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Architettura -
Urbanistica: Carbonia, "città di fondazione"
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Lucia
Nuti (Docente di Storia dell'architettura moderna
nell’Università di Pisa)
La politica di fondazione fu varata dal regime
fascista all’inizio degli anni Trenta e condotta poi sino alle soglie
della guerra senza soluzione di continuità, con una periodicità
annuale quasi costante. Aggregata di volta in volta a scelte vincenti,
la bonifica integrale prima, l’autarchia poi, essa non fu mai comunque
abbandonata ed ancora dopo il 1940 sotto questo segno veniva
riorganizzato l’insediamento nei nuovi grandi comprensori di bonifica
del Tavoliere e del Foggiano.
Si può indubbiamente obiettare che le città nuove non erano città nel
senso proprio del termine, sia per l’estensione territoriale molto
modesta, sia per l’elementarità della popolazione residente. Soltanto
due di esse – Littoria e Carbonia – superarono di molto le
soglie fissate sfuggendo alle stesse previsioni dei costruttori, ma
Carbonia rimase ugualmente per la sua composizione demografica qualcosa
di sostanzialmente diverso da una città.
Ed è ugualmente vero che le nuove fondazioni non erano nate
all’interno di un programma di urbanizzazione delle popolazioni
rurali. Si cercava al contrario di favorire la deurbanizzazione
sottraendo manodopera eccedente e potenzialità conflittuale nelle zone
più calde per trasferirla stabilmente sotto il controllo di più idonei
patti di lavoro. Ma la questione città/non città appare presto
superata da un altro dato fondamentale: con l’immediata elevazione a
comune, i piccoli centri appena sorti divenivano attivi nei confronti di
una porzione del territorio circostante come sede di funzioni, sia pure
elementari. Essi erano quindi l’elemento base di un’organizzazione
verticistica del territorio che dal centro raggiungeva la periferia
attraverso una rete di controlli; rete che in quegli anni si stava
appunto riorganizzando con una revisione delle circoscrizioni
amministrative, accorpamenti o smembramenti, promozioni o declassamenti
gerarchici di capoluoghi.
È proprio questo in ultima analisi l’elemento unificatore di una
sequenza di interventi altrimenti caratterizzata da settorialità, da
incertezze, da improvvisazioni, da episodicità; e l’intera vicenda
diviene in questo modo scelta politica. Poiché però la fondazione non
fu gestita direttamente dagli organi statali, ma passò attraverso il fìtto
sottobosco di enti parastatali o anche società private, i meccanismi
innescati non funzionavano poi così direttamente in senso centripeto,
ma furono immediatamente bloccati dal filtro dell’Ente costruttore. In
tal modo l’Ente, in contrasto o in sintonia con il potere centrale,
diveniva il primo vero detentore di quelle funzioni. Rimane ancora da
verificare quanto il termine «nuova» si spinga al di là dell’ovvia
novità della presenza urbana su un territorio in precedenza privo di
insediamenti e in che misura sia motivato da scelte culturali nuove.
Mussolini, nell’inaugurare Littoria, intendeva questa novità nel
rifiuto di un’identità e di prerogative urbane e respingeva
polemicamente per i nuovi centri anche il nome città;
ma le esigenze di propaganda gli avrebbero fatto presto cambiare idea.
In seguito Piccinato, nell’illustrare Sabaudia, ne sottolineava la
novità rifiutando ancora il termine città nel senso ottocentesco, come
qualcosa «di chiuso, di murato, qualche cosa di contrapposto alla
campagna». Poco dopo
però l’involuzione culturale sempre più pesante doveva attenuare
queste polemiche affermazioni di novità e reinserire le «moderne città
di bonifica» nell’alveo della tradizione nostrana.
Verifichiamo allora quale fu la risposta della cultura contemporanea di
fronte al tema, che in quegli anni diveniva occasione concreta, della
tanto sognata progettazione globale che non fosse vincolata da
preesistenze storiche.
Quasi paradossalmente la città nuova sulla carta stenta ad assumere una
dimensione che non sia quella ufficiale composta con le veline dei
comunicati stampa. E se questo silenzio agli albori della vicenda, tra
il 1928 e il 1932, cioè tra il primo, incerto costituirsi di Mussolinia
e l’inaugurazione di Littoria, può essere ancora imputato a
disattenzione o sottovalutazione del problema, la stessa motivazione non
è più sostenibile quando nel giro di pochi anni la propaganda crea ed
alimenta, con un bombardamento di immagini e notizie, il mito della città
nuova, esportandolo anche oltre i confini nazionali.
Per la seconda città pontina è bandito un concorso nazionale che
coinvolge attivamente alcuni gruppi di tecnici e sul suo esito si
scatena addirittura una baruffa parlamentare.
Il nome di Sabaudia diviene immediatamente noto, ma non serve ad aprire
una riflessione critica sulla città nuova. La realizzazione anzi
fornisce nuovi argomenti a favore del razionalismo in un dibattito
sull’architettura che contemporaneamente dilaga sulle riviste,
trasformandosi spesso in una polemica improduttiva.
“Casabella” – che pure costituì in tutti quegli anni la
voce di un dissenso o almeno di una verifica critica sulle principali
opere del regime – esclude anche la semplice informazione sulle città
realizzate, con l’ovvia eccezione di Sabaudia, per la quale Pensabene
confeziona un commento che non si discosta nemmeno troppo dai comunicati
ufficiali.
Pagano alla fine del 1942 poteva giustamente vantarsi che la rivista in
diverse occasioni si era occupata di urbanistica,
ma ciò era avvenuto soltanto in relazione ai problemi della grande città,
sia sul tema degli scempi perpetrati nei centri storici, sia su quello
delle case popolarissime nei nuovi quartieri operai. Pagano era stato
inoltre coinvolto in prima persona nello studio per il raddoppiamento di
un piccolo centro, Portoscuso, a servizio delle miniere di
carbone del Sulcis.
Eppure soltanto a fatica e tra le righe dei suoi scritti di quegli anni,
relativi alla polemica sull’architettura, si rintracciano due accenni
alle città nuove: uno diretto con l’abituale sarcasmo contro i
progetti architettonici del Frezzotti per gli edifici pubblici di
Pontinia e l’altro, molto enigmatico, sulle inabitabili case di Arsia.
“Quadrante” tra il 1934 e il 1935 diffonde con una raffica di
brevi e confusi articoli la teoria della città corporativa.
Il discorso coinvolge vecchie città e fondazioni nuove nel quadro di
una revisione totale dell’urbanistica. Secondo la teoria soltanto la
formulazione di un piano regolatore nazionale avrebbe consentito di
stabilire preliminarmente, nel quadro dell’interesse generale, le
funzioni da assegnare ad ogni singola città. La città sarebbe quindi
divenuta corporativa in quanto espressione del carattere corporativo del
regime fascista, lontano dall’anarchismo liberale, lontano
dall’oppressivo collettivismo.
Perché, entro i limiti assegnati dall’alto, ogni città avrebbe poi
conservato l’individualità del suo quadro formale, l’originalità
del suo volto; e a plasmarne armoniosamente l’anima era chiamato
appunto l’urbanista. Sboccata nel vicolo cieco della coincidenza tra
forma architettonico-urbanistica ed espressione politica, la teoria
diventava inevitabilmente ancora più vaga e confusa. Accettava
l’equazione linea retta/ordine nuovo e razionale ed identificava la
vera espressione del fascismo in geometria, limpidità e chiarezza.
Ma nonostante questo, le prime città pontine risultavano una cocente
delusione, una moneta falsa anche se nuova. Le strade diritte, le
facciate regolari erano solo il riassestamento esteriore di una città
vecchia nel contenuto. L’occasione era stata sprecata, il principio
puro inquinato per incompetenza dei tecnici che non si erano mostrati
all’altezza del compito e non avevano bene assimilato il concetto di
città fascista corporativa: fascista nell’impianto urbanistico
(conscia cioè della missione che nel complesso lo Stato deve assolvere)
e di conseguenza nella sua organizzazione e nella sua vita.
Era questa una nuova invocazione da parte degli architetti perché
l’architettura moderna, le cui posizioni ormai progressivamente si
indebolivano, fosse salvata con un atto di forza e fosse proclamata
vincente dittatorialmente, come architettura di Stato.
E l’equivoco di questa richiesta che contraddiceva in pieno i princìpi
stessi dell’architettura moderna non poteva non sfuggire a Persico,
la cui sdegnata replica non si fece attendere, mentre la teoria stessa
naufragava nell’indifferenza generale.
Ancora una volta, con Persico il dibattito ritornava sull’architettura
e sulla triste condizione del razionalismo italiano, esasperazione
sentimentale senza fede, camuffato ora, dopo la «romanità» e la «mediterraneità»,
in quest’ultimo travestimento.
Ma Persico nella sua amara requisitoria aveva sottolineato le
contraddizioni di fondo della teoria, tralasciando altre importanti
indicazioni di carattere più propriamente urbanistico che in essa erano
contenute e che consentono un’altra chiave di lettura: la prima era
un’indicazione di «piano» su scala nazionale come strumento per una
borghesia che intendesse razionalizzare al massimo i propri interventi
sul territorio; la seconda un’individuazione dell’organismo urbano
attraverso le funzioni svolte nei confronti del territorio; infine
l’esplicita richiesta di sventramento dei centri storici, per
riplasmare gli spazi adattandoli alle nuove funzioni. Il ruolo
dell’urbanista veniva ancora pienamente confermato in quello del
tecnico, plasmatore di forme, strumento della committenza.
Se le scelte operative del regime coincisero di volta in volta con le
ipotesi dei «corporativisti», quelle culturali no. E la proposta,
nonostante fosse ampiamente ammantata di piaggeria nei confronti del
fascismo, cadde nel vuoto.
Neanche il durissimo intervento di Piacentini su “Architettura”
a proposito del concorso di Aprilia indicava una reale volontà di
revisione del problema o l’espressione di una linea alternativa.
Può sembrare certo contraddittorio che da una rivista così influente
si desse ufficialmente voce a quel coro di proteste e malcontenti
suscitato dal discutibile verdetto della commissione. Piacentini
criticava senza mezzi termini i criteri di pianificazione adottati
nell’Agro dall’Opera nazionale combattenti (Onc) e soprattutto il
progetto prescelto sottolineandone i numerosi difetti. Contrapponeva
allo schema monocentrico, come generatore del nucleo urbano, lo schema
autoctono delle borgate laziali, costruite attorno a una corte con
elementi edilizi aperti e lineari; di esse il progetto Calza
Bini-Nicolini produceva un’originale interpretazione. Ma era questa
l’alternativa?
In realtà Piacentini, aiutato dall’effettiva mediocrità del progetto
vincente, che prestava benissimo il fianco alle critiche, intendeva
soltanto contrapporre clientela a clientela, mirando soprattutto a
colpire l’operato di Giovannoni, esperto influente nella commissione
giudicatrice. E l’azione era pericolosa perché l’accusa era
lanciata proprio dalla tribuna di “Architettura”, organo
ufficiale del Sindacato nazionale architetti, e scatenò come era
presumibile un piccolo terremoto; ma colpì esattamente nel segno che
aveva mirato. Non provocò infatti nessuna reale revisione dei sistemi
dell’Onc, né tantomeno aprì un dibattito sulla città nuova; ma solo
doveva ottenere, attraverso un compromesso, un assestamento interno che
non mettesse in discussione la gerarchia. Giovannoni assieme ai
progettisti rielaborò totalmente il progetto che conservava col primo
una certa affinità formale; un articolo successivo della redazione di “Architettura”
commentava con un tono neutro il progetto attuato; Piacentini stesso
infine sostituì Giovannoni nel concorso relativo a Pomezia,
all’interno del quale combatté ancora una volta la battaglia per la
propria clientela. Di fronte alla seconda sconfitta l’accomodamento fu
molto più rapido ed indolore.
Se un vero dibattito sulla città nuova non si accese nonostante il
moltiplicarsi delle occasioni, quand’anche un solo arco o una sola
colonna comparsa nei nuovi edifici faceva scorrere parole su parole, fu
perché la realizzazione era venuta prima che fosse maturata una
coscienza critica del problema e trovava impreparato il fronte
culturale. Il nuovo architetto, uscito fresco fresco dalle scuole di
architettura appena costituite, fu subito trascinato in vaste operazioni
urbane e territoriali in cui dar prova della capacità operativa
acquisita. L’adesione entusiastica ai grandi programmi in cui veniva
coinvolto e le stesse lotte per non esserne escluso ritardarono di fatto
la valutazione critica delle scelte di fondo e della dimensione in cui
come tecnico stava operando. La presa di coscienza doveva venire
soltanto molto più tardi, quando le operazioni erano ormai compiute.
La costruzione delle città nuove fu così condotta senza alcun
confronto con indicazioni o proposte che sarebbero potute derivare da un
parallelo dibattito culturale, e per tutta la fase di pianificazione il
tecnico non può neppure rivendicare il ruolo, di cui spesso si
compiace, di suggeritore inascoltato.
Di pianificazione vera e propria non sarebbe neppure il caso di parlare
al di fuori dell’unica, debole eccezione della bonifica pontina. La
fondazione della città, decisa in tempi molto brevi, era infatti
preceduta soltanto da poche e rapide operazioni preliminari, totalmente
gestite dagli uffici tecnici dei singoli Enti: delimitazione del
territorio comunale, scelta del luogo e compilazione di quei dati di
massima indispensabili alla stesura del progetto (numero degli abitanti,
estensione dell’abitato, costo massimo, ecc.). La scala regionale
dell’intervento pontino sembra suggerire invece l’esistenza di un
piano o almeno di un programma organico su cui condurre le operazioni.
Ma la grande bonifica è da ricondursi innanzitutto a due momenti
diversi e a due diversi comprensori, di cui il secondo non fu che
l’appendice, condotta quasi per inerzia, di un’operazione che non
era opportuno lasciar cadere.
Quando, al termine della bonifica idraulica del primo comprensorio, i
funzionari dell’Onc si trovarono ad affrontare il problema della
bonifica agraria e della forma da dare all’insediamento, la
pianificazione si risolse in una scelta fondata più sull’elementarità
che sulla razionalità della figura geometrica: il territorio scandito
dalle linee delle migliare e dei canali veniva suddiviso in maglie
ortogonali all’interno delle quali trovava posto l’unità
insediativa e produttiva, cioè la casa colonica ed il podere.
L’insediamento sparso, funzionale alla scelta di un contratto di
produzione – la mezzadria – come cardine dell’intero sistema, era
di nuovo ricomposto nell’unità dei centri di coordinamento, i borghi
prima, le città di bonifica poi. Ad un numero di poderi corrispondeva
un borgo, ad un numero di borghi una città. Il territorio era così
strutturato gerarchicamente attraverso un sistema piramidale di
controlli burocratico-amministrativi, fissati sulla base di una
corrispondenza numerica astratta. A conclusione della prima fase, mentre
già era bandito con grande clamore pubblicitario il concorso per
Aprilia, la prima città del nuovo comprensorio, erano ampiamente
valutabili le inadeguatezze e i limiti del sistema sperimentato con
improvvisazione e pressappochismo. Littoria, creata per una piccola
dimensione e divenuta poi capoluogo di provincia, si stava sviluppando
caoticamente con un ritmo non previsto e necessitava di un nuovo piano;
Sabaudia, razionalmente progettata, rimaneva una bella scenografia che
si faticava a riempire; Pontinia, destinata a centro industriale
dell’Agro, non era andata al di là di pochi edifici pubblici e
pochissime case. Ci si accorgeva chiaramente insomma che i centri urbani
erano ormai più che sufficienti e che sarebbero state utili più
numerose borgate rurali. S’imponeva a questo punto una valutazione dei
risultati per procedere ad una pianificazione più attenta. «Ma –
rispondeva di Crollalanza a due commissari che gli parlavano appunto di
piano regionale – un piano regionale anche sommario richiederebbe un
periodo di tempo che di fatto non si ha, essendo assai prossima la data
della fondazione di Aprilia».
In base a questi principî dunque, veniva completato il programma e
costruite le due ultime città previste, del tutto inutili dal punto di
vista di un loro reale collegamento con l’attività produttiva, ma
funzionali al prolungamento del miracolo della provincia redenta fino
alle soglie della capitale. Pomezia in particolare nasceva già come
borgata di transito, porta d’ingresso per i visitatori di ogni tipo
nella regione bonificata. E quindi l’accento della committenza si
spostò, come mai era avvenuto prima, sulla ricerca di un’immagine
urbana che qualificasse l’intera operazione condotta e ne
rappresentasse un chiaro, leggibile simbolo. Dopo la tendenza alla
privatizzazione ed alla semiclandestinità con cui fu gestita la prima
fase, furono banditi e pubblicizzati al massimo due concorsi nazionali.
Ed è appunto tra le righe dei bandi, in una terminologia ambigua
continuamente oscillante tra modernità e tradizione, tra centro
cittadino, comune rurale e borgo fascista, che s’intravede
l’immagine della città nuova così come, dopo la prima fase di
rodaggio, si era composta agli occhi dei responsabili della bonifica;
un’immagine che esprime tanto bene l’ideologia della politica di
fondazione da essere accettata negli anni seguenti con poche variazioni,
anche per centri sorti in circostanze molte diverse e che rurali non
erano. La modestia era il primo ingrediente di quell’immagine; e non
si trattava tanto di modestia come limitata estensione spaziale, quanto
di una vera e propria categoria estetica non disgiunta da considerazioni
di carattere economico. La necessità di costruire in economia portava
all’immediata esclusione del ferro e del cemento armato ed alla
riduzione degli elementi metallici; si recuperavano dunque i materiali
poveri ed i sistemi costruttivi tradizionali pienamente rispondenti alla
modesta entità degli edifìci pubblici. I privati sarebbero stati
ancora più modesti, per dare a quelli il dovuto risalto, e la piazza
principale di dimensioni contenute per non far apparire meschini i
fabbricati circostanti. Altro requisito della città era quello di
offrire un ambiente armonico e gradevole al suo interno, potenziato da
un abile sfruttamento degli effetti panoramici sul paesaggio
circostante.
Gli edifici pubblici da soli dovevano già fornire una scenografìa
accettabile.
E qui l’«armonico» e il «gradevole» rimandavano a problemi di
gusto: e la carta vincente era anche questa volta l’italianità nella
sua filiazione più modesta, il «localismo», inteso come rivisitazione
di materiali, moduli costruttivi e decorativi dell’architettura
locale.
Confluivano in quest’orientamento le suggestioni della rivalutazione,
compiuta da Pagano, dell’architettura rurale in Italia, vissute in un
clima di autarchica ribellione alle servitù straniere;
ma ancor più gli echi che questa riscoperta aveva suscitato nelle
teorie di Giovannoni. Anzi, non è affatto da escludere quest’ultimo
tra i possibili estensori del bando per Aprilia, al cui concorso
partecipò in veste di commissario. Nel testo di una sua contemporanea
conferenza sul tema della deurbanizzazione si leggono enunciati in modo
più completo ed esplicito quegli stessi principî che qua e là
traspaiono, nel bando, tra le istruzioni per i concorrenti.
Dopo aver studiato bene quello che si è fatto
altrove, dobbiamo tornare a casa nostra ed operare col nostro bravo
sentimento italiano.
E le nuove borgate dovranno essere tali da non alterare il carattere
dell’ambiente, pur rispondendo a modernità ed a utilità pratica.
Abbiano un nucleo di case compatte, pur non troppo alte, che
contengano la piazza principale, raccolta e tranquilla come le piazze
antiche, al di fuori del movimento di passaggio; poi la fabbricazione
venga degradando in intensità verso l’esterno, adattandosi al
terreno, creando armoniche associazioni di masse, ma non seguendo
troppo rigidi sistemi; e se mai, le ispirazioni ne siano tipicamente
locali, [...] ed in ogni modo la formula del buon senso e del buon
gusto dovrebbe essere semplice semplice ma italiano italiano.
Ed era infatti questa l’immagine più aderente al
ruolo che la città nuova doveva svolgere nell’intera bonifica negli
intenti degli organizzatori. Essi erano profondamente convinti infatti
che la colonizzazione stabile sarebbe probabilmente fallita se fosse
mancato quel punto di riferimento urbano. Ai coloni dispersi e confinati
nella campagna, costretti alle durissime fatiche per la sopravvivenza,
la città nuova doveva servire proprio a ricordare che la civiltà nelle
forme in cui l’avevano lasciata nelle vecchie terre era presente anche
lì vicino a loro, e la civiltà cui facevano riferimento era
inequivocabilmente di matrice urbana. Città era dunque un insieme di
istituzioni entro cui s’inquadrava il rurale, ma era, anche,
un’immagine. Per ricostruirla se ne ricercavano i simboli più
efficaci estraendoli dalla più fiorente e significativa stagione
urbana, quella della città-Stato comunale: i suoi indicatori verticali,
torri e campanili, emergevano ancora meglio sulla piatta pianura e sulle
basse case. Ricomposti e raggruppati attorno ad uno spazio centrale,
delimitavano un vano raccolto come quello delle piazze antiche, la cui
riscoperta, compiuta dal Sitte alla fine del secolo precedente, era
destinata ad avere larga eco entro un clima di recupero della tradizione
italiana.
Il tecnico, assente dalla fase di formulazione teorica e di
programmazione, era chiamato a questo punto a plasmare queste forme, e
la competenza che gli si chiedeva nell’operazione non andava al di là
di quella di un architetto calligrafo. Questo spiega perché, secondo
l’indice di gradimento dell’Ente costruttore, l’incarico per un
piano di città nuova aveva potuto essere affidato anche a Oriolo
Frezzotti, architetto diplomato all’Accademia di belle arti, o a
Gustavo Pulitzer, raffinato architetto specializzato in arredamento
d’interni.
Quando però i concorsi nazionali chiamavano a confrontarsi su uno
stesso progetto un discreto numero di concorrenti, si poteva allora
verificare quanto fossero incerte e contraddittorie nella cultura
contemporanea le tendenze sul modo d’intendere e di fare urbanistica.
Per quanto il tema fosse molto modesto e già rigidamente delimitato, è
naturale che nell’impostarlo i tecnici vi riversassero la loro cultura
sul problema città e sul come operare in essa.
Muzio, commentando l’esito del concorso per Aprilia,
lamentava che di fronte a tale disparità di soluzioni i problemi
sembravano ancor più in alto mare e per compiere un esame critico delle
diverse proposte finiva per suddividerle in gruppi, adottando ancora una
volta una chiave di lettura grafica: piani a schema semplice geometrico,
a schema complesso lineare o radiale, mistilinei.
La distinzione tra forme aperte e chiuse d’altra parte era qualcosa
che andava al di là di un puro gusto grafico: nel primo caso vi era
riflessa la concezione di città come corpo accentrato, privilegiato nei
confronti del territorio da cui lo separavano non cinte di mura, ma
molto più artificiosamente viali di circonvallazione o anelli di verde
alberato; nel secondo caso la città era concepita come un organismo
dinamico, aperto verso i futuri ampliamenti e quasi proiettato nel
territorio circostante con un rapporto paritetico. Dalle relazioni
allegate ai progetti dei concorsi – progetti che sono peraltro quelli
ritenuti degni di qualche premio e quindi conservati negli archivi
dell’Onc –, si apprende meglio quali fossero i meccanismi attorno a
cui veniva incardinato il funzionamento della città. Pochi ed
elementari erano i problemi, gli stessi che avevano impegnato gli
amministratori delle città nei secoli precedenti: viabilità ed igiene.
Risolti questi, non restava che l’approccio puramente
estetico-architettonico e 1’urbanista poteva finalmente ritornare
architetto e cimentarsi, pur nella più stretta economia, nella
composizione armonica di spazi e volumi, ben sapendo che in fondo
sarebbero stati proprio i requisiti estetici a determinare il giudizio
della commissione.
Valutandoli così, disegnati sulla carta nella loro piccola dimensione,
i progetti per le città nuove sembrano quasi il frutto di
un’esercitazione condotta sulla base di nozioni appena apprese alle
lezioni della scuola d’architettura o tolte di peso dai pochi manuali
in circolazione. La letteratura manualistica si stava diffondendo m
Italia appena allora, e della più matura produzione tedesca ricalcava
l’impostazione di fondo essenziamente tecnico-pratica.
Gli interrogativi sugli obiettivi della disciplina o sulle motivazioni
di certe scelte rimanevano inevasi, soffocati dalla amplissima casistica
di esempi contemporanei ed antichi, destinati a fornire risposte
immediate ad ogni problema operativo.
I punti di contatto tra i progetti e la cultura urbanistica dispensata
dai manuali sono evidenziati dalle sottolineature stesse apposte dai
tecnici alle relazioni e alle tavole grafiche. Consideriamo ad esempio
il libro di Gustavo Giovannoni Vecchie città edilizia nuova
apparso nel 1931 con stralci di scritti precedenti dell’autore.
Strutturato secondo lo schema dei manuali d’oltralpe, esso è però
inequivocabilmente destinato ad urbanisti italiani e la materia, anche
nelle sue parti più strettamente tecniche, è svolta con un filo
conduttore, che ne costituisce anche il limite: lo spirito di recupero
ed esaltazione di tutta la tradizione nazionale, delle sue espressioni
storico-artistiche e la volontà di polemica contro due culture
massificanti per ragioni opposte, l’americana e la bolscevica.
