sull'argomento - Mussolini”.

Cencelli, però, oramai era andato troppo avanti, con le imprese e con gli appalti; si mise la coda tra le gambe e tirò dritto per la sua strada: “Male che va, mi manderanno al confino”. E fece Littoria. E, mentre la faceva, lo venne a sapere la stampa estera. E la notizia rimbalzò per tutto il mondo: “Questi fanno le città!”, dicevano ammirati. E cominciarono a venire - a miracol guardare - dall'America. E soprattutto dalla Russia. Per davvero. Ministri sovietici. E presidenti dei kolchoz. In fila per uno. Per vedere come si faceva. (Destra o sinistra? Boh.) E allora il Duce ci prese gusto. E si prese tutto il merito. Il 18 dicembre 1932 - sei mesi dopo - ci venne lui a inaugurare Littoria. E dopo ne fece fondare altre. A tutta gallara. Una appresso all'altra. Altro che “cerimonie e reliquati d'altri tempi”. Dalla mattina alla sera non faceva che mettere prime pietre. A Aprilia, addirittura, si mise sul trattore a tracciare il solco sacro, come facevano gli àuguri etruschi, e come aveva fatto Romolo, il giorno che per scherzo, prima di scannare per davvero suo fratello, s'era messo a sfotterlo: “Mo' ti faccio vedere che fondo Roma”. E quello gli aveva risposto. E una parola tira l'altra. Proprio come al derby (pare che Remo fosse pure laziale). E quando s'è ritrovato - Romolo - con la coratella in mano, non s'è più potuto tirare indietro. Che figura ci faceva con gli ultras? E ha fatto Roma.

Alla fine ne hanno fatte 21 - i fascisti, non gli ultras; e città, non coratelle - tra grandi e piccole. In tutta Italia. Senza contare i villaggi coloniali in Libia. In tutta Italia, dall'Alpi alle piramidi, dal Manzanarre al Reno: Istria, Friuli, Sardegna, Agro Pontino, Puglia. In soli 10 anni. Dal '32 al '43. E meno male che hanno perso la guerra. E hanno dovuto smettere. Se no non lasciavano più un metro di campagna nemmeno in Valpadana. Pure sopra le Dolomiti.

All'inizio, come detto, erano partiti alla chetichella, coi disegnini dei geometri dell'Opera combattenti (non parliamo di Mussolinia, ora Arborea, che ci si erano messi gli elettrotecnici). Poi man mano hanno dato spazio agli architetti, e a tutta la grancassa. E ognuno andava a guardare quello che aveva fatto quell'altro. E trovava, naturalmente, da ridire: “Madonna che schifo”. Ma copiava quello che c'era da copiare. E così, passin passino, tra uno “schifo” e l'altro, alla fine è venuto fuori uno stile, con la sua bella regula. E se tu vai, appunto, dall'Alpi alle piramidi dal Manzanarre al Reno, le riconosci tutte quante, appena annusi l'aria: “So' le città del Duce”. E mica solo per gli eucalyptus. Ma proprio per lo stile, per la regula. Come quella della “Torre littoria”.

Ha cominciato Frezzotti - a Littoria, appunto - con la torre del Comune. Poi Sabaudia, Pontinia, e così via, con queste torri più alte del campanile della chiesa. L'idea, evidentemente, era quella di ricollegarsi all'età dei Comuni medievali: la torre municipale come segno del potere comunitario e laico, primo fra tutti gli altri, pure quello religioso. Il segno dello Stato. Stato etico, peraltro. Difatti, sotto a quella di Littoria ci appesero anche una lapide, con le parole che il Duce aveva detto il giorno dell'inaugurazione (l'iscrizione sulla lapide fu cancellata a mazzetta e scalpello, a damnatio memoriae, nel 1946, ma il mitico Finestra adesso l'ha fatta rifare e riappendere, monumentum perenne, e i verdi - come detto in altro numero - lo hanno denunciato per apologia di fascismo e ci hanno lanciato contro della vernice nera, senza però riuscire a prenderla): “I contadini ed i rurali / debbono guardare / a questa torre che domina la pianura / e che è un simbolo della potenza fascista / Convergendo verso di essa / troveranno quando occorra / aiuto e giustizia / Mussolini”. Vedi un po' se non la facevano pure dalle altre parti. E così l'hanno fatta anche a Carbonia.

Carbonia, però, è del 1938. Littoria del '32. Sei anni. Che sono sei anni? Niente. Un battito d'ali, nel flusso del tempo. Ma quasi un terzo sano dell'intera Era Fascista. Hai detto niente. In sei anni - in quei sei anni - è successo di tutto. Non solo nell'architettura e urbanistica razionalista, ma nell'intero fascismo: in quel periodo è racchiusa, in nuce, l'intera e specifica esperienza. Ne è il fulcro: c'è l'epigenesi e la teleologia. Tutto quello che è avvenuto prima, e tutto quello che avverrà dopo non ha, in termini strutturali, molta importanza: tutto s'è giocato là. Lì s'è raggiunto l'acme e s'è fatto il giro di boa. Dalla carta del lavoro, l'Inps e le bonifiche si è passati all'autarchia, alla conquista dell'impero, alla politica di potenza. Dagli anni del consenso alle leggi razziali. E dalla torre di Littoria a quella di Carbonia.

A Carbonia difatti, come detto, c'è una torre. O, almeno, tutti la chiamano così. È un affare in trachite, una pietra di quelle parti che loro dicono che è rosa. A me sembra grigia, ma io sono daltonico e non faccio testo. È un affare, comunque, imponente. Che si vede da lontano. Suddivisa in cinque piani, è alta quasi 28 metri (27,50 per la precisione), e alcune fonti dicono che è a base quadrata, con lati di 12 metri e mezzo, quasi metà dell'altezza. L'ingegner Paolo Costa invece, con la pianta sotto il naso e misurando con la squadra, sostiene che è a base rettangolare: 11 metri per 15 (la prossima volta mi porto la fettuccia. E finisce la questione). Sia in un caso che nell'altro, comunque, resta che questa cavolo di base è intorno ai 150 metri quadri, metro più metro meno. Base troppo larga, per un corpo di soli 4 mila metri cubi ed alto meno di 28 metri. In termini armonici, come “torre” è nana. Mozza. Tagliata a metà. Avrebbe dovuto essere alta almeno il doppio. Altrimenti è come la differenza che c'è tra un leone e la gatta di mia figlia, che dice: “Sempre felini sono”. Sì, vabbe'. Una torre, per essere tale, deve protendersi notevolmente in altezza - almeno secondo il vocabolario e tutti i testi di storia dell'architettura - avendo anche, possibilmente, il carattere della “snellezza”: sottigliezza proporzionata di forme. L'altezza, in parole povere, deve avere una nettissima prevalenza su tutto il resto delle dimens