Tra i molti suoi suggerimenti pratici Giovannoni raccomandava di cercare
per l’abitato una posizione che fosse elevata altimetricamente, in
modo da sfruttare al massimo i possibili effetti di movimento;
ed i progettisti, trovandosi di fronte una pianura, rispondevano di
avere utilizzato anche i minimi movimenti del terreno o di aver
collocato il centro nel punto più alto in modo che la nuova città si
profilasse dominante nel paesaggio.
Un corretto orientamento era ritenuto preliminare indispensabile al
tracciato delle strade e dei blocchi edilizi.
Era questo un tipo di problematica da tempo sollevata dagli igienisti
nordici per assicurare la massima insolazione alle case e alle zone più
interne dell’abitato stesso. Le soluzioni ottimali, già codificate
dai manuali, venivano però ridiscusse dal momento che la regione
mediterranea era assai più soleggiata; l’attenzione si spostava
soprattutto sui venti dominanti, a cui doveva essere impedito di
penetrare senza alcun ostacolo, d’infilata, attraverso le strade, fin
nelle zone centrali.
Ed ecco che sulle tavole dei piani regolatori campeggiavano bussole a
volte esageratamente grandi e dettagliate con le direzioni dei venti, e
nelle relazioni si parlava diffusamente di quinte edilizie e di
sbarramenti opposti alle principali correnti. Petrucci nel confutare le
accuse mosse da Piacentini al suo progetto per Aprilia gli scriveva:
V.E. ha dimenticato istantaneamente che fino a ieri
ha predicato nelle sue lezioni alla scuola di Architettura di evitare
le strade Nord-Sud e Est-Ovest.
Oggi la moda d’oltralpe ritorna sugli schemi a scacchiera con quegli
orientamenti. Ciò andrà bene per le regioni settentrionali dove
cercano affannosamente il sole, nelle case, con le ampie finestre,
nelle strade con la orientazione N.S. o quasi. Ma in Italia,
Eccellenza, non si cammina per quelle strade senza correre il rischio
di un’insolazione ed infatti V.E. raccomandava qualche anno fa di
evitare quell’orientamento. Non se ne ricorda più? Ora sono
cambiate le condizioni del clima o sono cambiate le sue opinioni?
Ed è sempre a difesa del vento che Libera, incurante
del ridicolo, giustificava la rettangolare cortina di cipressi che
chiudeva tutto intorno l’elegantissimo geroglifico che costituiva il
suo progetto per Aprilia.
Dopo l’orientazione la viabilità. Il principio ormai concordemente
accettato era quello di una opportuna distinzione gerarchica tra diversi
tipi di traffico esterni o interni all’abitato e tra diversi assi
viari in cui essi venivano incanalati. Dall’esterno la città
risultava imbrigliata in larghe maglie triangolari con gli opportuni
svincoli; ed all’interno, secondo l’ormai classica soluzione di
Sabaudia, la piazza centrale era leggermente defilata rispetto alle vie
di penetrazione in modo da rimanere appartata e tranquilla. Ma il
principio era stato frainteso; piuttosto che creare valide premesse per
un allontanamento del traffico dal centro, se ne ostacolava la
penetrazione torturando il tracciato stradale con incroci a baionetta ed
artificiosi percorsi.
Risolti in fretta i problemi più strettamente tecnici, quali
l’approvvigionamento idrico e la fognatura, la più grossa fetta della
relazione era destinata a preoccupazioni estetiche. Nessuno dei dettagli
da manuale veniva trascurato. Giovannoni sosteneva che la via rettilinea
doveva essere ravvivata con la visuale monumentale o naturale del fondo,
un grande edificio, un obelisco ovvero un monte o un bosco.
E l’effetto panoramico era puntualmente ricercato nei pochi punti
emergenti in quella piatta pianura. I monti sullo sfondo erano
inquadrati da terrazze o slarghi panoramici, su cui era disegnato il
cono di prospettiva; e la ricerca dei fondali di visuale al termine
delle rettilinee vie di penetrazione era puntualmente segnalata: ora gli
alti edifici delle chiese con i loro campanili svettanti come obelischi,
ora le moli delle torri comunali e littorie ben riconoscibili fin da
lontano come indicatori dell’abitato.
Naturalmente, in risposta alle richieste dei bandi, l’impegno per
creare un ambiente piacevole da viversi era concentrato nella piazza, la
cui soluzione sembrava monopolizzare in ogni modo la fantasia dei
progettisti. La maggior varietà di disegni dei fabbricati che vi si
affacciavano e le relativamente meno forti restrizioni in fatto di
materiali invitavano a tentare un gioco di composizione, anche se il
ventaglio di elementi utilizzabili rimaneva sempre molto limitato: così
in quell’unico spazio quasi sempre articolato si contrapponevano masse
e volumi, si accostavano materiali di colori diversi, si sottolineava la
plastica dell’arredo architettonico; ed il passaggio porticato
diveniva spesso l’elemento chiave per la sua doppia valenza di
elemento di chiusura architettonica, ma di apertura spaziale verso
quadri più ampi.
Quanto alle residenze, questo non appare nelle relazioni come un
problema fondamentale o qualificante ai fini del concorso. Ne vengono
genericamente indicati i tipi edilizi (generalmente tre: edifici a filo
stradale, case a schiera, case isolate o binate disposte in gerarchia
secondo la loro destinazione sociale) e si rimanda tutto direttamente
alla fase esecutiva.
Questo tipo di zonizzazione, intesa come selezione degli spazi urbani e
dei tipi edilizi, fu invece attuato in forma molto rigida nella città
operaia di Carbonia, città dove l’estensione della residenza superava
di molto la parte pubblica della città. Così la coesistenza pacifica
delle diverse categorie sociali era assicurata dalla rigida separazione
di zone abitate; ma, in compenso, proprio perché si trattava di una
città dormitorio per gli addetti al primario, il problema della
residenza era stato accuratamente studiato nelle due soluzioni che
successivamente furono adottate; estensiva prima, intensiva poi, quando
l’immigrazione massiccia minacciava di far dilatare troppo
l’abitato.
Vale la pena di segnalare infine come la zonizzazione, intesa come
suddivisione dello spazio urbano in aree destinate a funzioni diverse,
compaia quasi in caricatura in uno schema riguardante Pontinia: nel
quadrato della maglia di bonifica attorno ai piatti segni degli edifici
centrali vennero segnate in punti opposti le indicazioni di «zona dei
villini» e «zona industriale».
Mentre la maggior parte dei progetti erano stati stesi in adesione
totale alle richieste della committenza, da parte di alcuni, fosse
disattenzione o polemica, o disprezzo per gli orientamenti espressi nei
bandi, erano state formulate proposte ispirate a modelli di ben diversa
estrazione. I loro limiti e l’inadeguatezza delle soluzioni
prospettate di fronte al problema reale erano forse anche più forti:
ora la funzionalità era sacrificata ad un calligrafismo esasperato, ad
un rigorismo geometrico che rivelava come il piano prima di tutto
rimanesse un oggetto destinato alla pura contemplazione formale; ora si
trasferivano alle borgate rurali schemi adatti piuttosto
all’ampliamento di un quartiere urbano.
Ma oltre il sospetto, molto incriminante in quegli anni, di essere
tributari a culture straniere, era proprio l’aver eluso le regole del
gioco che escludeva immediatamente quei progetti dalla valutazione delle
commissioni.
Questa mancanza di contatto con la committenza si verificò in modo
ancora più netto nell’episodio del progetto per Pontinia firmato da
Le Corbusier.
La vicenda si inserisce da un lato nella storia dei rapporti spesso a
senso unico, tra Le Corbusier e committenza, dall’altro in quella dei
rapporti tra Le Corbusier e la progettazione.
Pontinia e l’Agro come luogo di attuazione sono due variabili del
tutto marginali rispetto al progetto stesso. L’abbozzo relativo a
Pontinia non era infatti assolutamente originale, ma derivava da un
altro precedentemente studiato per la regione agricola della Sarthe.
Durante il suo soggiorno romano, l’architetto aveva visitato la zona
bonificata dove le prime due città erano ormai compiute. L’operazione
gli era parsa di così vasta scala da ritenerla adeguata ad un proprio
intervento.
Era questo il terzo spazio che individuava in Italia: dopo Marghera,
città industriale, e Roma, la capitale, Pontinia rappresentava il
modello di ricostruzione della campagna.
Da quel momento iniziava la ricerca di contatti con l’autorità,
gestita dall’amico italiano Fiorini; e l’autorità non si
identificava solamente in Mussolini, ma m qualche influente tramite
nelle alte gerarchie individuato dapprima nella persona di Bottai, poi
con molto maggiore scetticismo in quella di Ciano. Il colpo d’occhio
aveva suggerito le prime impressioni negative sulla bonifica annotate
sul taccuino e ripetute in forma più organica in “Prélude”.
Di Littoria pensava tutto il male possibile: «confusion», «laideur»,
«échec urbanistique» erano le prime parole che appuntava a proposito;
quanto alla «razionale» Sabaudia, le sue riserve sotto un certo
profilo erano ancora più forti: villaggio gradevole e in parte
riuscito, ma sogno romantico, rivisitazione di una poeticità agreste
ormai fuori tempo. Ma soprattutto riteneva dannoso lo sviluppo previsto
dal piano, con l’invasione di basse casette che avrebbero finito per
saccheggiare irrimediabilmente il paesaggio. Quello che l’occhio
vedeva e quello che avrebbe voluto vedere erano due realtà urbanistiche
contrapposte quasi specularmente. Fondazioni, tetti, strade, ingressi,
abitazioni, tutto ridotto dalla moltitudine all’unità.
Al di fuori del volume occupato dall’unità di abitazione, il
paesaggio sarebbe rimasto intatto; e quella libertà che l’occhio
aveva nello spaziare sull’orizzonte tra montagna, pianura e mare si
sarebbe tradotta all’interno con la centralizzazione degli impianti in
libertà dai servizi più pesanti, dal caldo e dal freddo, dalle mosche
e zanzare delle paludi.
Punto immediatamente qualificante dell’intero progetto era proprio la
soluzione del problema residenza; e già in questo la distanza dalle
richieste della committenza era incolmabile.
Gli edifici pubblici, precisi come funzioni, avrebbero forse potuto
essere pensati per le esigenze della burocrazia e del partito fascista e
perfino utilizzati per effetti scenografici.
Di due punti centrali all’operazione fascista delle città di bonifica
Le Corbusier dimostrava di aver recepito pienamente l’importanza: la
rapidità e il costo.
Su questi, poteva dichiarare la sua proposta nettamente vincente,
valutando un risparmio da tre a quattro volte, un tempo di costruzione
di 50 giorni contro i 265 di Sabaudia.
Ma la condizione indispensabile era che i nuovi centri rurali venissero
inseriti nell’ingranaggio della grande industria del Nord: la città
razionalmente smontata dal progettista in blocchi di serie da affidare
alla produzione industriale sarebbe poi stata montata direttamente sul
luogo. Come al solito, nel subordinare l’autorità al progetto, Le
Corbusier aveva imboccato un vicolo cieco.
La bonifica dell’Agro ed il recupero di terreni non erano parte di un
puro e semplice programma di rinnovamento agricolo. La politica della
deurbanizzazione cui erano collegati e la scelta della mezzadria come
patto agrario bastano già a rivelare l’ideologia che vi era
sottintesa e che stava elaborando in quegli anni la propria immagine
architettonica e urbanistica.
L’avrebbe trovata, come si è visto, nella dimensione individuata da
«Strapaese», facendo «rivivere la grande tradizione italiana
attraverso il filtro quotidiano, ma non meschino della propria terra».
Ogni singolo capitolo all’intemo di questa vicenda di fondazione è
creato in questa scala ridotta, in questa misura modesta.
Ai contemporanei mancò la necessaria maturazione culturale per aprire
un vero dibattito sul tema; ma lo stesso dibattito nel dopoguerra fu di
fatto molto ritardato dalla mancanza d’interesse per quella modestia,
apparentemente così poco qualificante, e dal fatto che non vi si poteva
riconoscere né razionalismo né monumentalismo; poli antitetici in cui
era d’obbligo inquadrare l’espressione urbanistico-architettonica
del regime.
La ricerca di radici all’interno del regime da parte di una cultura
che ostentava un retorico antifascismo portava ad un’operazione molto
miope, al recupero delle minoranze emarginate e sconfitte e ad una loro
rilettura in chiave antifascista.
Questo contribuì a prolungare per molto l’equivoco in cui quelle si
erano mosse. Razionalismo e monumentalismo diventarono due ideologie di
opposto segno politico; del primo si accettavano le opere, la
letteratura, l’informazione.
Secondo i razionalisti la vicenda delle città nuove si ferma con
Sabaudia, al momento della loro maggior fortuna che proprio allora, dopo
aver toccato l’apice, inizierà la sua parabola discendente. Sabaudia
rimase un nome, un simbolo di una battaglia che poi fu persa.
Eppure, a ben vedere, a parte l’organicità con cui il piano era stato
steso, il progetto stesso non era esente da quei vizi di retorica ed in
parte di monumentalismo che sulla piatta bidimensionalità della carta
quasi scompaiono.
L’enfasi del complesso religioso, la dilatazione della piazza delle
adunate, l’elevazione della torre: sono tutti elementi che denotano,
in piena adesione alle richieste della committenza, un gigantismo della
parte pubblica della città rispetto a quella privata.
Ma, filtrata dalla valutazione dei razionalisti, la vicenda rimase
ancorata entro quei confini; e questo spiega come sia possibile che
ancora nel 1964 il manuale del Benevolo fornisse sull’argomento questo
giudizio critico: «I razionalisti tracciarono il piano di Sabaudia
interrompendo la serie delle monumentali città di bonifica».
Non poteva trattarsi di serie perché Sabaudia era la seconda città, se
si esclude il piccolo nucleo, ancora in gestazione, di Mussolinia.
Littoria era dunque l’unico precedente ed il suo monumentalismo poteva
essere giudicato tale soltanto quando la piatta frontalità degli
edifici pubblici venne a delimitare la piazza disegnata nel deserto
senza alcun coordinamento di piano. Dato lo sviluppo della città, essi
risultarono poi pienamente dimensionati alle funzioni che dovevano
svolgere.
Tra quei due poli opposti, razionalismo e monumentalismo, esiste anche
questa componente strapaesana che non può essere ignorata né
sottovalutata. E se le città nuove ne rappresentarono il campo di piena
e completa affermazione, la sua presenza è evidentissima in tutti i
centri urbani, nei medio-piccoli più che nei grandi, in quella serie di
interventi condotti in sordina, m tono minore, che con la costanza e la
facilità di diffusione dei loro moduli espressivi formano, prima di
ogni grande opera monumentale o d’avanguardia, i caratteri distintivi
dell’immagine urbana del fascismo.
Da: “Bollettino del Dipartimento di
urbanistica”, Iuav, 1986, n. 4, pp.147-165.
(le foto
sono dell’Autrice, Dipartimento di Storia delle Arti-Università degli
Studi di Pisa).
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1.
Edifici pubblici. Costruzioni in massima a
filo stradale con esclusione di spazi liberi chiusi. Ammessi negozi e
portici. (Per edifici di particolare importanza architettonica saranno
emanate norme caso per caso)
2.
Zona intensiva. Come edifici pubblici
3.
Zona semintensiva. Costruzioni isolate, anche a filo stradale (se in
ritiro, allineate). Distacchi minimi dai confini: m. 8,00.
4.
Zona estensiva. Costruzioni allineate in ritiro dal filo stradale
del minimo di m. 3,00. Distacchi minimi dai confini di m. 8,00
5.
Zona case a schiera. Costruzioni in ritiro dal filo stradale del
minimo di m. 3,00. Raggruppamento minimo di n. 8 unità; massimo di n.
12 unità. (Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq. 300)
6.
Zona case minatori. Costruzioni allineate, in ritiro dal filo
stradale del minimo di mq. 300. (Ogni alloggio avrà un orto non
inferiore a mq. 300)
7.
Zona verde. (Divieto assoluto di costruzione)
8.
Zona ortofrutticola. Costruzioni di carattere accessorio, inerenti
all'uso
9.
Zona mineraria. Costruzioni inerenti all’uso. (Per questi edifici
saranno emanate norme caso per caso)
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La
Nuova Sardegna - 10.04.2002
Quando
il fascismo disseminava l'Italia di città metafisiche
Si
apre a Roma una mostra dedicata ai nuovi centri urbani che vennero
costruiti in quegli anni.
Prima
c'erano paludi e deserto. Poi sorsero le "città di
fondazione", patrimonio dell'Italia fascista e per questo rimosse e
dimenticate nonostante il loro valore urbanistico e architettonico. A
questi centri (ne sono stati contati 74) è dedicata la mostra
"Metafisica costruita", fino al 30 Maggio all'ex carcere
minorile di Roma.
Realizzata
dall'assessorato alla Cultura della Regione Lazio in collaborazione con
il Touring Club e presentata ieri in una conferenza stampa, la rassegna
ha lo scopo di riportare in luce la straordinaria valenza culturale di
città che ancora costituiscono un modello sia per le loro modalità di
costruzione, sia per le soluzioni architettoniche tra le più suggestive
del secolo scorso, evocative di atmosfere stranianti e irreali, che
sembrano la materializzazione delle metafisiche piazze d'Italia di De
Chirico (da qui il titolo della mostra).
Nel
Lazio, ha ricordato l'assessore Luigi Ciaramelletti, c'è forse la
concentrazione più significativa delle città di fondazione. Sabaudia,
Aprilia, Pontinia e Littoria (ora Latina), costruite nel giro di dieci
anni nell'Agro Pontino appena bonificato. Mentre più vicino a Roma
sorsero Pomezia e Guidonia. Per la valorizzazione di questo importante
patrimonio culturale, ha detto Ciaramelletti, nel 2001 è stata varata
una legge che permetterà di realizzare un Centro di documentazione
modulare e un Museo, che saranno avviati questa estate.
Le
città di fondazione non furono costruite solo nel Lazio. In Sardegna
sorse Arborea (già Mussolinia), Carbonia, Fertilia. Segezia nel
Foggiano, Torviscosa in Friuli, Arsia e Pozzo Littorio nell'Istria, al
tempo territorio italiano. Le tipologie edilizie e le rigorose
architetture novecentiste-razionaliste furono esportate, sempre negli
anni Trenta, nei territori dell'Africa italiana (Libia, Eritrea,
Somalia, Etiopia) e in quelli dell'Egeo.
La
mostra documenta questo fermento costruttivo (Sabaudia fu edificata in
253 giorni) che interessò per intero il territorio nazionale (coinvolse
ben 27 province), grazie al vastissimo archivio storico-fotografico del
Touring Club e ai curatori Renato Besana, Carlo Fabrizio Carli, Leonardo
Devot, Luigi Prisco, che hanno messo a punto una prima schedatura dei
centri.
Nell'allestimento,
realizzato negli ambienti dell'ex carcere minorile (ubicato nel
complesso di San Michele, che per la prima volta, dopo il lungo ed
efficace restauro ospita una mostra) sono ricostruite non solo le città
più significative, ma anche le espressioni di quella cultura italiana
dei primi decenni del '900, spesso accusata di provincialismo e invece
aperta alle molteplici influenze europee. Città metafisiche perchè
sorgono all'improvviso in mezzo alla natura (campagna o deserto), ha
detto Renato Besana (autore dell'allestimento e del video che conclude
il percorso espositivo), integrandosi perfettamente con essa, ma
permeate dall'energia, dal movimento, del Futurismo in quegli anni
provvidenzialmente dilagante. Molti architetti futuristi parteciparono
alla realizzazione delle città di fondazione e la mostra espone
bozzetti, disegni, nonché dipinti e sculture che testimoniano il
peso culturale di un'epoca.
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L'Unione Sarda
10-11-12 aprile 2002
Le
tappe urbanistiche nell’Isola
Quali sono
state le grandi tappe della ricostruzione urbanistica in Sardegna dal
dopoguerra ad oggi? L’argomento si va riscoprendo non foss’altro
perché in molti casi l’isola appare popolata da paesi e città senza
qualità. Alcuni progetti interessanti ma per il resto blocchi di
cemento quasi grezzo, case fatte e sfatte senza che le amministrazioni
comunali e la Regione, che pur diedero fondamentale impulso alla
ricostruzione edilizia anche sulla base delle leggi Fanfani,
esercitassero (ed esercitino) un controllo sulla qualità delle opere
che venivano realizzate.
La Sardegna è
un puzzle che va indagato, spiegato, capito. Lo ha fatto recentemente
Franco Masala in un volume per la Ilisso sull’architettura del
Novecento in Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino, Alessandra Casu e
Antonello Sanna in La città ricostruita.
Un volume edito dalla Cuec di cui l’architetto Aldo Lino propone una
sintesi per l’Unione Sarda in tre tappe (oggi, domani e venerdì).
Tre articoli in cui cerca di spiegare perché il lavoro di pur rinomati
progettisti (da Muratori a Libera, a Badas) restò un fatto isolato e
non costituì il canovaccio principale per la ricostruzione e lo
sviluppo dell’urbanistica in Sardegna. Mc.M.
L’utopia delle città
giardino
"Dopo
l’ultima guerra pochissime opere realmente moderne hanno
caratterizzato la produzione architettonica. Come quasi dovunque sul
continente non si è più avuta una architettura ma una edilizia a
carattere speculativo e una marea di cemento ha incominciato a invadere
il verde agricolo rimasto libero alla periferia delle principali città".
Così Corrado
Maltese e Renata Serra in un saggio del 1969, fondamentale per
l’introduzione allo studio della storia dell’arte in Sardegna (Episodi
di una civiltà anticlassica, in AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p.
403).
Il giudizio
riportato sembra avere il sapore di un commento su un passato ancora
troppo recente per muovere migliori sentimenti. A maggiore distanza di
tempo quel giudizio ci pare troppo severo per i singoli manufatti, ma
certamente molto lucido nella descrizione dei fenomeni urbani di quegli
anni.
Abbandonate le velleità di costruire la nuova città in forma compiuta,
come ideale concretizzazione di un’organizzazione sociale progettata
nel sogno della qualità e della perfezione formale, quasi senza
soluzione di continuità rispetto alla città dell’Ottocento, ci si
lascia trasportare dalle mutevoli condizioni della natura e della
socialità umana.
Liberando le
spinte insediative dai vincoli del progetto. La città smette di avere
come obiettivo la qualità. Vi rinuncia di proposito, lasciando
quest’ultima ai singoli manufatti. L’organismo urbano, o comunque
qualsiasi insediamento umano, smette di essere un episodio circoscritto
e figurativamente individuabile, e diventa un’ameba che si espande e
si restringe in obbedienza a regole diverse da quelle che hanno
governato il tradizionale popolamento del territorio.
Il progetto
dell’organizzazione urbana interviene in seconda battuta rispetto al
fenomeno dell’espansione delle città: da disciplina di invenzione,
programmazione e progetto del nuovo, l’urbanistica diventa disciplina
curativa e correttiva di un fenomeno già avvenuto.
Scavando nel
mucchio, in questa invasione del verde agricolo rimasto libero alla
periferia delle grandi città, che, occorre dire, è stata anche la
risposta, forse non perfetta, al bisogno originato dalle devastazioni
della guerra, alcuni episodi cominciano oggi a muovere la nostra
sensibilità, riescono pian piano a farci capire le loro ragioni e a
farci apprezzare le loro qualità.
Sarebbe
difficile peraltro pensare che un decennio così coinvolgente su altri
fronti culturali (filosofia, cinema, letteratura; esistenzialismo,
neorealismo, ermetismo) non abbia prodotto niente sul terreno di quella
che è la più materiale di tutte le arti, la più importante perché
costruisce l’abitazione e le strutture fisiche della vita dell’uomo
stesso. Situazioni tutte che hanno determinato una condizione di
necessità, cui è stata data una risposta con la cultura e la
sensibilità dell’uomo che viveva quegli anni: gli anni della
ricostruzione.
Nei primi decenni del secolo la città fu reinventata: estese porzioni
di territorio sono state ripopolate con la fondazione di nuove città.
Dopo la guerra, (negli anni cinquanta), erano le città sopravvissute (e
il territorio con loro) a ritrovarsi a confermare la necessità della
loro esistenza come luogo di costruzione della vita futura
L’entrata in guerra dell’Italia interrompe e modifica le strategie
degli insediamenti nelle nuove città fondate durante gli anni del
regime fascista. Se si fa un’eccezione per Arborea (che a case
fatte aveva da fare la terra, e soprattutto il mercato dei suoi
prodotti), Carbonia continuava ad assorbire spinte insediative
consistenti, Fertilia vedeva completato il suo centro urbano proprio
negli anni a ridosso del 1950.
Alcune
esperienze si possono leggere in continuità con le ipotesi di piano
precedenti il conflitto mondiale, altre sono in chiara contrapposizione
(anche formale) con quelle esperienze, a testimoniare un rifiuto da
parte di tutte le forze culturali, sociali, economiche e politiche,
dell’ideologia al potere prima della guerra.
Significative
le ultime esperienze di Eugenio Montuori nella realizzazione delle case
operaie di via Manzoni a Carbonia (1950-1954). Resistono tenaci
alcune regole dell’architettura funzionale, dettate soprattutto dagli
elementari principi di igiene: orientamento degli edifici, riscontro
d’aria in tutti gli alloggi (non ostante i quattro appartamenti per
piano).
L’invenzione
della scala esterna, a rampa unica disimpegnata da una sorta di
ballatoio, è proprio lo stratagemma utilizzato per questi condomini
"intensivi" senza compromettere la loro vivibilità. Questo
artifizio funzionale è sottolineato anche formalmente: tutto il sistema
distributivo descritto viene enfatizzato con l’impiego di setti
portanti realizzati con blocchi di trachite a vista, similmente a come
fece Muratori negli attraversamenti dei corpi di fabbrica a Cortoghiana,
composti nella facciata sulla scala gigante di tutti i quattro piani,
come segni della materia nella parte vuota del volume geometrico degli
edifici, rigorosamente paralleli tra di loro e tutti affacciati nella
medesima direzione.
Negli stessi anni a Cortoghiana Francesco Saverio Muratori ha
l’occasione di completare, con il fabbricato della chiesa,
l’impianto urbano della cittadina con la definizione della grande
piazza sul lato est. Intervento realizzato nel rispetto delle ipotesi di
piano iniziali, ma con l’impiego di quel linguaggio nuovo, fatto di forme
leggiadre, tese ad alleggerire e a smaterializzare gli elementi
strutturali della fabbrica, forme e linguaggi che caratterizzarono
questo periodo della produzione architettonica.
Nel caso della
lunga e notevole attività di Muratori nella pratica professionale, la
chiesa di Cortoghiana si può considerare l’esperienza che ha
fatto da spartiacque fra il periodo razionalista e il periodo storicista,
culminato quest’ultimo con la realizzazione della sede della
Democrazia Cristiana all’Eur di Roma ("tavola sinottica di alcuni
elementi rigenerati della tradizione manualistica" come ce la
descrive Guido Canella nel numero 13/14 anno 1980 della rivista Hinterland).
Anche a
Fertilia la chiesa completa l’impianto urbano, e l’edificio viene
realizzato ricalcando abbastanza fedelmente le linee di progetto del
1933 di Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la torre campanaria,
costruita sul fianco destro della chiesa, si pone con evidenza nella
linea delle coetanee esperienze del dopoguerra.
Tornando un attimo indietro, è interessante l’esperienza dei Sottsass
a Iglesias che con il loro Villaggio operaio del 1949, inaugurano
una felice stagione di presenza in Sardegna, che li vedrà attivi anche
a Quartu Sant’Elena, ad Arborea e nella stessa Cagliari.
L’intervento progettato e realizzato ad Iglesias è un nucleo
autosufficiente, proprio secondo la tradizione delle fondazioni,
comprendendo, oltre agli alloggi, le scuole, le strutture per lo svago e
il tempo libero, negozi, bar e ristoranti, la chiesa e tanto verde che
permette un ombreggio diffuso, visto che "le famiglie operaie non
possono evacuare nei mesi estivi ".
Si ritorna
quindi a indagare sulle possibilità che offre l’idea di "città
giardino", che sarà ripresa a Cagliari anche da Adalberto Libera,
in contrapposizione anche figurativa con le esperienze precedenti, ma
nondimeno memore della grande lezione di Eugenio Montuori e del suo
piano di ampliamento di Carbonia.
(1 - continua)
Quando Cagliari ricostruì la
via del commercio
A Cagliari il
problema primario fu quello della ricostruzione. L’esperienza di
Raffaello Fagnoni per la chiesa di San Domenico (1949-53), oltre
ad essere la più conosciuta, è senz’altro anche la più matura e la
più ricca di complessità. Il difficile tema della costruzione sulla
costruzione, della edificazione di un nuovo organismo sulle macerie
dell’antica fabbrica, sembra avere esaltato la capacità di
reinventare lo spazio sacro da parte del progettista.
Questa costruzione offre in realtà gli spunti più convincenti nelle
soluzioni adottate per lo spazio interno, segnato dal generoso intreccio
delle nervature in calcestruzzo dell’aula, dalla rarefazione del segno
nello spazio presbiterale cupolato, dal profilo articolato del piano del
pavimento: una bella virtù dettata dalla necessità di accompagnare col
nuovo gli spazi sottostanti del complesso medioevale. Meno efficace
sembra essere invece il suo inserimento urbano, dove i diversi elementi
con i loro affacci esterni (scalinata, torre campanaria, facciata,
cupola e corpo della biblioteca del convento), dialogano con difficoltà
tra di loro e con il contesto, pur essendo comunque pregevoli per il
raffinato trattamento materico delle superfici, in continuità e in
contrapposizione con le superfici delle pareti interne.
L’edilizia di culto è campo di ragionamento fuori dalla mischia dei
temi consueti, favorevole a quel "disgelo" rispetto ai rigori
disciplinari e ideologici del ventennio che gli anni Cinquanta sembrano
auspicare. La bella immagine di Pier Paolo Pasolini (L’usignolo
della Chiesa Cattolica, Milano 1958) restituisce efficacemente il
ruolo ricoperto da queste esperienze sul terreno delle forme costruite,
oltre che in campo sociale.
Particolarmente intensa l’attività edificatoria nel largo Carlo
Felice, centralissima strada di Cagliari. Questa grossa arteria continua
a costruire la sua immagine di centro amministrativo e direzionale,
sulla linea della trasformazione della città da piazzaforte a città
mercantile e di commercio, avendo all’orizzonte il mare e la libertà
di traffico.
Già all’inizio del ventesimo secolo la costruzione della Banca
Commerciale, della Camera di Commercio (su progetto di quel Luca
Beltrami che ideo tra le altre cose anche la sede del Corriere della
Sera a Milano), e l’insediamento del Banco di Napoli nel Palazzo
Devoto, di fatto esaltavano il nuovo ruolo di questo spazio urbano di
fronte al porto. La coppia di edifici della Banca d’Italia e della
Banca Nazionale del Lavoro, su progetto dei romani Foschini e Del
Debbio, edificati al posto del vecchio mercato, emulano con la loro
presenza gli altri due edifici ottocenteschi di Luca Beltrami.
Allora fu il
miglior professionismo milanese a dare la nuova cifra stilistica e di
rappresentanza alla città, adesso è il turno del professionismo
romano. Simili come ingombro, questi due edifici differiscono però
profondamente nei particolari architettonici. Tanto è monumentale e
aulica la fabbrica della Banca d’Italia, quasi a significare e
simboleggiare visivamente la necessaria gerarchia, quanto è leggera e
variamente articolata la facciata della Banca Nazionale del Lavoro.
L’edificio
della Banca d’Italia è ancora memore dell’importanza data
all’architettura, durante il ventennio, nel rappresentare
l’istituzione, per parlare con la voce del potere dello Stato.
L’ingresso centrale sottolineato da poderosi stipiti, il grande
basamento in cantoni di granito a bugnatura accentuata, la verticalità
sottolineata dal taglio delle finestrature, la fitta serie delle stesse
al piano alto come coronamento, danno la misura dell’intenzione.
Il fronte della Banca Nazionale del Lavoro, che con sottili lesene
continua a dare la trama verticale dei partiti di facciata, privilegia
la presenza dei vuoti sulla linea orizzontale, sottolineata anche dal
brise-soleil che sembra proiettare il piano di facciata in avanti sulla
terza dimensione.
Questo serrato
dialogo fra classicismo e modernismo veniva intanto risolto in modo
brillante da Ubaldo Badas che, già grande protagonista della
costruzione di Cagliari fra le due guerre, con il suo Banco di Roma
sullo stesso largo Carlo Felice (1955) dà una prova mirabile della sua
capacità progettuale.
Costruito su
un isolato bombardato, questo edificio contiene in uno la capacità di
interpretare il luogo urbano (una grande colonna in fondale alla salita
del Largo, con una certa voglia forse di esserci in quelle forme anche
sull’altro lato della piazza, a costruire così una imponente scena
urbana), la lezione del "moderno" e la sua messa in
discussione con il ritorno alla riflessione sull’eredità della
storia.
Non si può
negare che l’edificio di Badas, fatta salva la prevalenza dello
sviluppo verticale, soprattutto nell’attacco a terra e nel basamento,
sia memore della lezione data dalla Casa sulla Michaelerplatz di Adolf
Loos).
Poco distante lo stesso Badas si comporta in modo più prudente e, forse
costretto dalle particolari dimensioni del lotto a disposizione,
affaccia l’edificio del negozio Costa Marras (fine anni Cinquanta) su
una traversa del Largo, offrendo a quest’ultimo il fianco. Questa è
comunque un’occasione che Badas sfrutta magistralmente per mettere in
evidenza il suo amore per l’artigianato, non secondo certo a quello
per l’architettura. Lo stretto affaccio sul Largo ospita infatti delle
decorazioni ceramiche di Giuseppe Silecchia: l’architettura si afferma
nel dubbio e lascia il campo all’ornamento (che non è più delitto).
Non
altrettanto discreto sembra invece l’edificio di Guido Vascellari in
via G.M. Angioy (palazzo Alziator). Contemporaneamente imponente (per le
dimensioni rispetto all’intorno) e garrulo (per la prevalenza data
alle cromie dei materiali che lo caratterizzano più degli altri
elementi architettonici), quest’edificio, situato in una strada
parallela al largo, vorrebbe chiaramente trovarsi allineato a quelli già
citati, e fa capolino sulla piazza dal cannocchiale ottico della
traversa.
Vascellari
ebbe un’altra ghiotta occasione: in cima alla leggera erta della
Strada nuova, denominata via Sonnino, progetta e realizza tra il ’53 e
il ’59 un edificio per residenza e uffici (il Banco di Sassari),
proprio in quella piazza Garibaldi che già ospita il rinomato palazzo
Zedda di Salvatore Rattu. La posizione scelta, il taglio volumetrico, la
costruzione della quinta urbana sono i fatti positivi di questo
intervento, che sul piano del singolo manufatto e dei dettagli scivola
però in qualche formalismo.
Poco distante,
sulla via Bacaredda, il palazzo dell’Intendenza di Finanza (1953-55)
di Oddone Devoto, in continuità alla cortina edilizia delle case
popolari dei primi anni del secolo, è notevole come esempio dei
linguaggi e dello "stile" architettonico di quegli anni
(purtroppo un recente intervento di ristrutturazione ha alterato
completamente i tratti caratteristici della facciata, dove i vetri in
verde acido degli infissi restituivano un gradevole contrasto cromatico
con il rosa delle trachiti della muratura).
Meno
appariscenti ma, ciò non di meno, raffinate le presenze di Luigi
Valentino, autore fra l’altro di un palazzo un via Eleonora
d’Arborea e di quello che sarebbe dovuto essere, nel piano di
ricostruzione, la testata del tunnel passante il colle di Castello
(1949-1950).
Anche sul
fronte dell’edilizia abitativa Cagliari recita un ruolo importante, e
importanti sono i nomi dei protagonisti, da Sacripanti a Libera, da
Natoli ai Sottsass, da Mandolesi allo studio Valle di Roma.
Particolarmente significativa la presenza di Adalberto Libera, che nel
quartiere di via Pessina, aderendo alle tendenze della nuova
architettura, disegna un intervento che rompe con la tradizione
dell’allineamento sul fronte strada, dell’isolato a blocco, del
primato dell’impianto urbano che a Cagliari, nelle zone di espansione,
ricalca ancora gli schemi della città ottocentesca.
La sua città giardino, nelle maglie più larghe di uno standard
più generoso, si pone come momento innovativo rispetto alla coeva
edilizia economica e popolare, potendo interpretare la città in maniera
meno intensiva. La felice disposizione urbanistica, l’aspetto
esteriore sobrio, la curata distribuzione interna, sono i pregi
principali di una prassi progettuale, che fa proprie le ragioni del
funzionalismo." (F. Masala, in "Arte, architettura,
ambiente", n. 1, anno 2000).
Libera è noto
a Cagliari anche per il suo pregevole Padiglione della Cassa per il
Mezzogiorno (oggi conosciuto come sala Figari) alla Fiera
Campionaria. Una trave a profilo alare rovesciato, con un solo appoggio
a terra, ripetuta in serie con raddoppio speculare, a racchiudere uno
spazio interno che si smaterializza e si annulla con la grande asola
zenitale a cielo aperto. Tanto sono "domestiche" le case di
via Pessina, quanto è aristocratico e solitario questo oggetto: gesto
evocativo e monumentale dove l’architettura è chiamata nuovamente a
coprire un importante ruolo di rappresentanza. Oggi purtroppo, avendo
subito notevoli rimaneggiamenti dettati da necessità funzionali e
statiche (e in questa vicenda vediamo curiosamente all’opera Ubaldo
Badas), il Padiglione non è più visibile nelle sue linee essenziali.
(2 - continua)
Idee nuove in periferia
Ultima parte
del viaggio di Aldo Lino sull’architettura in Sardegna nel secondo
dopoguerra. Gli articoli fanno parte del volume "La città
ricostruita", pubblicato dalla Cuec su iniziativa della sezione
sarda dell’Istituto nazionale di urbanistica, e curato oltre che da
Lino, da Alessandra Casu e Antonello Sanna.
Ad Oristano ha occasione di affrontare un tema importante l’architetto
Vico Mossa, studioso riconosciuto dell’architettura domestica
tradizionale, con un edificio che gli consente di cimentarsi con
un’altra delle ambizioni di quegli anni, lo sviluppo in altezza. Su
una pertinenza della vecchia cinta muraria, a fianco della torre
giudicale di Mariano, dirimpetto alla grande Piazza Roma, sorge il
palazzo Sotico, testimonianza notevole di quella ansia di crescita e di
ricerca di un nuovo centro che, nel dopoguerra coinvolge anche Oristano.
Il palazzo è
la nuova muraglia urbana, con i "cariaggi" che non accolgono
più i carri della campagna carichi dei suoi prodotti, ma diventano i
portici del nuovo centro urbano pronti ad ospitare nuovi commerci e
nuovi scambi. Pur essendo frutto del clima liberistico dei regolamenti
edilizi di quegli anni, il palazzo So.Ti.Co rappresenta bene per
Oristano le istanze, le aspirazioni e le speranze per il futuro che la
comunità urbana restituiva nelle forme disegnate secondo la maniera dei
tempi.
A Bosa invece,
nella zona di ampliamento dei viali, lungo il Temo verso il borgo a mare
di Bosa Marina, ritroviamo Ubaldo Badas, con un edificio che si
differenzia abbastanza rispetto alla sua pur eclettica produzione: il
nuovo Seminario diocesano (1954). Occupando quasi l’intero isolato
insieme alle strutture sportive all’aperto, è costruito per addizione
di singole parti e diverse funzioni (gli ambienti di rappresentanza e di
servizio, le camere, le sale di studio e la biblioteca, il refettorio e
le cucine, la cappella interna), con affacci variamente articolati, che
denunciano chiaramente all’esterno la differenziazione e la
destinazione degli spazi interni.
Quasi un abaco
di elementi costruttivi, cui ad ognuno, singolarmente, viene data una
forma obbediente al gusto leggiadro, forme ottenute ripensando
quelle della tradizione locale (le mensole in ferro dei balconi, le
grate realizzate con strisce di ferro piatto intrecciate a losanga, le
finestre binate aggraziate da un leggero arco in sommità, l’impiego
di doghe in legno per ombreggiare).
Una sorta di regional
style si potrebbe considerare la risposta di Badas a quanto andava
realizzando, nella vicina Alghero, Antonio Simon Mossa, che cercava
un’identità regionale dell’architettura in canoni estetici spagnoli
e catalani. Uomo politico di frontiera e poliedrico intellettuale, Simon
Mossa ebbe numerose occasioni di praticare il mestiere di architetto
(suoi sono l’albergo Lepanto, il complesso residenziale Palau de
Valencia, l’albergo El Faro, il complesso di Porto Conte progettato
insieme a Marco Zanuso,.
E’ doveroso
ricordare anche l’opera dell’ingegner Marcellino, progettista e
costruttore di un edificio molto significativo: l’albergo Esit.
Realizzato negli stessi anni del Seminario di Badas, questo edificio è
il suo esatto contrario. Incurante della presenza della città,
l’albergo le volta le spalle e guarda solo il mare, che ha
all’orizzonte Capo Caccia a chiudere con suggestiva scenografia il
golfo. Alghero, prima fra le città in Sardegna a intravedere nelle sue
valenze paesistiche e ambientali opportunità di progresso economico,
comincia a realizzare strutture a destinazione turistica.
Numerosi
alberghi Esit sono stati realizzati in questo periodo dall’ente
regionale omonimo in diverse località dell’interno e della costa. Per
Alghero fu l’inizio di un processo di sviluppo più consistente che
altrove, quasi la scoperta di una vocazione della città e del suo
territorio: quest’albergo rappresenta bene il fenomeno anche sul piano
formale, obbedendo nel suo disegno a quell’international style
di cui gli alberghi americani della catena Hilton divengono i veicoli
nel mondo.
Dice Richard
Price nel suo pregevole Una geografia del turismo: paesaggio e
insediamenti umani sulle coste della Sardegna che il turista doveva
ritrovare nel posto della sua villeggiatura uno spazio familiare,
formato secondo canoni estetici propri della sua cultura, della sua
sensibilità e della patria di origine.
A Sassari troviamo all’opera Fernando Clemente che sembra seguire, in
Sardegna, le orme di quel Piero Bottoni che tanta parte ha avuto per lo
sviluppo dell’architettura a Milano. Oltre i suoi grattacieli,
oltre le sue università e ospedali, ci porta a questa convinzione la
sua attività nelle campagne e nelle periferie, che sono i veri teatri
del sociale in questi anni ricchi di speranze. Il quartiere di Latte
Dolce, progettato da Fernando Clemente, Enrico Mandolesi, Mario
Fiorentino e altri, è una palestra di formazione di questo gruppo di
giovani architetti e di sperimentazione dei nuovi linguaggi.
Linguaggi che
opere come le case in viale Etiopia a Roma di Mario Ridolfi avevano
prepotentemente imposto come argomento primo del dibattito disciplinare.
I reticoli strutturali in calcestruzzo a vista in accoppiata con i
tamponamenti in mattoni rossi, fanno della componente cromatica uno dei
tratti distintivi di queste architetture. Il segno non è ancora deciso
e certo, le campiture non hanno trovato ancora un giusto ritmo, siamo
però nella direzione della ricerca di una nuova regola.
Sempre a
Sassari è ancora Ubaldo Badas a salire in cattedra con il suo
Padiglione per l’Artigianato. Nel grande spazio dei Giardini, dove
sarebbe dovuta sorgere una grande piazza a fianco del centro storico
(emiciclo Garibaldi) a similitudine di episodi analoghi in altre grandi
città (vedi il caso di Napoli con la sua piazza Plebiscito), Badas, con
una certa preveggenza sulla difficile realizzabilità di quell’idea,
attua quel programma su una scala ridotta.
Il suo edificio è infatti quasi una piazza, una piazza coperta, come
denunciano chiaramente gli elementi architettonici più importanti: le
nobili pilastrate interne rivestite di marmo bianco venato e divisi in
due da un "bassofondo", che li percorre per tutta l’altezza
rendendoli immateriali, pilastri che inclinano la loro linea verticale a
una certa quota e sembrano non sostenere la copertura in liste di legno
accostate, che quasi galleggia nello spazio come elemento sospeso e con
una morbida linea.
L’esperienza
maturata a Sassari con la realizzazione del quartiere di Latte Dolce sarà
molto utile a Enrico Mandolesi per il progetto dell’intervento Incis
nel quartiere La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui il disegno si
raffina, il ritmo diventa più sicuro, i materiali vengono impiegati con
maggiore padronanza e si introducono artifici meccanici che
rendono questo progetto estremamente interessante. Il corpo scale è
impostato su un quadrato ruotato di quarantacinque gradi rispetto al
filo dei fabbricati, riuscendo così da consentire una distribuzione di
un alloggio per piano, con lo sfalsamento in altezza dei corpi di
fabbrica.
I corpi scala
sono vere e proprie cerniere della composizione dell’impianto, la loro
rotazione consente di organizzare gli edifici in linea e le corti
interne senza soluzione di continuità. Il ritmo dei tamponamenti in
mattoni rossi sulla griglia strutturale, interrotto dalle finestrature
strette e sviluppate per tutta l’altezza del piano, è arricchito dai
vuoti delle logge, che scavano con molta misura i volumi consentendo una
gradevole compenetrazione di interno ed esterno.
Il taglio degli alloggi è medio-piccolo, tanto che oggi i residenti
stanno via via recuperando superfici utili proprio da queste logge.
Questo fatto dimostra come gli standard che erano ottimali cinquanta
anni fa si rivelano purtroppo insufficienti rispetto agli attuali
bisogni.
Alla fine di
questa ricognizione attraverso le esperienze del dopoguerra in Sardegna,
bisogna ricordare la vicenda, in qualche modo ancora oggi controversa,
della realizzazione del complesso della Società Elettrica Sarda nella
centralissima via Roma, su progetto dell’architetto Gigi Ghò.
Sul numero 74
della rivista Edilizia Moderna, dicembre 1961, leggiamo "A
Cagliari, nel cuore della città, sorge la nuova sede della Società
Elettrica Sarda. Progettato nel 1947, l’edificio è stato ultimato ed
inaugurato nel ’61 per celebrare il cinquantenario della fondazione
della Società, e lo si può aggiungere alle più grandi realizzazioni
della Ses. in Sardegna ed in Italia: la diga del Tirso, la più grande
in Europa del suo tempo, è sempre il valido simbolo della società nel
mondo.
L’edificio
sorge su un’area situata in uno dei punti più interessanti della città,
nella zona del porto, a livello del mare. Di fronte ha la via Roma, la
più nota ed animata di Cagliari; alle spalle il futuro centro
direzionale, il capo Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati di Bonaria. A
fianco il porto, le darsene, il mare Tirreno, le navi in arrivo; sopra
le logge, i terrazzi, i bastioni e le zone panoramiche di Cagliari
alta".
Efficace la
descrizione per un edificio che doveva continuare la linea di
rinnovamento del centro urbano cominciata un secolo prima nel Largo
Carlo Felice, con il palazzo della Banca Commerciale Italiana di Luca
Beltrami, chiudendo a est la grande piazza che comincia con la testata
della stazione delle ferrovie. Chiudere lo spazio per definirlo con
forza, come ormai non poteva più fare il demolito palazzo della dogana,
a riaffermare comunque un’idea di città propria dell’Ottocento.
In forme però
completamente nuove e inusuali per la Cagliari di quegli anni, con la
maglia strutturale in vista e appoggiata a terra con semplici cerniere,
quasi un ideale traliccio delle linee elettriche realizzato in
calcestruzzo. Ritorna l’architettura fatta di linee e di nervature in
vista, come già negli spazi interni del San Domenico, e come Figini e
Pollini avevano magistralmente sperimentato nelle case in via Broletto a
Milano.
Il palazzo della Società Elettrica Sarda idealmente conclude con
positiva ambizione il percorso faticosamente iniziato
dall’architettura in Sardegna con la ricostruzione. Percorso che,
comunemente e correntemente, viene ancora oggi giudicato in maniera
negativa. Ma come abbiamo visto, fra le campagne aggredite dalla città
che cresce con assordante gracidar di rane, si è sentito molto spesso
il canto dell’usignolo.
(3 - fine)
Aldo Lino |
|
Un
articolo dall'Unione Sarda del 19 aprile 2002
Parla
il curatore della mostra Carlo Fabrizio Carli
Un'architettura
a misura di campo
Carlo
Fabrizio Carli è il curatore della mostra romana assieme a
Renato Besana, Leonardo Devoti, Luigi Prisco e - per la parte sarda -
Giorgio Pellegrini. L’esposizione è promossa dalla Regione Lazio e
sponsorizzata dal Touring Club. Che in qualche caso ha ovviato alle
diffidenze di alcune città sarde («non Arborea, ma le altre», dice
Pellegrini) stupidamente diffidenti nel mettere a disposizione il loro
patrimonio fotografico, affinché la mostra romana potesse essere più
completa.
«Per troppi anni - dice Carli - il discorso sul patrimonio
architettonico del fascismo è stato rimosso. Una damnatio memoriae alla
quale è seguita un’ovvia riscoperta. Anche perché quel che
l’architettura produceva in Italia all’inizio nei primi decenni del
Novecento era di assoluto interesse internazionale.
Non a caso Terragni è studiato dai maggiori esperti come una dlele
punte massime della qualità architettonica del Novecento. Non tutte le
città di fondazione restituiscono lo stesso fascino ma Sabaudia, subito
dopo Brasilia è la città più studiata dagli esperti del Novecento».
«E in Sardegna, Mussolinia Arborea è un caso palpitante di questa
realtà. Un architetto come Giovan Battista Ceas è un personaggio
ancora poco noto in Italia. Ma geniale, straordinario, a lui si debbono
alcune realizzazioni come la casa del fascio di Arborea, edifici di
impianto circolare che paradossalmente non trovano posto nei manuali
d’architettura».
Qual era l’idea base delle città di fondazione?
«Le città nuove create dal fascismo non hanno senso se non si tien
conto che servivano a bonificare enormi porzioni del territorio
italiano. Il fascismo liberò dalle paludi circa tre milioni di ettari.
Un intervento colossale che fece nascere ex novo settantaquattro città».
«Un’insieme di palazzine e verde pubblico costruite su spazi
strappati a pianure malariche. Anche per questo infastidisce che si
diano false valutazioni di quel che è stato fatto. In Italia e
all’estero (nelle colonie d’oltremare) sorsero città e villaggi
omogei, che avevano uniformità di altezze nelle costruzioni, palazzine
incastonate nel verde, città armoniche che subito dopo la guerra
vennero accrechiate, in qualche caso sommerse dalla speculazione
edilizia. Interventi furi scala a Latina e Carbonia, nessun piano
regolatore, ogni standard violato.
In quali anni?
«Anni Sessantaa. E nel caso di Latina vennero addirittura approvati
piani regolatori che permisero la distruzione delle testimonaianze
architettoniche di fondazione. Poi la città si pentì ma è servito a
poco».
Coincise con il fatto che dopo il fascismo smisero d’esser
banditi concorsi d’architettura?
«Indubbiamente. Al di là dei significati politici che uno vuol dargli,
le città di fondazione vennero realizzate con una grande qualità
edilizia».
Quale fu la migliore tra le nuove città del regime?
«Mah, molti centri vennero letteralmente devastati dopo la guerra e
ormai si può ragionare sulla qualità storica più che sull’attualità.
Sabaudia e Arborea sono senza altro tra gli esempi più interessanti. A
Carbonia invece accadde di tutto, anche perché la storia della città
era legata al clima autarchico e allo sfruttamento di bacini minerari
che poi si rivelarono pocoproduttivi. Ma intanto la citgtà prima della
guerra aveva ormai cinquantamila abitanti».
E nelle citrtà d’oltremare?
«Anche lì le esperienze di ricerca architettonica ci sono. Rilevanti e
misconosciute. Parlare di città d’oltremare significava Rodi dove
venne restaurato l’insediamento medioevale e dove vennero inventate
strutture alberghiere. Nel Dodecanneso c’è una città Porto Lago, che
era di supporto alle basi militari italiane dove vennero l’architetto
Ceas lavorò molto».
«C’è poi il discorso libico e nordafricano. Soprattutto sotto il
governatorato di italo Balbo, sorsero decine di villaggi metafisici,
alcun dei quali costruiti per la popolazione araba con tanto di moschea,
minareto, mercato. Altri vennero costruiti per i coloni italiani che a
decine di migliaia andarono a trovare i loro posto al sole. Non lo
trovarono ma in quei paesi ci hanno spesdso lasciato la pelle e
l’anima».
Cosa resta oggi?
«In Italia la speculazione edilizia ha compiuto veri e rpopri
saccheggi. Nelle città d’oltremare i danni vennero fatti dal
disinteresse e dall’incuria. Anche perché le città di fondazione
d’oltremare erano un reperto coloniale non amato. Foprse oggi
s’incomincia a rivalutare quel periodo. in Eritrea esistono già
rapporti di collaborazione con l’Italia e in Etiopia (per quanto il
governo italiano sia stato brevissimo, dal 1936 al 1940) si rivalutano i
piani regolatori davvero ben fatti come quello di Addis Abeba e Gondhar».
Mc. M. |
|
STORIE
DI LIMES - Carbonia Hag (Viaggio per le città del Duce - 3)
di Antonio PENNACCHI
A
Carbonia fanno un caffè hag che è la fine del mondo. Un caffè hag non
nel senso di marca, ma di decaffeinato. La marca deve essere sicuramente
una marca locale. Una marca sardegnola. In lingua italiana, a dire il
vero, sardegnolo è solo l'asino. Tutto il resto è sardo. Ma
nell'italiano che si parla intorno a Roma - l'italiano regionale del
Lazio, a cui attiene anche Latina, la capitale delle città del Duce -
è tutto sardegnolo. Senza distinzioni di sorta. Ma questa, come si vedrà,
non è l'unica questione semantica.
Dice:
“Vabbe'. Ma che sei andato fino a Carbonia solo per prendere un
caffè?”. No. Che c'entra. Tutt'altro. Ma visto che stavo lì qualche
caffè l'ho bevuto. E questa cosa l'ho notata. E non mi pare una cosa di
secondaria importanza. Anzi. Mi sembra abbastanza rilevante. Non credo
di essere l'unico nelle mie condizioni. E comunque, per quanto mi
riguarda, io mi sono stufato di avere discussioni tutte le volte che
entro in un bar. Chiedo un caffè hag - sempre inteso come decaffeinato:
per la marca mi dessero pure quella che gli pare - e aggiungo
inequivocabilmente: “Stretto. Molto stretto. Poche gocce”, perché
poi lo so che mi fanno regolarmente dei brodi vegetali. E quelli, tutte
le volte, mi guardano sempre strano, con sufficienza, come se fossi un
minorato: “Scusi, ma perché non si prende un caffè normale?”, mi
consigliano. “E se potevo prendermi il caffè buono venivo qua a
chiedere un caffè hag?”, mi tocca di rispondergli ogni volta. Con la
pressione che mi si alza come se avessi preso un bidone di caffè vero.
Secondo loro, uno si prende il caffè hag perché non gli piace il gusto
del caffè, mica perché gli fa male la caffeina. Così te lo fanno pure
lungo. Dopo che glielo hai detto chiaro chiaro. E pensano d'avere fatto
bene. E hanno pure un atteggiamento infastidito: “Ma guarda tu chi mi
doveva capitare oggi”. Sti bastardi. Perché il caffè hag - sempre in
senso generale e per sineddoche, naturalmente: ci mancherebbe pure che
mi querelasse l'Hag - tutti sanno che fa schifo. Acqua calda. In tutta
Italia. Del caffè non ha più manco il colore. Solo il nome. Non ti
dico l'orzo: roba da suicidio. E tu ti metti pure a farlo lungo? Ma
allora lo fai apposta.
A
Carbonia no. Al Caffè Impero, specialmente. Fanno un caffè hag che è
la fine del mondo. Meglio di quello vero. E ne puoi prendere quanti te
ne pare. Bello ristretto, cremoso. Pieno di sapore. Che t'accendi subito
la sigaretta. Una appresso all'altra. Alla faccia del cardiologo. Che è
peggio d'un barista.
Mi
pareva una scoperta da dover socializzare.
A
Carbonia c'è una torre. O meglio, non sarebbe proprio una torre, ma
tutti la chiamano così: “Torre littoria”. E in effetti si chiama
così fin dall'inizio, da quando la costruirono, nel 1938. Oramai era
diventata un'abitudine. Non solo quella di fare le torri, ma proprio
quella di fare le città. S'alzavano la mattina e ne fondavano una.
Prima, all'inizio - ma all'inizio l'inizio, quello del fascismo - non ne
volevano proprio sentir parlare: il Duce era per la ruralizzazione, e il
primo nemico da abbattere era l'urbanesimo. Era quella la fonte d'ogni
male: la gente lasciava le campagne, dove aveva lavorato in pace e per
benino - ognuno per suo conto, senza dar fastidio a nessuno - e veniva
in città, a fare gli scioperati. O i disoccupati. E a ubriacarsi pure
nelle osterie. E, mezzi ubriachi, a parlare anche di politica. “Altro
che urbanesimo”, aveva detto Mussolini, “tutti in campagna!” e
fece pure chiudere le osterie. Venticinquemila mila, in tutta Italia:
“... a rompere i coglioni”, pare che abbia detto mentre firmava lo
storico decreto. Che lavoro si siano poi messi a fare gli osti, rimane
tuttora un mistero. E in quelle poche che restarono aperte fece
attaccare un cartello con tanto di marca da bollo: “Qui non si
parla di politica”. È storia, mica
chiacchiere. Lo dice pure De Felice.
E
intanto, con la fissa della ruralizzazione, sono andati avanti per una
decina d'anni. “Tutti in campagna”, continuavano a ripetersi: “Questa
è la vera mistica fascista”. E la gente, in campagna, ce la tenevano
con la forza. Dovevano costruire - diceva la mistica - l'uomo nuovo,
mica scherzi. E lo dovevano fare con le buone e le cattive. Per
spostarsi ci voleva l'autorizzazione, una specie di passaporto. Da
città a campagna. E viceversa. Proprio come in Siberia. O Pol Pot. E i
khmer rossi. Poi uno dice che non ci capisce più niente. E dov'è che
comincia una cosa e che ne finisce un'altra. Hai voglia a leggere Destra
e sinistra di Norberto Bobbio. Secondo me, non
ci ha capito niente neanche lui. Mi spiegasse - se è capace - chi sta
più a sinistra, adesso. Se Gianfranco Fini o Massimo D'Alema. Non
parliamo di Giuseppe Rauti, detto Pino. Come per il Kosovo. E chi
svolge, per davvero, un ruolo oggettivamente progressista,
antimperialista e rivoluzionario. Almeno secondo la “teoria dei
quattro mondi” del compianto Hua Quofeng. Ma mi sa che con le storie
di Carbonia tutto questo non “ciazzecchi molto”, come dice un altro
che tra la destra e la sinistra fa qualche confusione. Più di me.
Fatto
sta che di città non ne volevano sapere. Poi si ritrovarono Littoria,
all'improvviso: fu una pensata autonoma del conte Valentino Orsolini
Cencelli, che comandava da proconsole l'Opera combattenti e la bonifica
delle Paludi Pontine. Il conte Cencelli si credeva d'avere fatto chissà
che cosa, e per il 30 giugno 1932 - quando doveva mettere la prima
pietra - invitò alla cerimonia il Duce. Quello, invece, si incazzò
come una bestia. Per poco non gli mette le mani addosso. E c'è proprio
un suo documento autografo (Acs, Segr. part. duce, Autografi del
duce, 7.X.D. - 29 giugno 1932) che proibisce a
tutti i giornali di darne la minima notizia: “Tutta quella
rettorica a proposito di Littoria, semplice comune e niente affatto
città, est in assoluto contrasto colla politica antiurbanistica del
Regime Stop Anche la cerimonia della posa della prima pietra est un
reliquato di altri tempi Stop Non tornare più sull'argomento -
Mussolini”.
Cencelli,
però, oramai era andato troppo avanti, con le imprese e con gli
appalti; si mise la coda tra le gambe e tirò dritto per la sua strada:
“Male che va, mi manderanno al confino”. E fece Littoria. E, mentre
la faceva, lo venne a sapere la stampa estera. E la notizia rimbalzò
per tutto il mondo: “Questi fanno le città!”, dicevano ammirati. E
cominciarono a venire - a miracol guardare - dall'America. E soprattutto
dalla Russia. Per davvero. Ministri sovietici. E presidenti dei kolchoz.
In fila per uno. Per vedere come si faceva. (Destra o sinistra? Boh.) E
allora il Duce ci prese gusto. E si prese tutto il merito. Il 18
dicembre 1932 - sei mesi dopo - ci venne lui a inaugurare Littoria. E
dopo ne fece fondare altre. A tutta gallara. Una appresso all'altra.
Altro che “cerimonie e reliquati d'altri tempi”. Dalla mattina alla
sera non faceva che mettere prime pietre. A Aprilia, addirittura, si
mise sul trattore a tracciare il solco sacro, come facevano gli àuguri
etruschi, e come aveva fatto Romolo, il giorno che per scherzo, prima di
scannare per davvero suo fratello, s'era messo a sfotterlo: “Mo' ti
faccio vedere che fondo Roma”. E quello gli aveva risposto. E una
parola tira l'altra. Proprio come al derby (pare che Remo fosse pure
laziale). E quando s'è ritrovato - Romolo - con la coratella in mano,
non s'è più potuto tirare indietro. Che figura ci faceva con gli
ultras? E ha fatto Roma.
Alla
fine ne hanno fatte 21 - i fascisti, non gli ultras; e città, non
coratelle - tra grandi e piccole. In tutta Italia. Senza contare i
villaggi coloniali in Libia. In tutta Italia, dall'Alpi alle piramidi,
dal Manzanarre al Reno: Istria, Friuli, Sardegna, Agro Pontino, Puglia.
In soli 10 anni. Dal '32 al '43. E meno male che hanno perso la guerra.
E hanno dovuto smettere. Se no non lasciavano più un metro di campagna
nemmeno in Valpadana. Pure sopra le Dolomiti.
All'inizio,
come detto, erano partiti alla chetichella, coi disegnini dei geometri
dell'Opera combattenti (non parliamo di Mussolinia, ora Arborea, che ci
si erano messi gli elettrotecnici). Poi man mano hanno dato spazio agli
architetti, e a tutta la grancassa. E ognuno andava a guardare quello
che aveva fatto quell'altro. E trovava, naturalmente, da ridire: “Madonna
che schifo”. Ma copiava quello che c'era da copiare. E così, passin
passino, tra uno “schifo” e l'altro, alla fine è venuto fuori uno
stile, con la sua bella regula. E se tu
vai, appunto, dall'Alpi alle piramidi dal Manzanarre al Reno, le
riconosci tutte quante, appena annusi l'aria: “So' le città del Duce”.
E mica solo per gli eucalyptus. Ma proprio per lo stile, per la
regula. Come quella della “Torre
littoria”.
Ha
cominciato Frezzotti - a Littoria, appunto - con la torre del Comune.
Poi Sabaudia, Pontinia, e così via, con queste torri più alte del
campanile della chiesa. L'idea, evidentemente, era quella di
ricollegarsi all'età dei Comuni medievali: la torre municipale come
segno del potere comunitario e laico, primo fra tutti gli altri, pure
quello religioso. Il segno dello Stato. Stato etico, peraltro. Difatti,
sotto a quella di Littoria ci appesero anche una lapide, con le parole
che il Duce aveva detto il giorno dell'inaugurazione (l'iscrizione sulla
lapide fu cancellata a mazzetta e scalpello, a damnatio memoriae,
nel 1946, ma il mitico Finestra adesso l'ha fatta rifare e riappendere, monumentum
perenne, e i verdi - come detto in altro numero
- lo hanno denunciato per apologia di fascismo e ci hanno lanciato
contro della vernice nera, senza però riuscire a prenderla): “I
contadini ed i rurali / debbono guardare / a questa torre che domina la
pianura / e che è un simbolo della potenza fascista / Convergendo verso
di essa / troveranno quando occorra / aiuto e giustizia / Mussolini”.
Vedi un po' se non la facevano pure dalle altre parti. E così l'hanno
fatta anche a Carbonia.
Carbonia,
però, è del 1938. Littoria del '32. Sei anni. Che sono sei anni?
Niente. Un battito d'ali, nel flusso del tempo. Ma quasi un terzo sano
dell'intera Era Fascista. Hai detto niente. In sei anni - in quei sei
anni - è successo di tutto. Non solo nell'architettura e urbanistica
razionalista, ma nell'intero fascismo: in quel periodo è racchiusa, in
nuce, l'intera e specifica esperienza. Ne è il
fulcro: c'è l'epigenesi e la teleologia. Tutto quello che è avvenuto
prima, e tutto quello che avverrà dopo non ha, in termini strutturali,
molta importanza: tutto s'è giocato là. Lì s'è raggiunto l'acme e s'è
fatto il giro di boa. Dalla carta del lavoro, l'Inps e le bonifiche si
è passati all'autarchia, alla conquista dell'impero, alla politica di
potenza. Dagli anni del consenso alle leggi razziali. E dalla torre di
Littoria a quella di Carbonia.
A
Carbonia difatti, come detto, c'è una torre. O, almeno, tutti la
chiamano così. È un affare in trachite, una pietra di quelle parti che
loro dicono che è rosa. A me sembra grigia, ma io sono daltonico e non
faccio testo. È un affare, comunque, imponente. Che si vede da lontano.
Suddivisa in cinque piani, è alta quasi 28 metri (27,50 per la
precisione), e alcune fonti dicono che è a base quadrata, con lati di
12 metri e mezzo, quasi metà dell'altezza. L'ingegner Paolo Costa
invece, con la pianta sotto il naso e misurando con la squadra, sostiene
che è a base rettangolare: 11 metri per 15 (la prossima volta mi porto
la fettuccia. E finisce la questione). Sia in un caso che nell'altro,
comunque, resta che questa cavolo di base è intorno ai 150 metri
quadri, metro più metro meno. Base troppo larga, per un corpo di soli 4
mila metri cubi ed alto meno di 28 metri. In termini armonici, come “torre”
è nana. Mozza. Tagliata a metà. Avrebbe dovuto essere alta almeno il
doppio. Altrimenti è come la differenza che c'è tra un leone e la
gatta di mia figlia, che dice: “Sempre felini sono”. Sì, vabbe'.
Una torre, per essere tale, deve protendersi notevolmente in altezza -
almeno secondo il vocabolario e tutti i testi di storia
dell'architettura - avendo anche, possibilmente, il carattere della “snellezza”:
sottigliezza proporzionata di forme. L'altezza, in parole povere, deve
avere una nettissima prevalenza su tutto il resto delle dimensioni, ed
in particolare sulla base. Se no tutti i palazzi di cinque piani, a
questo punto, diventano “torri”. Di pieno diritto. Questa di
Carbonia, quindi, non è una torre. È alta, grossa, massiccia e
imponente. È sicuramente bella. E resta infissa nella memoria. Ma non
è una torre. È una “mole”. Se almeno l'italiano non è solo
un'opinione.
Ma
adesso chi glielo va a dire, a quelli di Carbonia, che debbono - da un
momento all'altro - smettere di chiamarla “Torre”, e chiamarla
invece “Mole littoria”? Adesso, poi, che il sindaco vuole profanarla
e metterci pure l'ascensore.
Se
fosse stata per davvero una torre, non le sarebbe mai servito un
ascensore. Che le serviva a fare? In una torre, al massimo, c'è spazio
per una scala. O una stanzetta ad ogni piano. Serve per guardare
dall'alto, o suonare le campane, o aggiustare l'orologio. Chi ci sale?
Al massimo una persona al giorno. A meno che non si stia a Siena. Coi
turisti. Ma mica stiamo a Siena, qua. Mica c'è il Palio. Se era una
torre, il problema non si poneva proprio. Infatti a Latina (già
Littoria) - che è una torre per davvero - nemmeno al mitico Finestra
gli è mai venuto in mente di farci l'ascensore. Adesso però, se legge
questa cosa, non sarei più disposto a metterci la mano sopra al fuoco.
A
Carbonia no. A Carbonia l'ascensore serve. Proprio perché non è una
torre. Ma una mole. Una mole di cinque piani. Di 150 metri quadri l'uno.
Nel '38, oramai, le “torri littorie” non erano più le torri
campanarie del Comune. Non stava più lì il simbolo comunitario del
potere. E dello Stato. Quella era l'ideologia urbanistica di prima, del
'32, che si rifaceva all'“Italia dei Comuni”, con l'automatica
identificazione, e giustapposizione, di Comune, fascismo e Stato regio.
Nel '38, invece, i giochi sono cambiati ed anche l'ideologia urbanistica
s'è radicalizzata: il Comune è una cosa, la monarchia un'altra, il
fascismo e lo Stato un'altra ancora. Il fascismo è lo Stato (almeno
nelle intenzioni. Poi, sul piano storico-fattuale, la Democrazia
cristiana lo ha fregato di parecchio). Stato etico, del resto. E Stato
nazionale del lavoro. Il potere vero è là. Centrale. Centralizzato. E
unificatore. Pure corporativo (ma anche questo nelle sole intenzioni). E
il simbolo del potere vero - la Torre littoria - saluta il municipio e
passa alla Casa del fascio. Armi e bagagli. È lì che si comanda. È
lì che si rappresenta - sia sul piano formale che su quello dei
contenuti - la civitas tutta. Così, a Carbonia, la
Torre - pardon - la Mole littoria non è
che la Casa del fascio: un edificio appunto imponente, di cinque piani,
con tutti gli uffici, le sale riunioni, i bagni, il deposito di armi e
tutto quanto occorra alla bisogna. Pure - già pronta - la stanza per il
Federale, quando Carbonia diverrà provincia.
Poi
Carbonia non è più diventata provincia. E il Federale non è mai
arrivato. Anzi, dopo pochi anni - neanche sette - è sparito pure il
fascio. E, sparendo, non ha evidentemente avuto più bisogno d'una casa.
Che però è rimasta là. E il Comune - che sta sulla stessa piazza, ma
di fronte: da un'altra parte - ci ha messo i suoi, di uffici. E adesso,
però, ci deve mettere pure l'ascensore. Perché gli impiegati -
nell'anno 2000 - si sono stufati di farsi cinque piani di scale. Del
resto, mica fanno più il sabato fascista con tutti gli esercizi ginnici
e i salti dentro il cerchio di fuoco. Quelli erano allenati. E poi
adesso ci sono pure le leggi europee sulle barriere architettoniche.
Finché se li dovevano fare gli impiegati - i cinque piani di scale -
poteva pure andare. In fin dei conti è sempre pubblico impiego
(anche se gli danno la zappa...). Ma dentro gli uffici ci debbono andare
pure le vecchiette. E quindi mi pare giusto che il sindaco Càsula -
sinistra doc, con tutto il dna a posto: Pci, Pds, Ds; come tutte le
amministrazioni che ha avuto Carbonia dal dopoguerra ad oggi - ci voglia
mettere l'ascensore. Anche se c'è il piccolo problema che per questioni
tecnico-strutturali, e per non togliere eccessivo spazio agli uffici,
l'ascensore non si potrà installare all'interno della torre, bensì
all'esterno. Ma in fin dei conti non è una torre. È solo una Mole.
Pure se Littoria. Che problema è? E c'è poco da scherzare: provateci
voi a farvi cinque piani di scale. Pensa solo al ragazzo del bar -
quello del Caffè Impero - che se li deve fare cinque o sei volte al
giorno, coi cornetti e i cappuccini in collo. E il caffè hag. Quello è
disposto a pagarlo tutto di tasca sua, l'ascensore.
Ma
a Carbonia i verdi si sono messi a strillare per le strade. Mica
Alleanza nazionale. I verdi: Italia Nostra e Wwf. “Questo attenta al
centro storico! Distrugge la nostra identità. È come se Rutelli
volesse smantellare il Colosseo”. Il Colosseo no, ma via dei Fori sì.
Sti cazzo di verdi sono l'ira di Dio: a Latina mettono in croce il
sindaco perché restaura, a Carbonia perché manomette.
Uno
che viene da Latina, a Carbonia si sente proprio a casa sua. E non solo
perché ci trova i verdi. E le zanzare. Ma proprio perché c'è la
stessa aria, lo stesso climax: la gradazione cromatica; l'accostamento
successivo e la giustapposizione degli stili; il passaggio per gradi, la
progressione e la successione del “sentimento” delle cose. La
sequenza ascendente. Sono le due città che si somigliano di più, tra
tutte quelle del ventennio. Non c'è l'apostasia di Aprilia e di Pomezia,
in cui tutto è nuovo, abnorme, transessuale. Nemmeno lo straniamento di
Sabaudia e di Guidonia, in cui, da un momento all'altro, possono sbucare
gli scenografi, e lo spettro di De Chirico, a smontare le facciate di
cartone. Neanche l'habitat padano - tranquillo, polveroso, sonnolento e
stratificato - di Pontinia, di Fertilia, di Arborea. E nemmeno la desolatio
pompeiana di Segezia, Cervaro, Giardinetto, tolte alla vita - come
dicevano le iscrizioni antiche - prima ancora che potessero iniziarla;
belle anche morte, come un mondo scomparso di una copertina Urania
di una volta.
Il
tessuto delle strade è rimasto lo stesso. Pieno però di traffici, di
vita. Latina è in piano, Carbonia è un monte. Ma la differenza non si
coglie. La speculazione edilizia, nel dopoguerra, s'è data da fare. E i
palazzi a più piani in cemento armato, coi balconi e la cortina di
mattoni, hanno spesso preso il posto delle case basse e degli archi
romani “a tutto sesto” dell'età del Duce. Ma non hanno obliterato
tutto. S'aggiungono. Si susseguono. Si giustappongono. E sul corso, e
sulle vie principali, non c'è più un negozio di alimentari, o una
macelleria, un calzolaio, un ferramenta. O un'insegna vecchia. E
arrugginita. Ma solo jeanserie, boutique, negozi di lusso. E i Volvo
parcheggiati in doppia fila.
Ignazio
Delogu (la principale fonte bibliografica di riferimento, per Carbonia,
è costituita proprio dal suo Carbonia - Utopia e progetto,
Roma 1988) sostiene che Carbonia è stata un'operazione di tipo
coloniale, oggettivamente antisarda ed antipopolare, che ha
letteralmente violentato la cultura e la civiltà sarda, le quali erano
- pur con alcuni elementi di urbanizzazione - prevalentemente
non-urbane: “Un'operazione, sul piano storico, assolutamente
riprovevole”.
In
tutto il Sulcis - il corno sud-occidentale della Sardegna - fino al 1936
c'erano non più di quattromila persone. Dopo Iglesias, appunto, veniva
il deserto. Alture modeste, brulle e malariche. La poca gente viveva di
pastorizia, ed era dispersa in modesti agglomerati. Lo stato di
arretratezza e di primitività non aveva niente da invidiare alle zone
più arretrate e primitive dell'Abissinia. Nell'Iglesiente invece - a
nord e ad est del Sulcis - l'attività estrattivo-mineraria era nota da
millenni. E - anche se oramai in via di esaurimento - continuava, e
continua in parte tuttora, lo sfruttamento delle miniere di piombo,
zinco, ferro, rame, antimonio, manganese, barite, talco e caolino. Poca
roba comunque, assolutamente insufficiente a coprire il fabbisogno
nazionale. E nel Sulcis, già nel secolo scorso, erano state trovate
tracce di qualcosa che somigliava al carbone. Ma gli somigliava alla
lontana. E i ricercatori erano scappati subito via. Senza rifarsi
nemmeno delle spese.
Nel
'35, però, conquistammo l'impero. E la Società della nazioni ci
decretò le sanzioni: le potenze demo-plutocratiche ci avevano oramai
accerchiato, con l'intento più che dichiarato di stringere alla gola la
povera Italia proletaria e fascista. Nessuno avrebbe dovuto più
venderci il carbone, che compravamo, naturalmente, tutto quanto
all'estero: Belgio, Francia e soprattutto Inghilterra. Allora non c'era
ancora, in giro, tutto il petrolio che c'è adesso, e l'unica fonte di
energia - non solo per i treni e per il riscaldamento, ma soprattutto
per l'apparato industriale - era proprio il carbone. Come ci mettevamo
con questa storia delle sanzioni? “Con l'autarchia!”, rispose il
Duce: “Facciamo tutto da soli”. E infatti inventammo il terital, il
lanital e il caffè di cicoria, un antesignano del caffè hag. E tanta
altra roba. Qualcuno si ricordò pure di quella specie di carbone del
Sulcis. “Ma non è carbone”, gli dissero: “È lignite. Se era
carbone lo avevamo già scavato allora. Ha una potenza calorica
inferiore, costa molto di più e non rende come il carbone vero
dell'Inghilterra”. “Lignite, carbone: che differenza fa? Questo
abbiamo”.
Ignazio
Delogu, per certi versi, non ha tutti i torti. Dice in sostanza: “Le
sanzioni? Ma quelle te le hanno fatte perché hai occupato l'Abissinia.
Che te lo aveva ordinato il dottore? E comunque, in ogni caso, se adesso
stavi finalmente buono e caro te le levavano subito. Ma tu no. Tu già
tenevi in mente di fargli guerra in casa loro, di impadronirti, col tuo
compare, dell'Europa. E allora che fai? Ti inventi un carbone che non
c'è, spendi sto mondo e quell'altro, e spremi pure un sacco di gente,
per tirarlo fuori. Poi però devi portarlo in Italia, via mare, se no in
Sardegna a che ti serve, se le fabbriche stanno tutte in continente? E
come fai a portarlo se non t'assicuri il controllo delle rotte, che
restano invece tutte in mano all'Inghilterra? Rimane una risorsa
indisponibile”. E il discorso, messo così, non fa una grinza. Anche
se il senno di poi eccetera eccetera. Lui, però, dice pure: “E tu vai
a costruire una città, e a deportare popolazioni, per una risorsa a
tempo (che prima o poi, cioè, finisce), oltre che indisponibile?”.
Comunque
si misero a cercare la lignite dappertutto, in tutta Italia, pure in
Umbria. E anche mio padre, insieme a zio Torello, scese in miniera a
Ponte di Ferro, nella piana sotto Gualdo Cattaneo, a scavare la lignite
per alimentare una centrale elettrica. Ma il Sulcis era pieno per
davvero. Ed era quello che ci voleva. “Altro che lignite, ed altro che
carbone inglese”, disse il Duce il 9 giugno 1935 dopo avere soppesato
bene bene - in una visita ad hoc al pozzo di Bacu Abis - un pezzo di
minerale, e averlo annusato, traguardato contro luce col braccio teso e
riannusato un'altra volta: “Questo è il Carbone Sulcis, il potente
carbone italiano!”. E il 26 luglio - un mese e mezzo dopo - venne
costituita l'Acai (Azienda carboni italiani), una specie di Eni di
adesso, piena di soldi e di poteri. A capo - proconsole unico, come il
conte Valentino Orsolini Cencelli nelle Paludi Pontine - fu nominato il
commendator Guido Segre, vero eroe eponimo di questa storia.
Guido
Segre era nato a Torino nel 1881. Come dice il cognome, era di famiglia
ebrea, da sempre impegnata nel mondo degli affari e strettamente
imparentata, ad esempio, con i banchieri Ovazza. Parente stretto,
quindi, anche di Ettore Ovazza, il futuro fondatore e direttore di La
nostra bandiera, organo di punta dell'ebraismo
fascista. Questi, che era già stato un fascista antemarcia e
sansepolcrista, si batterà fino all'ultimo contro il sionismo, e per
rivendicare fino in fondo la totale italianità e adesione all'“idea”
dell'ebraismo italiano, fino ad abbandonare, insieme a tutti i suoi, la
stessa Unione delle comunità ebraiche italiane.
Ed
anche Guido Segre era un ebreo così: ebreo di famiglia e per
tradizione, ma in sinagoga non ci aveva messo più piede da una vita. Il
suo mondo erano gli affari, l'industria e la politica. Agli inizi si
dava anche del “tu” con Mussolini. Veniva, difatti, dal nazionalismo
di Federzoni e fu uno dei fondatori del fascismo. Nel 1915 - direttore
generale della Fiat, oltre che proprietario di industrie proprie - gli
sarebbe spettata l'esenzione dal servizio militare. Ma era un patriota
interventista: rinunciò all'esonero, salutò Giovanni Agnelli e si
arruolò volontario nella Grande Guerra. Un eroe: partito come tenente
del Genio, fu promosso per meriti di guerra e congedato nel '18 come
tenente colonnello, decorato di medaglia d'argento al valor militare,
croce di guerra italiana, croce di guerra con palme francese, e croce
del DSO inglese.
Tornato
dal fronte, gli ambienti nazionalisti e l'alta finanza - Fiat, Comit,
Credito italiano e così via - si riunirono a conciliabolo: chi, meglio
di lui, avrebbe potuto garantire, a capo dell'apposito ufficio del Regio
governatorato militare, la italianizzazione dei capitali e delle società
triestine, ancora fortemente in mano crucca? E lo spedirono a Trieste.
Dove, in poco tempo, si infilò come nelle proprie scarpe, e portò
tanto a buon fine l'operazione che il vero padrone dell'economia della
città divenne lui, come testimoniano i pacchi di lettere anonime dei
suoi nemici - che lo accusavano delle peggiori infamie - e i rapporti di
polizia al Duce.
Possedeva
già, di suo, l'Arsa, società estrattiva che aveva miniere di carbone -
leggermente migliore di quello sardo, ma in un bacino più piccolo -
nell'Istria. L'Arsa e le sue miniere confluiranno nell'Acai (l'Azienda
carboni italiani), affidata appunto a lui che - con operazione parallela
a quella di Carbonia - ne organizzerà lo sfruttamento intensivo con la
fondazione anche della città di Arsia (oggi Rasa), posta a metà strada
tra Pola e Fiume. A Trieste sposò pure, tardi, un'avvenente
austro-ungherese - molto più giovane di lui - cattolica, da cui ebbe un
maschio e una femmina, che furono allevati anch'essi con educazione
cattolica. I rapporti - e le lettere - dicono che la moglie fosse stata
una ballerina, già sposata e divorziata due volte. Anzi, il secondo
marito sarebbe stato convinto da Segre con i soldi, a togliersi di
torno. E un altro fine informatore dice: “... è una spia
austriaca, di dubbia fama”. Ma a Trieste, si
sa, le male lingue.
Per
la legge, a dire il vero, sarebbe bastato un 51% italiano, nel capitale
d'ogni società. Ma questo in tutta Italia. A Trieste e nell'Istria no:
la regola minima divenne il 66%. “Così siamo più sicuri della
italianità”, diceva Segre. Ma le lettere anonime - e i rapporti di
polizia - dicevano che il 15% in più era per lui. Del resto, mica
stiamo parlando di Francesco d'Assisi: stiamo a parlare di un capitano
d'industria, che è naturale che avesse un po' di pelo sullo stomaco. E
questo lo sapeva pure il Duce, che difatti i rapporti e le lettere li
leggeva e li metteva da una parte, senza dargli nessunissima importanza:
quello che gli importava erano i risultati. E Segre glieli dava. Ed era
di sicura fede, oltre che collegato a Beneduce, quello dell'Iri, e
garantito, a Trieste, da Alessi, il direttore di Il Piccolo,
organo della federazione dei Fasci. E questo Rino Alessi non era un
semplice giornalista, ma un amico da sempre del Duce: erano stati
ragazzi insieme nel collegio di Forlimpopoli, dove avevano studiato da
maestro e da dove, poi, Alessi aveva seguito il Duce in ogni sua
ulteriore avventura.
Altro
che carbone. Segre fece faville. Prima perlustrazioni e sondaggi a tutto
spiano, poi, nel giro di un anno e mezzo, l'apertura di sette-otto pozzi
che arrivarono, alla fine, ad un numero complessivo di 22, disseminati
nell'intero medio-Sulcis. Dalle 78 mila tonnellate di carbone estratte
nel 1935 si passò alle 160 mila nel '36, 308 nel '37, 465 nel '38, 911
nel '39, 1 milione e 295 mila nel 1940. Che sarà stato pure carbone
Sulcis, ma che era comunque tanto.
Il
carbone, però, non si tira fuori con le chiacchiere. O solo con i
soldi. Ci vuole la gente. Da mandare in miniera. E ce ne vuole tanta.
Nel Sulcis non ce n'era. Arrivò da tutta Italia, oltre che da tutta la
Sardegna. E Segre decise la costruzione di una città, Carbonia, con
relative borgate intorno: Cortoghiana, Portoscuso, e così via. Volle
propriamente “città a pozzo di miniera”, costruite, cioè, il più
possibile vicino ai pozzi, per evitare al massimo gli spostamenti. Agli
inizi c'era gente che si faceva - dopo le otto ore di miniera - anche
quattro ore di strada per andare a dormire a Iglesias, o chissà dove. E
ci voleva gente - naturalmente - pure per i lavori edili, impiantati ex
novo. E che lui seguì personalmente. Tutto, anche il più piccolo
lavoro, faceva capo all'Acai. E direttamente a lui.
Per
la redazione del Piano regolatore (Prg), da Roma gli imposero l'ingegner
Cesare Valle e l'architetto Ignazio Guidi. Valle era fratello del
sottosegretario - poi ministro - dell'Aeronautica, generale Valle,
sardo, trasvolatore atlantico. E difatti i disegni del primo Prg di
Carbonia - sulla base dei quali fu posta la prima pietra e dato inizio
ai lavori - portano la firma di Valle e Guidi. Ma Segre non abbozzò del
tutto: gli affiancò il suo amico Gustavo Pulitzer Finali, architetto
triestino, anche lui di origine ebraica. Chi stette sempre sul posto e
seguì tutti i lavori fu proprio questo Pulitzer. Valle e Guidi,
difatti, si fecero vedere a Carbonia un paio di volte in tutto. Per il
primo sopraluogo s'incontrarono con Pulitzer sul treno - prima non si
conoscevano nemmeno - da Roma verso Civitavecchia. Lui voleva attaccare
subito discorso: “Che idee avete? Avete già fatto qualche schizzo? Io
ho buttato giù qualcosa”, ma loro lo trattarono piuttosto
freddamente, da pariolini a provinciale. E appena arrivati a Cagliari
andarono da Segre: “Ma quello s'impiccia, s'intromette”. “Se vi va
è così”, gli rispose. “Se no aria. Mica faccio gli apparecchi, io”.
Poi, subito dopo, Valle e Guidi vinsero il concorso - pare grazie a
Bottai - per il Prg di Addis Abeba, che era pagato meglio e dava più
rinomanza: partirono per l'Abissinia ed a Carbonia se ne persero le
tracce. Tutti gli aggiustamenti, gli esecutivi e la direzione furono
fatti dal Pulitzer. E da lui solo, difatti, risulta firmata la Relazione
tecnica del primo Prg di Carbonia.
Era
prevista una città per 12 mila abitanti, ma fin dall'inizio ci si rese
conto che non sarebbe stata sufficiente, e si pensò a una struttura
modulare, che avrebbe consentito, volendo, l'ampliamento fino a 50 mila.
Tanto è vero che già nel 1938 ci fu la redazione del secondo e
definitivo Prg, che porta la firma dell'architetto Eugenio Montuori, per
una città da 30 mila abitanti. Perché Montuori? Erano scattate le
leggi razziali, ecco perché. E Pulitzer, ebreo, non poteva più
firmare. Ma pare che Montuori si sia sostanzialmente mosso di concerto
con Gustavo Pulitzer.
Sul
colle Fossone (m 111) vennero costruiti per primi gli edifici pubblici:
la torre, la chiesa, il municipio, il teatro, il dopolavoro e le poste.
Poco più in là, la sede dell'Azienda. Segre, inoltre, volle ad ogni
costo che il campanile della chiesa somigliasse in tutto a quello di
Aquileia, nel Friuli. Era un suo omaggio personale ai caduti e ai
combattenti sardi - pare soprattutto della brigata Sassari - che per
lunghi mesi avevano dovuto contemplarlo, meta agognata e
irraggiungibile, dalla riva destra del Piave: “Adesso se lo godranno
in pace”. E lo volle tale e quale; solo un po' più basso: 46 metri
invece di 73, per non far sfigurare troppo la Torre littoria. La città
venne inaugurata dal Duce il 18 dicembre 1938, lo stesso giorno in cui
era stata inaugurata Littoria: 18 dicembre 1932. Dal '37 al '43 vennero
costruiti 1.376 edifici, di cui 6.324 alloggi per operai ed impiegati,
per complessivi 25.434 vani. C'erano anche 18 case-albergo per operai
scapoli o senza famiglia al seguito, per complessivi 2.300 posti letto.
La
città - secondo i più - aveva una struttura rigidamente gerarchica:
era una città-azienda. Gli unici punti di riferimento sarebbero la
miniera, la casa e il centro, con la palazzina dell'azienda.
Tutt'attorno, a fasce, la case per i dirigenti, i quartieri degli
impiegati e quelli degli operai. “Il sistema di comunicazioni
funziona unicamente in due sensi: alloggi-miniera e alloggi-centro. Le
strade che attraversano i quartieri di abitazione conducono
direttamente, senza pause spaziali, alla piazza centrale, attorno a cui
gravitano le diverse zone residenziali, con una distanza adeguata alla
dignità sociale e aziendale dei residenti. In nessun'altra delle città
nuove si riscontra una zonizzazione così rigorosa: un vero e proprio
apartheid, una garanzia di non mescolarsi se non ai pari. La città
coincide, dunque, con l'Azienda o, meglio ancora, le è totalmente
subordinata. Proprietaria dei suoli, delle case e delle infrastrutture,
l'Azienda detta la sua legge, disconoscendo completamente l'autonomia
amministrativa del comune, e riducendolo a un semplice paravento
burocratico” (Delogu, cit., p. 117). Questa
invadenza aziendale, peraltro, resisterà ancora per molti anni, dopo la
caduta del fascismo: fino almeno a tutti gli anni Sessanta. E questo non
è il giudizio del solo Delogu, ma è il giudizio dei più. A me, tutto
sommato, a vederla adesso non dà un'immagine così rigida. Anzi, il
centro - più che il centro geometrico-gerarchico di zonizzazioni stagne
ad anello circolare, non comunicanti e non integrabili tra loro - mi
pare proprio, invece, una cerniera, su cui fanno perno, e confluiscono,
due porzioni perfettamente integrate di città. Ma questo è il parere
di un geometra. Diplomato, per di più, al “Vittorio Veneto” di
Littoria.
Al
31 dicembre 1937 il Comune di Serbariu - inglobato poi interamente in
quello di Carbonia - contava 3 mila abitanti, a fronte di circa 6 mila
persone che già lavoravano nelle miniere carbonifere della zona. Nel
1940 i residenti di Carbonia saranno circa 29 mila - i dimoranti molti
di più - fino ad arrivare ai quasi 37 mila del 1942. A luglio del 1949
si conteranno 49 mila residenti su circa 60 mila dimoranti reali. Poi
inizierà il deflusso.
L'epopea
di Carbonia, però, non è l'arcadia epico-pastorale - pardon:
rurale - di Littoria e dell'Agro Pontino, in cui prima erano venute le
masse fluttuanti degli operai e dei terrazzieri, che avevano bonificato
le paludi e costruito le città. Finita l'opera se ne erano andati. E
solo dopo erano arrivati i coloni, dal Veneto e dall'Emilia. Famiglie
intere, dal nonno ai nipotini ed alle donne incinte, con oche, attrezzi
e galline al seguito. Alloggiati subito - il giorno stesso - nelle case
coloniche e nei poderi tinti di fresco. A dar vita, ipso facto,
a un mondo nuovo: “La Merica xè in Pisinara”
(“L'America è in Piscinara”). Mondo rurale, per l'appunto. Mitico.
E anche un po' ideologizzato.
A
Carbonia era un altro conto. Non c'era una donna a pagarla a peso d'oro.
Neanche a guardarla da lontano. E fin da subito si cominciò a lavorare
sia in miniera che ai cantieri edili. Anzi, prima in miniera; e la gente
dormiva in baracche, o all'addiaccio. Ed era elevatissimo il flusso
della gente che arrivava attratta dalla possibilità di guadagno ma,
dopo un po' di tempo di lavoro in quell'inferno, preferiva tornare di
corsa a fare la fame a casa propria, nel resto della Sardegna e nel
resto di tutta Italia: Sicilia, Marche, Veneto, Abruzzi, Toscana,
Emilia, Lazio, Lombardia, Umbria, Basilicata. Ma ne arrivava sempre di
nuova. A migliaia e migliaia. E qualcuno finiva per fermarsi. Ma solo
uomini. E non certo dei più ripuliti. La miniera, del resto, non è
lavoro da signorine. Ci va solo chi è preso per la gola. Secondo i
rapporti di polizia, oltre il 50% della popolazione dimorante a Carbonia
- tra miniere e cantieri - era formato da pregiudicati. E ogni giorno
c'erano accoltellamenti. Era una città di frontiera. Peggio di un film
western.
Il
pugno di Segre era ferreo. Controllava tutto, non gli sfuggiva niente.
Non solo sulle carte e sui bilanci, ma proprio dentro i pozzi, e sui
cantieri, a controllare la qualità delle malte e i tempi di consegna. A
ogni ora del giorno e della notte. Come Berlusconi da giovane, quando
andava a controllare, alle 5 di mattina, se il giardiniere avesse
annaffiato l'erbetta a Milano 2. Non faceva respirare nessuno. E aveva
sempre Carbonia in mente, pure quando doveva andare a Roma, o a Milano,
o dove gli pareva a lui. In un recente convegno a Carbonia la figlia,
Etta Segre, imprenditrice, ha raccontato che da piccola non giocava con
le costruzioni di legno come gli altri ragazzini, ma giocava con il
plastico di Carbonia e di tutti gli edifici: “Stava nello studio di
papà, e vedevo lui che spostava, per ore, le case e la torre da una
parte e dall'altra. Credevo proprio che giocasse pure lui”.
Le
imprese, a Carbonia, hanno finito per lavorare più che bene, ma nessuna
pare che si sia arricchita. Anzi, quattro o cinque imprenditori fecero
fallimento, perché Segre aveva fatto fare le gare al ribasso e li aveva
strozzati sui prezzi. Poi, però, li aveva strozzati pure sui tempi di
consegna. Pretese assolutamente che venissero rispettati quelli previsti
dai contratti: “Sono soldi dello Stato, mica miei. Dovevate pensarci
prima: che ve l'ha ordinato il dottore di prendere i lavori a tutti i
costi?”. Il fatto che a lavorare ci fosse un 50% di pregiudicati, con
la totale mobilità della manodopera e la scarsa professionalità - i
più bravi, essendo pochi, erano contesi a fior di quattrini da tutte le
imprese - a lui non importava molto: “Bisogna fare presto e bene:
questo è l'ordine indiscutibile del Duce! Sono in gioco i destini
dell'Italia imperiale e fascista”. E a un impresario fallito non
restò che suicidarsi; per i prezzi, non per l'Italia imperiale e
fascista. E il Duce era più che contento di Guido Segre. Contentissimo.
“Bel lavoro, camerata!”, gli diceva ogni volta. E continuava a non
dare retta - e neanche gli diceva niente: non ne ha mai fatta una parola
- a tutti i rapporti e le letteracce che avevano ripreso ad arrivare a
fiumi da Trieste: “Tutta invidia”, e li ricacciava in un cassetto.
Non c'era sempre Alessi, e Il Piccolo, e il
suo personale pedigree, a garantire per Segre? Non si davano del tu?
Il
6 ottobre 1937 intanto, per gli ebrei italiani - fin allora considerati
cittadini comuni, senza alcuna discriminazione - aveva cominciato a
suonare tutta un'altra musica. Ma Segre non se n'era accorto. A lui non
lo riguardava. E il cugino Ovazza, su La nostra bandiera,
continuava a dire che erano italiani come tutti gli altri, e fascisti
veri, fino in fondo, senza nulla da imparare da Roberto Farinacci. La
moglie - di Segre, ma probabilmente anche quella di Ovazza - aveva
provato a dirgli, più di qualche volta: “Ma non sarà il caso che
cambiamo aria?”. Lui s'era pure incazzato: “Ma che vuoi capire tu
che sei pure ungherese. Vuoi che tocchino me? Ma stai scherzando? Stiamo
dentro una botte di ferro: Mussolini mi porta in palmo di mano”. Del
resto, non erano passati che soli quattro mesi dalla posa della prima
pietra di Carbonia - 9 giugno 1937 - e Segre era in piena attività.
Nessuno gli ha mai detto niente. Nessuno ha mai messo in discussione la
sua autorità. E il Duce continuava a dirgli: “Bel lavoro, camerata!”.
“Hai visto?”, faceva lui alla moglie: “Che t'ho detto? Stiamo
dentro una botte di ferro”. “Sì, quella di Attilio Regolo”,
diceva l'ungherese fra sé e sé. E lui continuava a lavorare come un
negro. Aveva quasi sessant'anni e non ne dimostrava che quaranta. Era un
cane mastino. E continuava a far scoppiare quelle migliaia di poveri
disgraziati. Peggio degli schiavi alle piramidi nel film I dieci
comandamenti.
Poi,
lungo il corso del '38, la spirale antiebraica prese ad accelerare
sempre più. Non c'era un giorno che la stampa non se la prendesse con i
figli di Giuda. “Ma non vedi che aria tira?”, insisteva la moglie.
“Ma vuoi che tocchino me?”, lui rinsisteva più di lei. E continuò
imperterrito a scavare miniere e costruire Carbonia fino ai primi di
novembre. Come se niente fosse. La consegnò bella che finita. Carbonia.
Che difatti fu inaugurata il 18 dicembre. Del '38. Dal Duce in persona.
Ma Segre non c'era, all'inaugurazione.
Il
6 ottobre c'era stata la grande dichiarazione del Gran Consiglio, e il
17 novembre le cosiddette “leggi razziali”. Gli ebrei erano out.
Dappertutto. Due giorni prima, il 15, era uscito un comunicato sui
giornali: “Il nuovo presidente dell'Acai è l'avvocato Giovanni
Vaselli”. Punto e basta. A lui lo avevano
fatto dimettere: “Sei ebreo”. “Ma io sono italiano e sono pure
medaglia d'argento”. “Non fa niente”, gli ha detto il Duce:
“Guarda qua”, e gli ha tirato fuori dal cassetto tutti i pacchi
delle spie e delle lettere anonime: “Ringrazia pure Dio che non ti
faccio fucilare”. Mussolini era così, dice G.B. Guerri: “Aveva
un'opinione talmente alta di sé da essere sinceramente convinto che le
sue idee e i suoi fini fossero superiori, o più funzionali, rispetto a
qualsiasi schema ideologico o regola morale” (Fascisti,
Milano 1996-2, p. 21).
Poi
le cose, in Italia, si misero sempre peggio. Per gli ebrei. Pure per gli
italiani, come tutti sanno. Ma per gli ebrei era proprio peggio. La
moglie di Segre continuava a dire: “Andiamocene”. E pure Pulitzer,
che erano amici di famiglia. Le mogli dicevano proprio: “Andiamo in
Svizzera”. Pulitzer, invece: “Andiamo un po' più in là, che pure
in Svizzera non mi sento tanto tranquillo”. “Ma siete matti?”,
continuava a dire Segre: “Volete che tocchino me, con tutti i meriti e
gli amici che ho?”. Per un po', difatti, s'era schierato a sua difesa
- e a difesa degli ebrei triestini - Il Piccolo
di Alessi. Ma poi s'era dovuto allineare pure lui. Come s'erano
allineati - anzi, sembravano i più azzannati contro gli ebrei - Bottai
e Federzoni. E tutti gli altri. L'unico che tentò una resistenza fu
Italo Balbo, che poi fece la fine che fece. E De Bono. E ancora nel '43
- il 14 luglio, per la precisione - Guido Segre era in giro a chiedere
che gli dessero il privilegio di andare a combattere, pure da soldato
semplice, senza gradi e senza medaglie, che del resto gli avevano già
tolto: basta che lo riconoscessero come italiano. Aveva sessantadue anni
ma ne dimostrava ottanta. E già si affacciavano i dolori di angina
pectoris.
La
moglie intanto, per non sapere né leggere né scrivere, s'era presa i
figli e s'era andata a nascondere in campagna, nel ferrarese, sotto la
protezione condiscendente di agrari balbiani. Pulitzer non ci aveva
pensato troppo neanche lui: poco prima dello scoppio della guerra aveva
imbarcato la famiglia ed era partito per l'America.
Segre
continuò a vagare, cercando qualcuno che gli regolarizzasse la
situazione: che lo “arianizzasse”, come si diceva allora. L'8
settembre lo colse a Roma proprio in uno di questi giri. E fece appena
in tempo a scappare dalle mani della Gestapo,
che era andata a cercarlo in albergo. Riparò in Vaticano, dove fu
accolto in un convento ed ospitato alcuni mesi. Ma deperiva sempre più.
Non ha più rivisto la moglie e i figli. È morto in Vaticano nel 1944,
un paio di mesi prima della Liberazione. Pare che sia morto d'infarto
mentre, al portone del convento, una pattuglia di SS chiedeva di lui.
Il
suo parente Ettore Ovazza, invece, già direttore dell'ebraico e
fascistissimo La nostra bandiera, s'era
rifugiato a Gressoney, in Val d'Aosta, con la famiglia composta “dalla
moglie e dalla figlia quindicenne (un altro figlio era stato ucciso e
derubato da una guida che si era assunta l'incarico di farlo passare in
Svizzera e che pare abbia anche denunciato ai tedeschi il rifugio del
resto della famiglia). Il 9 ottobre 1943 i tedeschi piombarono sugli
Ovazza, li arrestarono e li tradussero nei locali della scuola del
paese, dove due giorni dopo li uccisero e ne bruciarono i corpi, forse
non ancora completamente privi di vita, nella caldaia del termosifone”.
Questo, almeno, è quello che scrive De Felice (Storia degli
ebrei italiani sotto il fascismo, Torino 1997-4,
p. 466).
Ma
Carbonia continuava a vivere. Che doveva fare? E continuava a crescere.
E a scavare carbone. Un milione e 136 mila tonnellate nel 1942. Nel '43
e '44, invece, la produzione calò rispettivamente a 300 e 376 mila,
perché il predominio inglese sui mari - come analizzato, anche se post
eventum, da Delogu - non consentiva il
rifornimento dei materiali necessari alle gallerie e, soprattutto, non
consentiva di spedire il carbone in continente, dove serviva. E - se
scavato - sarebbe rimasto tutto sulle banchine, ad ossidarsi e poi a
bruciare per autocombustione. Finita la guerra, però, il carbone Sulcis
rifulse di nuovo - ma per poco tempo - in tutta la sua gloria.
La
ricostruzione richiedeva fonti d'energia. I tradizionali produttori -
Francia, Belgio, Inghilterra - non erano ancora in grado di poterci
rifornire. Ma la Fiat e le altre fabbriche avevano - per ripartire -
assoluto bisogno di carbone. E le miniere del Sulcis si riempirono come
formicai: notte e giorno, senza alcuna interruzione. Con la dedizione di
tutti, evidentemente - come fu, del resto, la ricostruzione in tutta
Italia - e con creatività e sforzi sovrumani. Nel convegno di cui
sopra, ad esempio, Rossana Bossaglia, una storica dell'arte, si chiedeva
che fine avessero fatto i due stupendi leoni in bronzo, opera di
Marcello Mascherini, che erano collocati alla base della torre. Qualcuno
del Comune ha assicurato: “Faremo ricerche”. Ma poi si è alzato uno
del pubblico, un vecchio minatore di origine friulana, che ha
confessato: “Li abbiamo fusi. Nel '45. Per far ripartire le miniere.
Servivano delle bronzine speciali. E non c'era nessun altro materiale
disponibile. Mi dispiace”. “Non fa niente”, ha detto la Bossaglia:
“Pure Mascherini sarebbe stato più contento così”.
A
quel convegno, però, c'era pure Natasha Pulitzer, la figlia di Gustavo
Pulitzer Finali, architetto pure lei. Ma quando siamo usciti dal salone
del municipio per andare alla Torre littoria - dopo che anche lei aveva
finito la sua relazione - proprio sotto la torre, mentre attraversava
sulle strisce pedonali, un pirata della strada l'ha ficcata sotto. A
tutta velocità. E le ha spaccato una gamba. L'hanno dovuta ricoverare.
E l'hanno poi rimandata a Bassano del Grappa, dove abita, tutta
ingessata. Giuro che è vero, non me lo sono inventato. E pare che il
padre gliel'avesse pure detto, tanti anni fa: “Mi sa che a noi non ci
porta tanto bene sta Carbonia”.
Si
ricominciò, quindi, a scavare carbone. A rotta di collo. Una galleria
appresso all'altra. Per 1 milione circa di tonnellate all'anno, dal '46
al '49. E Carbonia, proprio nel 1949, arrivò, come detto, al suo
massimo storico: 49 mila iscritti all'anagrafe, su oltre 60 mila
dimoranti reali. Dove si mettesse tutta questa gente - quando le
strutture erano state costruite per 30 mila abitanti - rimane tuttora un
mistero. O meglio, non è un mistero per niente: s'arrangiavano.
Ma,
da un giorno all'altro, la musica cambia all'improvviso. Dall'estero
riprende ad arrivare il carbone vero. A volontà. E nessuno vuole più
il carbone Sulcis. Quello inglese è migliore, e costa meno. “Il
vostro è carbone hag”, dicono adesso tutti quanti, in continente. E
si cominciano a chiudere le miniere. Le sinistre e i sindacati - ma
soprattutto i minatori e la popolazione - tenteranno di difenderle in
tutti i modi. Scioperi, occupazioni, manifestazioni. Per vent'anni il
governo centrale farà promesse e varerà piani di rilancio. Ma è tutto
inutile: piani finti. E soluzioni tampone. Anche assistenziali. Del
resto, dopo il carbone belga e inglese è arrivato il petrolio, a fiumi.
E regalato - come prezzo - rispetto alla migliore antracite. Figùrati
il carbone d'orzo. Man mano si chiudono i pozzi. Man mano si tacciono le
illusioni e le lotte. L'ultima volta, qualche anno fa, un gruppo di
minatori si chiude in un pozzo, per mesi, e fa lo sciopero della fame,
dopo avere minato le volte. Adesso, in tutto il Sulcis, c'è un solo
pozzo in funzione. Per onore di firma, pare. E 200 minatori in tutto.
Nel '49 ce n'erano quasi 20 mila. È finita. La risorsa “a tempo” -
come la chiama Delogu - è finita.
Ma
non è finita la città. La città sta lì. Viva e vegeta. E non pare
per niente una città in crisi. Anzi. Ha 34 mila abitanti. Tutta la
gente del '49 pian piano se ne è andata via. È sfollata. Defluita.
Tornata a casa sua. E Carbonia si è assestata al suo regime. Anzi, da
qualche anno si registra un costante tasso di crescita. Ma di che campa
tutta sta gente? Non erano carbone-dipendenti? Dove li trovano i soldi
per i jeans, i Volvo e le discoteche? Questo, del resto, è un mistero
irrisolvibile - almeno per me - ma comune a tutta Italia, soprattutto da
Latina alla Calabria: come cavolo faranno, sti ragazzi, ad andare in
giro sui fuoristrada da 40 milioni, che io non ce la faccio nemmeno a
pagarmi la Punto? Ma questo è un altro discorso. Circa 6 mila, a
Carbonia, lavorano nel polo industriale di Portovesme, altri in
agricoltura e pastorizia, con 40 mila ovini e, nel 1994, 600 ettari di
vigneti, più frutteti vari. E poi c'è il terziario. Che non è poca
cosa: è l'essenza stessa del concetto di città.
Una
città non è semplicemente un posto dove abita della gente. E dove
dorme. Come le stie per i polli. O i campi di concentramento. La città
è il posto - l'incrocio, la cerniera - dove si svolgono i traffici, gli
scambi e le comunicazioni. D'ogni tipo. Economico, sociale, culturale.
Ed è per questo che una città non è un museo, almeno se non è morta.
Se è viva si trasforma. Inevitabilmente. “La città del passato”,
dice Paolo Costa, “non vive nella stratificazione, ma vive
nell'adattamento alle esigenze. Il passato della città vive nel suo
futuro. È un dato di fatto”. E Carbonia è il centro dei traffici
dell'intero Sulcis-iglesiente. Chi vuole far masterizzare un cd, per
esempio, non può non venire a Carbonia. È la città che serve
all'intera Sardegna sud-occidentale. E può anche essere che l'Isola
avesse struttura non-urbana - o, meglio, pre-urbana - ma, carbone o non
carbone, per garantire ai suoi abitanti gli stessi standard di vita del
mondo sviluppato, evidentemente occorrono, oggi, anche strutture urbane.
Come Carbonia. La risorsa a tempo è finita ma, d'improvviso, è
Carbonia stessa che diviene una risorsa. Col suo solo “essere”.
Certo
ha tutti i retaggi (ma perché: Parigi non ce n'ha?) della sua crescita
tumultuosa, dei cambi di destinazione d'uso di parecchi edifici, delle
speculazioni e delle giustapposizioni edilizie. E soprattutto delle
incertezze sulle vocazioni economiche. Che hanno quasi i caratteri di
una crisi di identità. Le incertezze, non le vocazioni. Una sorta di
dipendenza psicologica - di carattere mitico e collettivo - da quella
specie di carbone. Dipendenza che supererà negli anni, quando sarà
riuscita a “elaborarlo”. Proprio in termini analitici. Non
rimuoverlo. Non è possibile. È un costituente inalienabile della sua
identità. Proprio sul piano mitico. Non foss'altro perché ci sta
letteralmente sopra.
Carbonia
sta sopra alle sue miniere. Le gallerie s'infilano e s'intersecano nel
sottosuolo. Quelle gallerie in cui hanno perso la vita decine e decine
di minatori - 25 solo nel biennio 1937-'38 - per lo scoppio di mine,
grisou, allagamenti, crolli di volte. Morti per guadagnarsi il pane. Ma
morti pure per la costruzione d'una città. Vittime sacrificali. Quasi
indispensabili ad ogni rito di fondazione. Come Remo. Immolato da Romolo
agli dei.
Le
gallerie abbandonate s'infilano dappertutto. Pare che non ci sia una
mappa completa dell'intera rete. È un dedalo oramai inestricabile. E
alcune salgono fino in superficie. Sotto i palazzoni Iacp di via
Ospedale - secondo il racconto di un vecchio minatore - stanno a non più
di 25 metri di profondità. E ogni tanto s'aprono voragini, specie
d'inverno, che inghiottono ogni volta fiumi d'acqua, come a fianco alla
statale 126, o vicino al bivio per l'ospedale, dietro la stalla
abbandonata. Nei palazzi di via Dalmazia si sarebbero già aperte
vistose crepe nei muri. E a volte, sempre d'inverno, si sente l'urlo del
vento che entra dalle bocche d'aria e corre pei cunicoli, senza fermarsi
mai, sbattendo sulle pareti delle volte, e frangendosi contro altri
flussi, agli incroci con altre e diverse gallerie. Urla quasi umane.
Dicono. E l'ossigeno infiltratosi dall'esterno, infine, avrebbe prodotto
l'ossidazione dei banchi carboniosi. In alcuni punti sarebbero già
cominciati fenomeni di autocombustione. Il braciere, posto a decine di
metri di profondità, starebbe via via emergendo e, ogni tanto, si
vedrebbero colonne di fumo. Una decina d'anni fa, nei pressi della
vecchia miniera di Serbariu, un raccoglitore di funghi riportò ustioni
agli arti inferiori. In località Schisorgiu, invece, un intero
eucalypteto sta per essere inghiottito dal braciere sottostante le
radici. Se uno tocca gli eucalypti si scotta. E da tutto il terreno
s'alza un puzzo di bruciato, che uno non sa se è puzza di carbone o di
eucalyptus.
Ma
la vecchina che ha il banco di frutta vicino l'ospedale - coprendosi,
furtiva, la bocca con la mano, per paura che possa sentire chi non ha da
sentire - dice piano piano: “In sa minera b'ant sos irribios”
(“Nella miniera ci sono delle entità”), e subito corre, con la
stessa mano, a farsi il segno della croce. Spiriti. Non autocombustione.
E qualcun altro sostiene che si tratti dello spirito di Segre. Un
fantasma che s'aggira senza posa. Vagando per le sue miniere.
Abbandonate. Da Dio e dagli uomini. Ma non da lui. E soffia, soffia e
soffia sopra la brace.
NOTA A MARGINE
Pure
al convegno di Carbonia c'era - e come ti sbagli? - il noto studioso di
architettura razionalista Giorgio Muratore, di cui s'è già parlato per
Aprilia. Roba che uno dice: “Ma se stai sempre in giro per convegni,
mi spieghi quand'è che studieresti?”. Ma questi sono affari suoi.
Pure a Carbonia, però, se ne è uscito fuori con la storia che la più
bella di tutte - tra le città del Duce - sarebbe Sabaudia: “Quello
sì che è un bel progetto, fatto da gente che ci capiva; no Littoria,
che è una roba mediocre”, ha detto sostanzialmente. Io, a quel punto,
mi sono permesso di far notare - con i modi urbani ed indiretti che mi
contraddistinguono, e senza prendere di petto chicchessia - che era una
cazzata: è Littoria che è un'opera d'arte, e proprio le sue
trasformazioni dimostrano che è perfetta identità, in termini
desanctisiani, di forma e contenuto. Sabaudia, invece, è uno scenario
di cartone, buono solo per Cinecittà: un'operazione intellettualistica,
che prescinde totalmente da ruolo e da funzione. È cerebrale,
solipsistica, masturbatoria. Tutto qua. Ma quello ha preso cappello e
non ha risposto niente sullo specifico, ha detto solo: “Sono le solite
beghe di campanile. Ciò che desta stupore è che questa volta vengano
giocate pure fuoricasa”. Speriamo di non trovarlo a qualche altro
convegno. Se no a questo, prima o poi, mi tocca di mandargli i padrini.
Specialmente adesso, che il duello lo hanno pure depenalizzato.
Ma se
gli è riuscito di sfuggire a me - in quel convegno - a Giorgio Muratore
non è riuscito di sfuggire ai verdi. Italia Nostra e Wwf. Lo hanno
messo in mezzo, con la storia dell'ascensore. A dire il vero hanno messo
in mezzo tutti, e menavano come cani, peggio di Antonio Carlos Zago.
Chiunque parlasse - Delogu, la Pulitzer, la Bossaglia, Etta Segre - e di
qualunque cosa stessero parlando, pure della qabbalà o della teodicea
di Leibniz, quelli interrompevano e andavano dritti al sodo: “Vabbe'.
Ma l'ascensore?”. E così hanno fatto pure con Giorgio Muratore. Anzi,
pure peggio. Lui cercava di prenderla alla lontana, ma quelli lo hanno
stretto: “Non esci da questa stanza, se prima non ci hai detto che
pensi tu dell'ascensore”. Non ha avuto scampo. Gli ha dovuto
rispondere. Col sindaco Càsula che lo guardava storto e preoccupato,
seduto sulla sedia a fianco a lui. Ma ammetto che gli ha risposto bene,
con un dribbling e un colpo di tacco che nemmeno Falcao: “Il problema
non è se fare o non fare l'ascensore, ma è solo come lo si fa”. E li
ha stoppati. Tutti. Sia i verdi che il sindaco Càsula. Che facevano
tutti finta - sia Càsula che i verdi - di essere più che soddisfatti,
e che avesse dato, in fin dei conti, ragione a loro. Ma, dentro, gli
rodeva a tutti i due. E sulla risposta di Muratore hanno fatto
giustamente eco pure gli altri: Bossaglia, Delogu, Pulitzer e Segre. E
faccio eco pure io: l'ascensore s'ha da fare, perché serve, ma
facciamolo in un modo che sia estremamente rispettoso delle linee, dello
stile e dell'ambiente, inteso come habitat storico-architettonico. Non
un pugno nell'occhio, come lo scatolone di cemento grigio sbattuto
addosso all'edificio delle poste di Latina. E la soluzione migliore, a
questo punto, è bandire un concorso nazionale d'idee: qualcosa di buono
uscirà. Per l'intanto, però, è venuta qualche idea pure a me. E la
prospetto per il concorso. In fin dei conti sono geometra.
All'inizio
avevo pensato ad una soluzione tipo Sant'Elia: un bel semicilindro
d'alluminio attaccato a un fianco della mole, pressappoco come fece
Mazzoni per le poste succitate di Littoria. Ma non l'alluminio
anodizzato d'adesso: l'alluminio d'allora, degli anni Trenta, quello
delle pentole di mia madre, per capirci. Un bel cilindrone argenteo,
tutto compatto.
Poi,
però, m'è venuta in mente una soluzione migliore: una cabina
totalmente esterna, che vada su e giù, sul fianco della torre, senza
che si vedano altri impedimenti. Né funi, né strutture, né tralicci.
Deve poter scorrere libera e gioconda. A sbalzo. E tutto l'armamentario
di imbracatura, funi e cremagliere deve essere attaccato alla parete. La
cabina deve poter salire e scendere come se si movesse da sola. Sarà,
come logico, interamente d'alluminio. L'alluminio argenteo di cui sopra,
naturalmente, che oltre ad essere un “materiale d'epoca” garantisce
un giusto contrasto cromatico con la trachite grigia - pardon - rosa
della mole. E la forma sarà chiaramente a scure. Tale da consentire, da
lontano, una vista che nessuno - nemmeno il verde più strafatto ed
accannato - potrà mai definire meno che rispettosa, adeguata e
simpatetica allo spirito e allo stile dell'epoca. L'uovo di Colombo. Mi
pare.
P.S.
Venendo via, per rappacificarci, siamo andati a prendere un caffè tutti
quanti insieme, al bar Impero. Che adesso, non si sa perché, gli hanno
cambiato nome: si chiama “Caffè Im...pero”, coi puntini di
sospensione in mezzo. Che cavolo vuol dire: che stanno sopra un pero?
Fossero diventati verdi pure loro. A me piaceva di più “Impero”.
Comunque, ho chiesto come al solito un caffè hag: “Ma me lo faccia
stretto. Molto stretto. Poche gocce”. E Giorgio Muratore, che stava
vicino a me, m'ha detto: “Scusi, ma perché non si prende un caffè
vero?”. Giorgio Muratore. Non il barista.
“All'ultimo
sangue lo voglio”, debbo dire ai padrini. |
| Articolo
sulla Mostra dedicata alle Città di Fondazione (Roma - Aprile 2002
) |
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Carbone sardo e successo, un'equazione industriale
difficile
Nella seconda metà dell'Ottocento
l'ingegnere piemontese Anselmo Roux aveva sfidato la sorte
investendo tutti i suoi capitali nelle ligniti di Bacu Abis,
allettato dalla grande diffusione delle macchine a vapore.
Le sue vicende sarde sono ricordate
più per le difficoltà incontrate che per i successi ottenuti.
di Maria Dolores Dessì
Anselmo Roux, un giovane ingegnere ferroviario piemontese, era giunto
in Sardegna, ad Iglesias, alla fine degli anni 60 dell'Ottocento,
chiamatovi dalla società di Monteponi per sovrintendere ai lavori di
costruzione della ferrovia che avrebbe dovuto trasportare i minerali al
porto d'imbarco.
Uno dei primi e più gravi problemi che la società dovette risolvere
fu quello del trasporto del minerale. Infatti, in attesa del
completamento della rete ferroviaria pubblica, in grave ritardo, diverse
miniere si erano dovute dotare di un servizio ferroviario privato: dal
1864 era in esercizio quello di proprietà di Luigi Gouin, da San Leone
al mare. Poi era stata realizzata la ferrovia di Montevecchio, per
collegare la miniera con San Gavino; dal 1873 era entrata in funzione
quella della miniera di Gennamari, da Gennamari al mare.
Nella società di Monteponi molti soci si erano dimostrati contrari
alla realizzazione del progetto, a causa dei costi troppo elevati per
una giovane azienda. La scoperta di vasti giacimenti di calamina, e
l'aumento delle produzioni, aveva convinto il conte Carlo Baudi di Vesme,
allora presidente della società, a dover realizzare almeno un primo
tratto di strada ferrata, da Gonnesa a Portoscuso.
Così il 1° luglio del 1871, trainata da cavalli, sarebbe entrata in
funzione la ferrovia Monteponi, che oltre a trasportare minerali per
l'imbarco era destinata anche al servizio pubblico.
Durante quei lavori il giovane Roux ebbe modo di osservare come tutto
il territorio attraversato fosse divenuto oggetto di ricerche minerarie,
poiché si era individuato la presenza di importanti giacimenti di
lignite. Questo era divenuto, in quegli anni, un minerale importante, in
quanto con la diffusione delle macchine alimentate dall''energia a
vapore, questo minerale aveva assunto una grande importanza. Occorre
quindi fare un piccolo passo indietro.
Il 18 luglio del 1851, l'ingegnere del Reale Corpo delle Miniere,
Poletti - accompagnato dal signor Garau, procuratore del signor Millo, e
assistito dai testimoni Francesco Riva, segretario delle Regie Miniere e
Nicolò Massidda, proprietario terriero a Gonnesa - si era recato in
visita a Bacu Abis, per verificare la dichiarazione di scoperta
mineraria del signor Ubaldo Millo e soci e constatare lo stato dei
lavori effettuati in una miniera di carbon fossile.
L'anno seguente, il genovese Millo, entrato in società con un suo
conterraneo, tale Montani, aveva chiesto e ottenuto tre concessioni per
lo sfruttamento delle ligniti di Funtanamare, Terras de Collu e Bacu
Abis. Il 29 maggio del 1853, i due soci avevano costituito una regolare
società di capitali, la "Tirsi Po", per lo sfruttamento
industriale delle concessioni minerarie richieste, contando sulle
commesse delle vicine miniere metallifere e di alcune fonderie.
Un'altra parte della concessione di Terras de Collu apparteneva dal
19 maggio 1853 al signor Antonio Timon, che aveva costituito la società
"Timon Varsi" già dal settembre 1851. Andrebbe ricordato che
il Timon era una singolare figura di imprenditore cagliaritano,
impegnato in vari campi di attività, il più importante dei quali era
l'arte tipografica.
Il pionierismo di Anselmo Roux negli scritti di De
Francesco
Nel ricostruire queste vicende, che ci riportano alla Sardegna del
pionierismo minerario, ci siamo fatti guidare da un'abile e documentata
guida: gli scritti di Giovanni De Francesco, il prolifico e brillante
giornalista, allora direttore e fondatore del quotidiano cagliaritano
"L'Avvenire di Sardegna".
"Nel 1857 il carbone di Bacu Abis - scriveva nel 1902,
ricordando proprio la figura di Roux - era stato sperimentato dai
principali industriali di Genova con buon esito; se n'erano ripetute le
prove a bordo del piroscafo Sardegna e sulla ferrovia Vittorio Emanuele,
e posteriormente lo si era usato nella ceramica di Oristano ed in quella
di Cagliari, nella fonderia di Domusnovas e nell'altra di Cagliari,
sorta presso il colle di Bonaria".
I lavori di sfruttamento di quelle ligniti furono poi abbandonati
fino all'inizio del 1860, quando la società provvide all'estrazione di
qualche piccola partita di carbone, senza però (così rilevava un nota
dell'Ufficio delle Miniere) che l'impianto avesse una coltivazione
regolare e continuativa.
Proseguiva poi nel dire, esaminando il settore delle ligniti, che
"i soli combustibili fossili che abbiano dato luogo a tentativi di
coltivazione industriale sono le ligniti terziarie del bacino di Gonnesa
a sud ovest di Iglesias; le antraciti del terreno carbonifero e le
ligniti del giurassico non hanno dato luogo che a semplici ricerche,
senza alcun risultato".
Erano questi gli antefatti che avrebbero convinto il giovane Roux sul
futuro delle ligniti, per l'impiego nella trazione ferroviaria e per
l'utilizzo più generale della forza vapore. Occorreva quindi mettersi
dentro quell'affare che riteneva ricco di prospettive ed a tal fine
raccolse tra familiari ed amici piemontesi dei capitali per costituire
una società mineraria per lo sfruttamento dei giacimenti sardi.
Costituì a Torino, con un capitale di 150 mila lire, la Società
Anonima per la Miniera di Bacu Abis, il 20 aprile 1873 con atto presso
il notaio Domenico Battagliotti. Presidente ne fu nominato Carlo Paventa
e la sede sociale fissata in Torino.
La gestione dei lavori minerari venne assunta dalla società Anselmo
Roux e Compagni. Nella fase di coltivazione furono operati grandi
cambiamenti nella zona, che suscitarono non poche lamentele tra i
proprietari dei fondi attigui ai cantieri. Ma a poco valsero i reclami
della signora Luigia Puddu, che sollecitò anche l'intervento del
direttore del Corpo delle Miniere. L'ingegner Roux ebbe rapporti poco
sereni anche con altri vicini. Tant'è che, come direttore della
miniera, si era dovuto rivolgere al Prefetto d'Iglesias, poiché il
proprietario del terreno contiguo si era opposto alla realizzazione di
un tracciato rettilineo e più ampio del canale di scolo delle acque che
dovevano fuoriuscire dalle gallerie.
Le sue difficoltà in questo campo furono tante, da indurlo a fare
ricorso affinché quei terreni fossero dichiarati di pubblica utilità.
Sosteneva infatti che dovessero essere utilizzati per la costruzione di
un canale servente ai lavori minerari. Richiese, inoltre, che fosse
stabilità l'indennità da corrispondere al proprietario del suolo per
l'acquisizione di vari appezzamenti attraverso un'espropriazione
forzata.
I tanti ostacoli incontrati per completare gli impianti
Dalla relazione del Regio Corpo delle Miniere si rileva come
"lungo la vallata nella quale si sviluppa la strada di Cortoghiana
e la ferrovia che va al piazzale principale della miniera si lavora
attualmente allo scavo di una galleria destinata a raggiungere per
quanto lo consente la topografia della località, la parte più bassa
del giacimento lignitifero. In seguito a tale galleria un profondo
canale di scolo che è segnato in nero sul piano firmato a Bacu Abis il
1° aprile 1883 e che è annesso alla sua domanda. Tale canale scorre
nella proprietà del signor Roux fino al ponticello dell'antica strada
di Bacu Abis, da questo punto entra nella proprietà del signor Desogus
Antonio, e facendo delle curve... lungo l'argine della ferrovia di
servizio a Bacu Abis viene a raggiungere la soglia di un ponticello
della ferrovia Monteponi-Porto Vesme. In vista delle tortuosità di
detto canale ed avuto riguardo alla poca pendenza... per prosciugare una
maggior altezza del giacimento l'ingegner Roux domanda l'esproprio del
predetto appezzamento di terreno di proprietà del signor Desogus
Antonio e posto nel giacimento della concessione di Terras De Collu...".
Quest'impegno, così tenacemente svolto contro tutte le contrarietà,
fece sì che Roux riuscisse nel suo intento di dare luogo alle opere
necessarie per una buona conduzione della miniera.
Fece costruire anche altre strutture, tra cui una laveria che doveva
cernire i pezzi superiori a 80 mm. di grossezza, attraverso dei
macchinari Ratter, mentre il resto del materiale doveva passare a tre
griglie disposte in colonna, la prima delle quali era a due tele e
doveva dare carbone sopra i 40 e 20 mm., mentre dalle altre due dovevano
ottenersi prodotti dai 10 ai 5 mm. di volume.
Ancora grazie alla testimonianza di De Francesco, si conoscono gli
indirizzi commerciali perseguiti. I primi tre prodotti dovevano andare
direttamente in commercio, mentre il quarto avrebbe dovuto passare alla
lavatura e poi in una coppia di cilindri acconciatori e quindi ad una
macchina per essere trasformato in formelle da vendere alle ferrovie
isolane. Il principale cliente della miniera era comunque la società di
Monteponi.
Dall'esame dei libri di produzione e dai verbali di ispezione si può
affermare che la lavorazione presentava serie difficoltà nella stagione
invernale, in quanto aumentava la richiesta e diminuiva la produzione
per diversi fattori ambientali, tra i quali l'impraticabilità di alcune
strade. La miniera raggiunse, come massimo traguardo, la produzione di
30 mila tonnellate.
Con la Monteponi - cliente preferenziale delle ligniti - si aprì,
poi, un contenzioso, in quanto il direttore della miniera, ingegner
Adolfo Pellegrini, nel 1872 aveva accusato Roux di non rispettare la
consegna delle 150 tonnellate settimanali pattuite, perché privilegiava
la fornitura ad altre miniere della zona, imbarcando il minerale a
Funtanamare.
La lunga controversia giudiziaria con la società di
Monteponi
Questo "scorretto" atteggiamento, con il non rispetto dei
contratti di fornitura, aveva causato l'arresto della pompa di eduzione
delle acque di Monteponi e con essa i lavori del pozzo di preparazione
per la campagna di lavori, creando un danno gravissimo alla società. Ne
seguì una vertenza legale: il 4 giugno del 1872 venne recapitato l'atto
di protesto al signor Giovanni Melis, impiegato presso la miniera di
Bacu Abis. La società di Monteponi aveva quantificato i danni in almeno
mille lire al giorno ed aveva comunicato che il carbone inglese
"sarebbe stato acquistato a sue spese, per non lasciare la pompa
inattiva".
Davanti al Tribunale di commercio di Cagliari venne aperto il
procedimento tra la società del Roux e la Monteponi. Essa ebbe diversi
risvolti, anche curiosi, proprio perché il rappresentante legale della
Monteponi, Baudi di Vesme, non si presentava alle udienze. Ad una prima
sentenza di condanna, il Roux aveva comunque presentato appello, e la
Corte d'appello riesaminati tutti gli atti, assolse Roux, con sentenza
del 29 luglio 1873.
La Monteponi fece opposizione sostenendo la nullità dell'atto
d'appello, della notificazione della sentenza e del precetto, perché
consegnati fuori della sede della società in Torino. La società
notificò un ulteriore ricorso, in Corte d'Appello, all'avvocato Doneddu,
legale del Roux, chiedendo anche l'irrevocabilità della sentenza del
Tribunale di Commercio poiché ormai passata in giudicato.
In una nota custodita ora nell'archivio storico della Monteponi,
emergono gli estremi di quel contendere. E si evince ancora come la
società di Bacu Abis si fosse ben inserita nel mercato, avendo
acquisito anche altri acquirenti come la ditta P. Laurenti & Company
ed altre importanti imprese continentali e sarde. Scriverà De Francesco
che "le traversie del Roux si confondono nella storia economica
della sua patria d'elezione (la Sardegna). Produrre e non vendere,
continuare a produrre all'ombra del credito concesso sotto la forma
d'una esclusiva, significa correre alla rovina". In buona sostanza,
per poter far progredire la sua impresa, Roux doveva cercare altri
clienti, perché con l'esclusività pretesa dalla Monteponi, avrebbe ben
presto sentito "un nodo scorsoio attorno al collo".
Gli affari del Roux furono, comunque, alterni; tanto che
l'occupazione operaia ne risentiva pesantemente. L'Amministrazione
comunale di Gonnesa aveva rilevato come da 300 operai si fosse passati a
solo 15 uomini, perché molte aziende sarde bruciavano ancora carbone
inglese, in quanto più facilmente ottenibile rispetto alla lignite di
Bacu Abis.
Alle difficoltà commerciali s'erano aggiunti anche problemi tecnici
che portarono ad uno scontro tra la società di Roux e l'amministrazione
di Gonnesa per l'intorbidameno delle acque di un piccolo fiume che
attraversava il territorio comunale.
L'intervento del Corpo delle Miniere accertò le responsabilità
della miniera ed impose al Roux interventi correttivi, in modo da
evitare l'inquinamento. Tutto ciò impose fermi e rallentamenti nei
cantieri di estrazione, procurando perdite e difficoltà allo stesso
esercizio economico.
La viticoltura come salvagente per le difficoltà dei
cantieri minerari
Per cercare di compensare le difficoltà industriali, Roux introdusse
nei gradini di coltivazione nei quali era esaurita la vena mineraria una
piantagione di viti, precorrendo i tempi del ripristino ambientale e
della riconversione del territorio.
Nonostante vagheggiasse grandiosi progetti, i lavori, a fine secolo,
furono, comunque, limitati: perché le zone più profonde non erano in
lavorazione, a causa della presenza dell'acqua, per la quale aveva
ritenuto necessario costruire una galleria di scolo, denominata Torino.
Secondo le note reperibili presso l'ufficio delle miniere, i lavori
minerari attivati dal Roux non sempre sembravano rispondenti alla buona
e razionale tecnica, in quanto, per rispondere alle esigenze di mercato
si erano condotti dei lavori poco rispondenti ad un buon andamento delle
coltivazioni successive. Con un grave pregiudizio alla stessa stabilità
e sicurezza degli impianti. Tutto questo avrebbe portato ad una
controversia tra quell'ufficio e la società mineraria, tant'è che nel
1879 fu stesa una relazione di visita ed estimo del valore degli stabili
esistenti ed annessi alla miniera di Bacu Abis, "...acciò di
liquidare le ragioni fra la Compagnia generale delle miniere in Sardegna
e l'ingegner Anselmo Roux...".
I membri della commissione - dopo aver valutato i beni annessi alla
miniera in 89.127 lire e non dovendo "...però tacere... delle
fenditure e crepacci più o meno gravi in diversi muri della casa della
Direzione, della casa Caprera e del laboratorio..." - dedussero
dall'ammontare dei beni 10 mila lire, riducendone il valore a poco più
di 80 mila lire.
Alle concessioni minerarie utilizzate dalla società (Bacu Abis e
Cortoghiana) erano annesse anche case coloniche e terreni, in parte
aratori, in parte da pascolo ed in parte coltivati a vigna, di proprietà
del Roux. Gli andamenti economici della società erano comunque sempre
assai precari e le difficoltà facevano premio sulle soddisfazioni, le
preoccupazioni alle gioie.
La scomparsa quando ancora lottava contro la sfortuna
per il successo
La morte lo colse, improvvisamente, a Tortolì, il 26 giugno 1899,
dove aveva acquistato una miniera di piombo argentifero, per cercare di
diversificare la produzione con un prodotto minerario che desse introiti
maggiori.
La sua avventura sarda era stata, quindi, assai tormentata, anche se,
ripercorrendone le vicende, non sembra gli fosse mai mancato il coraggio
e l'impegno "di fare". Forse c'era stata anche molta
improvvisazione in talune sue imprese; forse aveva sopravalutato il
valore commerciale di quelle ligniti; forse aveva ritenuto di poter
camminare speditamente, senza che ad ogni passo incontrare difficoltà e
invidie. Forse tante altre cose ancora. Certo, la sua non era stata una
vita facile, sorte d'altra parte comune a quei tanti pionieri, più
coraggiosi che avveduti, che s'impegnarono in ogni capo del mondo.
Ha scritto Paolo Fadda in un suo fortunato libro ("Alla ricerca
di capitali coraggiosi") che l'ingegner Roux viene ricordato come
"un ingegnaccio di ottima preparazione tecnica ma di fallaci
esperienze finanziarie, tanto da costringerlo - per riuscire ad
affermare la sua impresa - ad attraversare periodi molto travagliati,
finendo anche in mano di spietati usurai".
Dopo la sua morte, il figlio Lorenzo si assunse l'incarico di portare
avanti i progetti paterni, lungimiranti non solo nella impostazione
dell'azienda mineraria, ma anche nella diversificazione attuata con
l'impresa agricola destinata a supportare, con i suoi rendimenti, le
alterne sorti di mercato di un prodotto forse troppo debole.
[questo articolo è stato pubblicato sul numero 6/2000
di "Sardegna Economica"]
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Arsia
Antonio PENNACCHI
da
Limes
Quando
da Trieste s'entra nell'Istria sembra di fare un salto nel
tempo: si torna indietro. Già è un'impresa entrarci, quasi
ai limiti del possibile. Dice: "No, la colpa è tua che
in macchina devi essere un po' imbranato". Hai capito
male, la colpa è di Trieste e di tutto quel bailamme di
tangenziali che hanno fatto. Viadotti su viadotti e nemmeno un
cartello che ti spieghi per bene le cose come stanno. Adesso
ne trovi uno per la Slovenia subito a destra, dieci metri dopo
ce n'è un altro che te la piazza a venti chilometri. Tu dici:
"Vabbe', vediamo il prossimo" e invece il prossimo
non c'è più. È sparita, cancellata dalla carta geografica.
E tu continui a fare avanti e indietro su sta madonna di
tangenziale. Tua moglie, a fianco, non la smette di ripetere:
"Te l'avevo detto di girare". Alla fine però, in un
modo o nell'altro, siamo riusciti a passare: ecco l'Istria, la
frontiera - la Slovenia per adesso, subito dopo Muggia -
Stargate, o Ai confini della realtà. Era tutta roba nostra da
queste parti, adesso è Slovenia e più avanti Croazia. Ci
hanno cacciato a bastonate ai fianchi. Dice: "Vabbe', ma
noi eravamo fascisti". Ho capito, ma sempre bastonate
erano: quello che hanno fatto i serbi in Kosovo è niente in
confronto a quello che hanno fatto sloveni e croati a noi. E
poi - quando sarebbe stata l'ora di rifarsi - invece di
mandare i Tornado in Croazia e Slovenia li abbiamo mandati
proprio in Serbia, che erano sempre stati gli unici dalla
parte nostra. Tedeschi e austriaci no, loro sono sempre stati
con Croazia e Slovenia. Ai danni nostri. Poi dice Milosevic´.
Ma tu guarda come siamo furbi. Perché Tudjman era un signore?
E le foibe? Che sono andate in prescrizione?
Comunque
era tutto nostro, almeno amministrativamente e sulla carta. In
realtà erano interamente italiane le coste, mentre i paesini
dell'interno erano a stragrande maggioranza slava. Le città
costiere no, sempre state italiane, fin dai tempi dei romani,
di Venezia e sotto gli Asburgo. Nell'interno, loro. E non ci
hanno mai visto troppo bene. La differenza non era solo
etnica, era sociale e di classe. Gli italiani più ricchi, più
colti; professionisti, borghesi, intellettuali. Loro pastori e
contadini. Ma erano pure di più. Secondo Petacco nel 1914 -
quando la regione stava tutta ancora sotto l'impero
austro-ungarico - nella sola Venezia-Giulia c'erano 350 mila
italiani e 470 mila slavi. Nel 1921 invece - dopo nemmeno tre
anni dall'annessione - gli slavi residenti erano scesi al 39%
e gli italiani saliti al 58%. Qualche forzaturina dobbiamo
averla fatta. E anche dopo, sotto il fascio, qualche caduta di
stile dobbiamo averla avuta. Gli abbiamo chiuso tutte le
scuole sloveno-croate. Giornali neanche a parlarne. Bisognava
parlare solo italiano. Pure i cori folkloristici dovevano
adeguare il repertorio. Guai a chi parlava slavo. Pure
all'osteria: dappertutto c'era il cartello che te lo vietava.
Pure ai preti loro - che avevano sempre predicato in croato -
gli abbiamo imposto di predicare in italiano. E gli abbiamo
italianizzato tutti i cognomi: italiani per forza. Impieghi
per loro negli uffici pubblici nemmeno a parlarne: solo
pastori e contadini poveri, e qualche minatore nei pozzi più
profondi, giusto quando non c'erano più italiani. E guai a
chi fiata. Dice: "Ma scusa, c'era la dittatura in tutta
Italia, vuoi che a loro gli facessimo lo sconto? E che erano
più belli?". No, anzi: i fascisti di là erano
"fascisti di confine" e quindi mi pare pure ovvio
che il manganello fosse più robusto e l'olio di ricino più a
buon mercato. Ma quello che ci hanno fatto loro dopo, Dio ne
scampi e liberi. Ci hanno cacciato con il Ddt. Sterminato come
le zanzare, schiacciato come i bagarozzi. Dice: "Vabbe',
ma avevi perso la guerra, e da che mondo è mondo chi perde
paga". D'accordo, ma c'è modo e modo. Ci hanno cacciato
in 350 mila (più le varie migliaia buttate nelle foibe).
Dispersi come gli Ebrei per tutti gli angoli d'Italia, quella
democratica, che s'è rifiutata - come pure era stato chiesto
- di concentrarli in un unico posto, in un'unica zona.
Nell'Istria di adesso - 500 mila abitanti circa, portati da
tutta la Jugoslavia a ficcarsi nelle case nostre - gli
italofoni non raggiungono i trentamila. Poi ridice Milosevic´.
Altro che pulizia etnica: Mastro Lindo. E noi mo' li facciamo
pure entrare nell'Unione Europea e gli diamo gli aiuti
economici. Va' che teste.
Comunque
passi la frontiera e torni indietro nel tempo. Noi abbiamo
pure risbagliato strada. Ne ho presa una che sulla carta
sembrava una statale, tutta segnata per benino in rosso.
Invece mi sono ritrovato nell'interno, sali e scendi per le
montagne, stretta, tutta curve, non c'era un cane in giro; mia
moglie che insisteva: "Dove m'hai portato". Al
ritorno abbiamo preso l'altra più a est, la diretta
Rijeka-Trieste (Rijeka che sarebbe Fiume), e mia moglie
sbandierava la carta: "Vedi? Era questa che dovevi
prendere l'altra volta". Invece era tale e quale a quella
là, quella dell'interno. Strade degli anni Sessanta. Con le
toppe per terra, la carreggiata stretta, le curve a corto
raggio - a novanta gradi - e l'asfalto bianchiccio. Una
macchina ogni tanto. Proprio come da noi negli anni Sessanta -
con gli alberi di qua e di là - quando guidare era un
piacere. Derapavi, acceleravi, tagliavi le curve, sorpassavi i
camion a passo d'uomo sulle salite. Facevi quello che ti
pareva. Così è adesso ancora là, come sulla Pontina d'una
volta, sui saliscendi tra Aprilia e Pomezia. E vedi solo
macchine d'allora: 128, 850, un sacco di Seicento. La Fiat
aveva una fabbrica in Jugoslavia, appena gli finiva un modello
qua, smontava le linee e le portava là: vai col tango. Come
l'Innocenti, che le linee di montaggio nostre le hanno vendute
all'India, e ancora sfornano Lambrette e tutti gli Api che
fanno avanti e indietro per l'Afghanistan. Ci hanno fatto la
guerra i taliban con le Lambrette nostre.
Arrivati
comunque a Fiume (Rijeka) abbiamo ridisceso la costa verso
sud, verso Pola. A metà strada tra Fiume e Pola c'è Arsia, e
vicino a lei Albona, con Pozzo Littorio. Naturalmente questi
nomi non ci stanno più, né sulla carta geografica né
tantomeno sui cartelli stradali. Se ti provi a chiedere
"Pozzo Littorio?" ti sparano dietro. Non c'è più
il comunismo di Tito - e gli infoibatori - oramai dovrebbero
essere morti, anche se di vecchiaia - ma da queste parti non
si sa mai, continuano ad essere piuttosto permalosi. Comunque
adesso Arsia si chiama Ras ¡a (pronuncia Rascia) e Albona
Labin (pronuncia Labìn). Pozzo Littorio invece ha perso del
tutto anche l'individualità della denominazione: adesso è
sic et simpliciter Labin, tutt'uno con Albona; solo sui
catastali al 1:2000 c'è scritto "Podlabin", che
sarebbe Pié d'Albona.
Dice:
"Ma perché siamo venuti a fare delle città da queste
parti? Allora avevano ragione loro a dire che ci volevamo
impadronire del territorio e italianizzarlo, facendoci pure le
città nuove". No. A parte il fatto che queste sono città
costiere - e la costa come detto è sempre stata etnicamente
italiana - qua c'era il carbone e ci abbiamo fatto le città
per scavare il carbone, mica per bellezza.
Le
miniere dell'Arsa erano di Guido Segre , il fascistissimo
imprenditore ebreo già medaglia d'argento della Grande
Guerra, cui il Duce delegò la creazione ex novo di una grande
industria estrattiva nazionale che potesse far fronte alle
sanzioni e garantire un minimo di autarchia carbonifera. Segre
fu un gigante. Fornì al Duce su un piatto d'argento
esattamente quello che gli era stato chiesto. Certo ci fece la
cresta. Certo ci fu un sacco di gente che si lamentò: i
rapporti di polizia e le denunce anonime fioccavano sul tavolo
del Duce peggio che la neve in Russia, e specie da Trieste,
dove era una specie di boss. Ma Segre gli fece il miracolo.
Gli inventò il "carbone italiano" e tutta una
serie di città minerarie per scavarlo, comprese Cortoghiana e
Carbonia in Sardegna. Poi, come si sa, a quello vennero in
mente le leggi razziali e nel '38 cacciò Segre a zampate. Finì
per morire nel '43 in Vaticano, di crepacuore, coi tedeschi e
la Gestapo che lo aspettavano fuori dalla porta. Certe volte
il Duce è stato peggio degli slavi.
In realtà
non era carbone-carbone nemmeno quello dell'Istria. Era una
lignite pure questa, di qualità un po' migliore - anzi
parecchio - rispetto a quella di Carbonia, ma sempre lignite
era, carbone-hag, nemmeno da paragonarsi a quello inglese o
belga. Però, come si dice, questo avevamo. Si trattava di
scavarlo. Fin che i belgi e gli inglesi ci portavano il loro -
litantrace, coke ed antracite a buon mercato e con
incomparabile potenza calorifera - il nostro non valeva la
pena nemmeno di guardarlo. E difatti quello sardo nemmeno lo
avevamo mai cercato. Quello dell'Arsa - nell'albonese - ci si
era fino allora rimessa qualche penna. Avevano cominciato a
utilizzarlo i veneziani alla fine del Settecento, nella zona
di Carpano. Lo sviluppo si ebbe sotto la dominazione
austriaca, soprattutto tra la fine dell'Ottocento e la grande
guerra. Poi, vivacchiando vivacchiando, con l'italianizzazione
forzata di tutte le imprese ex austriache le miniere passarono
alla Società anonima carbonifera Arsa, sotto il controllo di
Segre, e quando arrivarono le sanzioni ci fu il nuovo e
decisivo impulso. Segre si mise a cercare dappertutto - in
tutta Italia - qualunque cosa assomigliasse al carbone e
l'Arsa diventò Acai (Azienda carboni italiani) conglobando
anche la Sardegna, dove si fece Carbonia. Nell'Istria si
aprirono nuovi e grandiosi pozzi: a questo punto conveniva,
poiché quelli non solo t'avevano messo le sanzioni per
l'Abissinia, ma tu già tenevi fisso in testa che prima o poi
gli dichiaravi pure guerra; mica ti potevi aspettare che ti
portavano il carbone. Bisognava per forza che t'arrangiavi con
la lignite tua, specie quella un po' più pregiata
dell'Istria. Ma, come si sa, non basta aprire un pozzo: il
carbone, per quanto d'infima qualità, non è che esce da
solo, ci vogliono i minatori. E quanto più carbone ti serve
tanti più minatori gli devi mettere appresso. E da qualche
parte li devi pure far dormire. Ti sei inventato una miniera
nuova? Gli devi fare una città vicino. Mica ci vuole
l'architetto per capirlo. Dice: "Ma il Duce non aveva
detto al discorso dell'Ascensione che lui era contro
l'urbanesimo, contro le città?". Ancora con
l'Ascensione? Ma quello quando gli serviva la campagna era
contro le città, quando gli servivano le città le faceva
dalla sera alla mattina, con uno schiocco di dita, senza
pensarci un minuto. Gli fregava assai, a lui, dell'Ascensione.
A quella hanno abboccato solo gli storici dell'architettura.
Arsia
nasce nel Comune di Albona. Albona sta sulla cima di un colle,
quasi una montagna. Da lì si vede il mare e l'isola di Cherso.
Da lì s'avvistavano i pirati ancora ai tempi dei romani e gli
albonesi - a seconda del rapporto di forze - scendevano alla
spiaggia (a Rabac, dove adesso ci sono decine e decine
d'alberghi, con qualcosa come 12 mila posti letto) ad
affrontarli, oppure si rintanavano nelle loro mura aspettando
che se ne andassero. È tutta bianca di pietra, la pietra
carsica, e è tutta veneziana: su ogni palazzo c'è ancora il
leone di S. Marco. Arsia invece sta a un po' più di sei
chilometri, al fondo d'una valle, un po' internata: dove
comincia il promontorio. Anzi, più che una valle è proprio
una gola, dove scorre il Carpano, un torrente. In alcuni
tratti non è più larga di trecento metri. E lì s'adagia
Arsia; stretta nella gola, stesa lungo il torrente, fra le due
montagne che le nascono di fianco, piene di carbone. L'hanno
fatta lì, proprio all'imbocco delle miniere, attaccata ai
pozzi. La gente usciva di casa e andava a lavorare, senza
bisogno di corriere o biciclette. Si infilavano nella montagna
e la scavavano come groviera. Poi uscivano e tornavano a casa.
Guido Segre aveva pensato a tutto. (Qualche volta però non
uscivano più, ci restavano sotto, come il 28 febbraio 1940,
quando per lo scoppio del grisou morirono in 186. Altrettanti
- altri 186 - morirono nei giorni seguenti, per gli effetti
dello scoppio e delle esalazioni. Un'altra esplosione ci fu
nel '48, quando oramai era Jugoslavia, 86 minatori morti.
Altri ancora invece - e alcuni non erano nemmeno minatori - ce
li portarono apposta a morire gli slavi, a Pozzo Littorio, nel
'45; giustiziati e buttati là, nei pozzi più profondi e
abbandonati. Perché italiani).
Arsia è
proprio bella. Adesso hanno smesso di scavare carbone, non
conviene più nemmeno alla Croazia. Ma non da molto, l'ultimo
pozzo è stato chiuso tra il 1990 e il 1992. La città è
rimasta quella che era allora, dal fascio ad oggi è stato
costruito un fabbricato solo. Naturalmente la Jugoslavia
socialista rimosse subito tutti i simboli del regime, a
partire dalla statua al minatore-soldato che troneggiava sotto
la casa del fascio. L'aveva fatta Marcello Mascherini, ma
somigliava troppo a Mussolini. Rimane solo un pezzo della
gamba, semisepolto in uno sgabuzzino in cima al campanile
della chiesa. La indica sottovoce I.S., una delle poche
italiane rimaste - i genitori erano del vicentino, vennero nel
'36 per la miniera - e la chiama "la gamba del
Duce".
Ci
abitano ancora quattromila persone. In maggioranza croati, con
un 40% di musulmani, "bosniàcchi", come dice I.S.
Li fecero venire da tutte le parti. Quelli che ancora parlano
italiano sono cento in tutto. Ma parla italiano la città: le
mura, le pietre, l'architettura. Anche il colore - che pure
gli slavi hanno profuso sugli intonaci a volontà, dal celeste
al giallo al verde al rosso - non fa che aumentare il tono
chiassoso e di "mediterraneità" dell'insieme.
Eppure la progetta Gustavo Pulitzer Finali, l'architetto
triestino amico di Segre, ebreo pure lui, e che Segre si
porterà appresso anche a Carbonia a collaborare e
sovrintendere ai lavori di Valle e Guidi (però Pulitzer, a
differenza di Segre, capirà in tempo l'antifona delle leggi
razziali e riparerà prima in Svizzera e poi in America).
Pulitzer è triestino, mitteleuropeo. In Arsia profonde una
ricchezza di repertori architettonici che non sembra avere
paragoni: ogni forma è diversa dall'altra, ogni stilema è un
discorso compiuto. Ci sono archi, colonne, ma anche travi,
piattabande. Tutto il cemento armato che ti pare. E perfino
due bifamiliari col tetto ad una falda, lati a trapezio
rettangolo, senza una cornice, scarne, scabre: in Italia si
vedranno solo negli anni Settanta e lui le ha fatte nel 1936.
Muratore direbbe: "È mitteleuropeo: si vede Tizio e pure
Caio". Io non l'ho capito bene che vuol dire
mitteleuropeo. Ci sono i bravi e ci sono gli asini.
Dappertutto. E questo non è un asino.
La
costruzione di Arsia comincia nel 1936. All'inizio non si
pensa nemmeno che se ne farà un Comune, tanto è vero che
manca il municipio. È a soli sei chilometri da Albona, il
Comune è quello, sarà solo un "villaggio per i
minatori". Viene inaugurata il 4 novembre 1937. Il Duce
ha già visitato i lavori in pompa magna con Segre nell'agosto
del '36. È sceso in miniera ed è andato anche a controllare
il gigantesco porto che si sta costruendo a quattro
chilometri, Porto d'Arsia ora Luka Ras¡a: il carbone verrà
avviato qui con le decauville e imbarcato sulle navi. Da lì
andrà a rifornire le fabbriche e le centrali elettriche della
Patria. Ma già s'è capito che non basta. Il Duce e Segre
hanno l'occhio fino: ci vuole ben altro. Allora, per
l'intanto, facciamo un po' più grossa questa, poi ne faremo
un'altra nuova, ancora più grossa, e nuovi pozzi di scavo,
proprio sotto Albona (sarà Pozzo Littorio). Vai col tango, e
Pulitzer si rimette a progettare l'ampliamento.
Stavolta
ci fanno il Comune. Prima Segre pensava non servisse:
"Che lo faccio a fare? A me mi serve il carbone". Ma
poi s'è accorto pure lui della necessità - comune, come
vedremo, a tutte le "città nuove" - di essere
l'unico a comandare in casa propria: "Io me la sono fatta
ed io ci comando. E che mi ci metto, l'inquilino?". Anzi
dopo - a Pozzo Littorio - hanno fatto pure peggio (nel '40
Segre lo avevano oramai bello che cacciato, ma l'Acai
continuava tranquilla con quell'impronta). Se Arsia all'inizio
doveva essere solo una frazione del Comune di Albona - e stava
a sei chilometri - Pozzo Littorio, poi, fin da subito è
destinato a divenire Comune, e da Albona dista solo 500 metri,
meno di mezzo chilometro: Albona sta sulla collina e lui sta
sotto. Ma deve diventare Comune. Per conto suo. E per
l'intanto - fin che non è tutto pronto - viene inserito come
frazione nel nuovo Comune di Arsia, non quello d'Albona. Come
a dire: "Qui è la miniera che comanda. Pure sui vigili
urbani". La Jugoslavia, poi, ridisegnerà tutte le carte:
Arsia con Arsia, e Pozzo Littorio con Albona. Negli anni dopo
la guerra Podlabin (il vecchio Pozzo Littorio) cresce sempre
di più, mentre Albona decresce. Man mano che scavano il
carbone traforano la montagnola di Albona da tutte le parti.
La scavano di sotto e di sopra. E cominciano a cadere le case.
E tutti gli albonesi scappano di sotto. I due insediamenti
oggi si confondono, sono un tutt'uno. Sopra è rimasta la città
vecchia. Ma la città vera è quella sotto, Pozzo Littorio, e
fa più di 10 mila abitanti, anche se nessuno di loro sa che
si chiama così. Per loro è Albona-Labin, al massimo Podlabin.
Dice:
"Vabbe', ma che c'entra il carbone coi vigili urbani? Tu
sei un'azienda, il Comune è un'altra cosa". Non è così.
Il potere è potere, e il gioco dei veti incrociati non esiste
solo in democrazia. Pure in uno Stato totalitario c'è sempre
il rischio che un burocrate o un papavero locale - con una
lettera raccomandata e una carta da bollo - ti mandano per
aria un piano di produzione. Stalin li metteva al muro.
Il nesso
"città/azienda", peraltro, è già stato rilevato
in tutte le "città dell'autarchia" - ovvero quelle
legate all'industria, specialmente Carbonia e Torviscosa anche
se con una connotazione di carattere negativo: "città
del padrone, finalizzate allo sfruttamento e alla società
divisa in classi". La relazione "città/azienda"
appare però in realtà essere molto più che un semplice
"carattere" delle città industriali dell'autarchia.
Essa è comune e va allargata all'intero fenomeno delle città
nuove, a partire proprio dal suo sorgere, a partire da quelle
di bonifica. Carbonia e Torviscosa difatti sono solo del
1937-'38. Mussolinia (poi Arborea) viene costruita da Dolcetta
(Comit) già nel 1928 perché serve alla bonifica di Terralba,
e chi la comanda e la gestisce - anche amministrativamente -
è nei fatti fino a tutti gli anni Sessanta, e forse oltre, il
personale dell'azienda. I borghi di servizio dell'Agro Pontino
(1931) nascono esattamente come "centri aziendali"
dell'Onc (Opera combattenti). Quando si fonda Littoria (1932)
una delle piazze principali - quella da cui parte l'asse
decumano - è quella dove c'è la sede dell'Opera e il primo
podestà è proprio Cencelli. Cencelli sarà anche il primo
podestà di Sabaudia (1934) in cui - ancora una volta - il
gruppo di edifici sicuramente più imponente è la piazzaforte
dell'Onc, vera piazza fortificata. Le stesse spese
amministrative del Comune saranno a lungo sostenute in proprio
dall'Opera combattenti, il cui locale direttore tecnico avrà
identico se non maggiore peso politico del podestà o del
commissario prefettizio. Lo stesso varrà per Pontinia (1935),
per Aprilia (1937) e per Pomezia (1938).
La
città nuova, quindi, come funzione dell'azienda, a partire
dal momento stesso del suo concepimento. Nasce e si pone
assolutamente - ed in maniera quasi esclusiva - in una logica
manageriale o protomanageriale dell'efficienza e
dell'efficacia produttiva. Dice: "Vabbe', è la città
corporativa". No, questa è un'altra teorizzazione che
rimane per aria, poiché non contestualizza, è omologante e
non fa le opportune distinzioni - che pure esistono e sono
fortissime - tra città nuove di bonifica e città
dell'autarchia. Mentre alle prime, difatti, corrisponde un
vero e proprio scontro di classe che porta a una riforma di
struttura con la modifica dei rapporti di produzione - in un
processo che vede, come avanguardia rivoluzionaria, una sorta
di "fascismo rosso" dell'Onc contro il fascismo
bianco degli agrari - in quelle industriali, invece, la
mobilità di classe è estremamente irrigidita e il controllo
sociale, anche attraverso il fascio, è saldamente in mano al
capitalismo dominante. Ma la città nuova è comunque legata
alla produzione. È la città moderna, pure a Magnitogorsk
fanno così: non è che un elemento del lay-out, della
"planimetria di produzione", sia che l'azienda debba
poi sfornare fibre tessili o carbone, sia che debba produrre
grano o bestiame da latte. E non c'è niente di più
"fisico" di questo. Tutte le
"sovrastrutture" arrivano post eventum, come
l'accademia e gli architetti stessi. Arrivano dopo. A mettere
l'ornato. A disegnare gli edifici. Ma non c'è una sola città
di cui abbiano scelto loro il sito. Non ce n'è una sola che
abbiano "disegnato" loro. Le hanno disegnate i
tecnici: i direttori di produzione per quelle dell'autarchia,
i geometri gli agronomi e gli ingegneri idraulici - quando non
direttamente il Duce - per quelle di bonifica. Loro stavano a
pensare al Ciam (i congressi internazionali degli architetti
moderni). Per fortuna. E si sono persi la cosa più importante
fatta nel Novecento dal nostro paese. La cosa migliore.
(Arsia
1 - continua) |
| Pozzo
Littorio
Antonio PENNACCHI
da
Limes
La volta
scorsa dicevamo che Arsia è proprio bella. È un posto dove
uno arriva e dice: "Qui mi piacerebbe vivere", un
buon posto per crescere i figli. È sostanzialmente una città-giardino,
una di quelle città che l'architettura moderna dice che fanno
schifo. A loro piacciono i grattacieli, le torri, la città
verticale. E non è da dire che gli piacciano adesso, gli
piacevano già allora, negli anni Trenta, e non solo in
America o in Germania, pure in Italia, pure nell'Italia
fascista. Anzi, nell'Italia fascista pure di più. Non
facevano che parlare d'altro. C'era uno - Pagano - che voleva
fare i grattacieli all'Eur (allora si chiamava E 42) e quando
Piacentini gli ha detto di no e lo ha cacciato dal progetto s'è
rotolato per terra fino al '43, strillava: "Ma che state
a fa'? Questa non è architettura moderna, questa non è
architettura fascista". Lui poi, poveraccio, è diventato
antifascista, ha fatto la Resistenza, è stato torturato dalla
banda Koch ed è morto a Mauthausen. Ma quando strillava
d'architettura era ancora fascista, pienamente fascista anzi,
diceva che l'unica architettura veramente fascista era la sua
e quella degli amici suoi, tutti gli altri erano anti o
afascisti, opportunisti che non avevano capito niente del
fascismo vero, Piacentini in testa. S'approfittavano. Dice:
"Ma che c'entra Pagano? Ma come ti permetti? Un eroe
della Resistenza". Ah, sul fatto che sia stato un eroe
della Resistenza non si discute. Non tanto di cappello, ma
onore al merito e alla memoria per omnia saecula saeculorum.
Ci voleva del coraggio. Ma il fatto che sia stato un eroe
della Resistenza non vuol dire che avesse anche ragione in
fatto di architettura, e nemmeno fa diventare l'architettura
sua un'architettura antifascista. Lui antifascista c'è
diventato dopo, quando faceva l'architetto era fascista come e
più degli altri, checché ne pensi De Seta. Dice: "Sì
vabbe', ma mica era l'unico". Certo: e che t'ho detto io?
Dice: "No, pure pei grattacieli". Appunto: Le
Corbusier li voleva fare a Pontinia. Pare che è stato il Duce
a dire a Bottai: "Ma mandalo a quel paese: l'hanno
cacciato in Russia lo debbo prendere io?". E un'altra
banda di matti (Fariello, Muratori, Quaroni, Tedeschi e
Libera) voleva fare i grattacieli a Aprilia. Erano architetti
"moderni". E fascisti. In Italia, come si sa, almeno
fino al 25 luglio, "italiano e fascista" erano
sinonimi o, meglio, era una tautologia: la ripetizione dello
stesso concetto. Però erano "moderni". E quando poi
sono diventati antifascisti - come tutti noi del resto - in
forza della modernità e dei grattacieli la storia
dell'architettura (vedi Zevi e De Seta) hanno detto che erano
già antifascisti prima: in nuce. Guarda quello che hanno
fatto con Piccinato, e poi vatti a sfogliare tutte le annate
di Urbanistica e Architettura, dal '32 al '43. Dice: "Vabbe',
ma che c'entra con Arsia?".
Ecco, a
questi le città-giardino non gli piacevano: gli venivano gli
sbocchi di stomaco solo a sentirle nominare. Non le andavano
nemmeno a guardare. In tanti anni di articoli e polemiche su
Casabella, Pagano delle città di fondazione, dei nuovi borghi
e di tutto quel po' po' di radicale modifica del paesaggio
agrario italiano che si stava facendo, lui non s'occupa mai.
È importante solo quello che si fa all'estero, e soprattutto
è fatto male tutto quello che fanno gli altri. Ma sto po' po'
di Casamicciola lui non se ne accorge per niente (è un
anacoluto, lo so). In tanti anni scrive di due sole cose (1):
un articolo lungo e velenosissimo contro la Pontinia che aveva
fatto Frezzotti (al posto di Le Corbusier) e una citazione
brevissima, en passant, su Arsia: "Le inabitabili case di
Arsia" (2) scrive, punto e basta. Di più non merita. Ma
che ti venisse un colpo - sempre facendo salvo l'eroe della
Resistenza naturalmente (specie di questi tempi non vorrei
passare per cortigiano del Polo pure io) - ma che ci sei mai
stato ad Arsia? Ma che le hai mai viste quelle case? Gli devi
fare tanto di cappello, tu, a Pulitzer Finali. Che era pure
ebreo.
Arsia è
un bel posto, un posto ideale per crescerci i figli (peccato
solo che adesso sia all'estero, e un po' fuori mano). C'è
questa grande piazza, che è subito all'accesso dalla statale
Fiume-Pola. Larga, soleggiata, sfalsata su più piani. Svetta
la chiesa a paraboloide (chissà se a Calza Bini figlio gli
era venuta da qua l'idea per quel monstrum di Incoronata, ma
sicuramente è venuta quella di Ciucci per la chiesa di Borgo
Podgora) coi costoni in cemento armato - Segre l'acciaio ce lo
aveva di suo - che reggono la volta. Pare che il motivo
riprenda i vagoncini della miniera, che servivano a portare il
carbone su e giù per i pozzi. E difatti, a fianco alla
chiesa, c'è un trenino a bella posta, anche se arrugginito.
Nella canonica - il culto naturalmente lo amministra un prete
croato - c'è anche il museo della miniera, ora chiusa. Nella
piazza il municipio, la banca, le poste, il bar ed il cinema
nell'ex dopolavoro e la vecchia casa del fascio. Senza più
fascio, ma con iscrizioni su marmo - in croato - che celebrano
l'avvenuta liberazione (e per tutto il paese, ogni tanto,
scritte sui muri: "W Tito"). Restano i porticati però,
inconfondibili - anche quelli a piattabanda che dalla piazza
introducono alle residenze - il frontone della Gil e
soprattutto l'arengario: una mensola rotonda, a sbalzo su un
angolo della casa del fascio, identica ad un balcone di Borgo
Hermada. Non si capisce cosa faccia, lì, sopra la lapide di
Tito e il basamento vuoto della statua al minatore, che
somigliava troppo al Duce. Chi ci si affaccia più, ad
infiammare la folla? Manco Milosevic´.
Poi
s'esce dalla piazza ed incominciano le stradette, lungo il
corso del torrente, con le casette articolate su due piani. Da
una parte - verso sud, verso Pola - sono tutte bifamiliari. Ma
non con unica tipologia: si alternano in tutta la città
almeno sei o sette diverse tipologie, con un effetto di brio e
varietà che non troverà riscontro nella piatta uniformità
della successiva Carbonia. Qui sono a due piani, con
porticati, verande, loggette e pergolati giocati sia sul
motivo dell'arco che su quello della trave a piattabanda. E
muretti di recinzione in pietra bianca squadrata, a faccia
vista. Ogni abitazione ha orto e giardino, davanti e di
dietro, nel più puro spirito dell'homo novus fascista: anche
se minatore, quando torna a casa non deve perdere il contatto
con la terra (a parte il fatto che due galline e un po' di
pomodori non erano, almeno a quel tempo, un optional del tutto
superfluo). Dall'altra parte - a nord, verso Fiume - ci sono
anche le quadrifamiliari, sempre con orto e giardino, che
travalicano anche dall'altra parte del torrente. Ma ci sono
anche fabbricati più grossi - tre piani fuori terra - che
oltre al centro urbano e alla direzione della miniera sono
dedicati alle case-albergo per i lavoratori scapoli.
Particolare cura è destinata all'asilo, alla Gil, alle
scuole, al dopolavoro e agli impianti sportivi. Ci sono
perfino le piscine: oggi ci gracidano le rane, ma il
trampolino in cemento armato è ancora pronto ad aspettare che
qualcuno si tuffi. Gran parte della città era dotata di
impianti di riscaldamento centralizzato, con le tubature che
correvano verso la centrale termica della miniera, coibentate
sotto tutte le 312 strade. Pulitzer pensa a tutto, pure agli
arredi (lui del resto sarà un grande arredatore, soprattutto
di transatlantici): le case verranno fornite agli operai
complete di tutta la mobilia, disegnata da lui fin negli
armadi e le sedie.
La
piazza è piena di colori - celeste, giallo, rosso, verde - ed
anche gli edifici più grandi. Le casette invece sono un po'
scrostate, qualche pezzo di intonaco è caduto, la
manutenzione è carente. Ma dappertutto ci sono le antenne
paraboliche, bande di ragazzini che corrono, panni stesi
all'aria ad asciugare, e macchine parcheggiate su tutti e due
i lati delle stradette: 128 rosse, vecchie 600 gialle, 124,
131 Mirafiori. E la città è linda. Forse quando ancora
funzionava la miniera - pochi anni fa - non doveva essere
proprio così linda. Ma adesso lo è. E soleggiata, e piena di
verde: alberi da tutte le parti, prati, il torrente, e alberi
e boschi fitti fitti su tutti e due i versanti delle montagne
che s'alzano a cornice e stringono nel fondo il lungo nastro
di Arsia.
Pozzo
Littorio invece è tutta diversa. Fu progettata
dall'architetto Eugenio Montuori e realizzata nel 1940. Segre
lo avevano già cacciato e Pulitzer Finali s'era già dato in
Svizzera e poi in America. Ma il bisogno di carbone cresceva -
nel 1942, tra Arsia e Pozzo Littorio verrà raggiunta la
produzione record di 1.158.000 tonnellate di carbone - e
allora s'erano messi a fare quest'altra, a 8 chilometri da
Arsia ma a soli cinquecento metri da Albona. E ci hanno fatto
subito gli uffici per la delegazione comunale - quella di
Arsia naturalmente, non quella di Albona, perché chi comanda
è la miniera - poi si vedrà. Ma non è una città-giardino,
è città-città: verticale, con case a torre, pure quattro
piani fuori terra e tutta una serie di blocchi di tre piani a
pettine. E questa va su tutte le riviste, perché questa è
fatta bene, perché Montuori sì che è uno bravo: non per
niente è amico di Piccinato (però doveva essere amico pure
di Pulitzer e di Segre, visto che lo fanno andare a Carbonia
qualche anno prima ed è lui che ne firma l'ampliamento di Prg
al posto di Pulitzer dopo le leggi razziali, ed anche a Pozzo
Littorio, poi, riprende pari pari e costruisce - per la zona a
casette - le tipologie di Pulitzer, sia ad arco che a
piattabanda, per le bifamiliari di Arsia). A me pare però che
Montuori - pure qui a Pozzo Littorio - conosca solo il
rettangolo. Non lo so, forse non gli piace nessun'altra figura
geometrica, o forse non gli viene bene, non la sa fare, gli si
era rotto il compasso, spezzato il curvilinee: quando c'è un
arco sembra copiato. Quelli delle casette li ha disegnati
Pulitzer ad Arsia, e il porticato d'angolo della casa del
fascio in piazza sembra proprio quello di Aprilia lato nordest
(Petrucci): tale e quale. La chiesa - e soprattutto il
campanile che fa da sfondo al cannocchiale d'accesso - è
proprio Sabaudia. Dice: "Vabbe', ma a Sabaudia ci ha
lavorato lui" (con Piccinato, Cancellotti e Scalpelli).
D'accordo, ma anche i blocchi a pettine - con quelle
prospettive di ballatoi che costituiscono la cosa bella di
Pozzo Littorio, tutti verdi di tende e ringhiere: verdi perché
è il colore dell'islam, e lì ci abitano tutti i musulmani e
"bosniàcchi" che ci hanno portato al posto nostro,
e tu vedi in giro pure un sacco di gente scura di pelle, quasi
nera - sembrano proprio le Case popolari che ha fatto Nicolosi
a Littoria. Anche il torrione della casa del fascio - la torre
littoria nominale - tutto in pietra bugnata a faccia vista, è
identico preciso a quello di Segezia (sempre Petrucci). La
torre littoria vera, però, è la ciminiera della miniera - o
meglio: della centrale termica della miniera, che anche qui
porta il riscaldamento in tutte le abitazioni - e non a caso,
visto che la torre deve simboleggiare il potere e il vero deus
ex machina di questo organismo urbano (vedi numero precedente)
è esattamente la miniera. La ciminiera è altissima,
affusolata, imponente, originale, ma non a base circolare. Non
è solo una ciminiera, è proprio una torre: sagomata,
concava, persino con un simulacro d'arengo a un centinaio di
metri d'altezza. È la torre littoria più grande di tutte. E
questa la deve aver fatta lui.
Gli
slavi hanno lasciato quasi tutto intatto. Hanno tolto i fasci
naturalmente, pure dalla ciminiera, e hanno riempito
dappertutto di lapidi in ricordo dei martiri della Resistenza
loro. Hanno pure sopraelevato di un altro piano l'edificio
della piazza, dove c'era la casa del fascio e la delegazione
comunale di Arsia. Ora è tutto Labin, Albona. E hanno
costruito anche dall'altra parte, fino sotto la montagna, fino
a Albona, ma hanno costruito esattamente come sotto il fascio,
soprattutto con casette a due piani come quelle di Pulitzer.
Pozzo Littorio (Podlabin) è pieno di vita. Anche qui macchine
degli anni Settanta - 124, 132 - ma c'è chiasso, clacson,
città. C'è colore. Tutto è tenuto bene. Anche le casette.
Meglio di Arsia. C'è più vita. È più città. Vicino c'è
Rabac, con dodicimila posti letto per i tedeschi che vengono
al mare d'estate. Nessuno va più in miniera. Anzi, a volte
pare che nessuno lavori: fabbriche non ce ne stanno, campi
lavorati in giro nemmeno - in tutta l'Istria non c'è più un
campo lavorato, l'agricoltura è stata sradicata: l'economia
di piano prevedeva che si facesse solo in Pannonia - e quando
vedi qualcuno che lavora in giro, magari nei lavori edili
sulle strade, lavora con certi ritmi che ti viene voglia di
scendere dalla macchina e farlo tu al posto suo. In Fulgorcavi
ti menavano. Roba che uno dice: "Ma come campa tutta
questa gente? Va bene che hanno solo i 128 e le paraboliche
attaccate a tutte le finestre, ma da qualche parte devono pure
mangiare". Dall'Italia mangiano, dove vuoi che mangino?
Partono in massa a primavera e vengono a lavorare a Iesolo, a
fare i camerieri, e tornano dopo l'estate. Ma soprattutto l'Inps,
le pensioni nostre. Tutti sti vecchi pigliano la pensione.
Erano sotto lo Stato italiano, allora: anche se hanno lavorato
solo un anno, adesso gli tocca la minima. Il milione di
Berlusconi. E con quello campano. Campano coi vecchi e con le
pensioni. Nostre. E a noi ci hanno cacciato a bastonate.
Trecentocinquantamila (3) . Dieci o ventimila morti nelle
foibe (il numero preciso non si sa). Fabrizia Ramondino (4)
riporta la testimonianza di un sopravvissuto: "Addì 2
maggio 1945 vennero a prelevarmi a casa mia con un camioncino
sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e
Giuseppe Frezza, nonché Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi e
affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa
accoglienza; piegati e con la testa all'ingiù fecero correre
contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin. Caduti a terra dallo
stordimento, vennero presi a calci in tutte le parti del corpo
finché non rinvennero e poi ripeterono il macabro spettacolo.
Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da
ragazzi armati di pezzi di legno. Alla sera, prima di
proseguire per Fianona, dopo trenta ore di digiuno, ci diedero
un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo
tratto di strada a piedi e per giunta legati col fil di ferro
ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani e
urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio. A un
certo momento della notte vennero a prelevarci uno a uno per
portarci nella camera delle torture. Fui l'ultimo a essere
martoriato: udivo i colpi che davano ai miei compagni di
sventura e le urla di strazio. Venne il mio turno: mi
spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi giù
botte da orbi. Cinque manigoldi contro di me, inerme e legato,
fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo mi
picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un
pezzo di legno, un quarto con pugni, la femmina mi picchiava
con una cinghia di cuoio. Prima dell'alba mi legarono con le
mani dietro la schiena e in fila indiana, assieme a Carlo
Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi (Marzana),
Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe
Sabati da Visinada, mi condussero fino all'imboccatura della
foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e con la canna del
moschetto. Arrivati al posto del supplizio, ci levarono quanto
loro sembrava ancora utile. A me levarono le calze (le scarpe
me le avevano già prese un paio di giorni prima), il
fazzoletto da naso e la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un
grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per mezzo
di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro
e mi costrinsero ad andare da solo dietro Udovisi, già sceso
nella foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo
di moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che
fece cadere il sasso. Così caddi illeso nell'acqua della
foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho
potuto arenarmi. Intanto continuavano a cadere gli altri miei
compagni e dietro a ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo
l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci
tutti. Costernato dal dolore non reggevo più. Sono riuscito a
rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando
contemporaneamente le mie carni, poiché i polsi cedettero
prima del filo di ferro. Rimasi così nella foiba per un paio
di ore. Poi, col favore della notte, uscii da quella che
doveva essere la mia tomba". E per quelli che invece sono
rimasti là sotto non c'è nemmeno una lapide in tutta
l'Istria, anzi nemmeno una croce, tanto che i profughi
giuliano-dalmati li chiamano ancora "morti senza
croce". E Arsia adesso è Rasa, e Pozzo Littorio è
Podlabin.
Nota a
margine (5)
Nel
numero precedente abbiamo presentato una "Ipotesi di
catalogo delle città nuove italiane degli anni Trenta"
che sommava 70 nuovi insediamenti, cifra che è sicuramente
destinata a salire anche col contributo dei lettori (alcuni
hanno già scritto). Manca difatti, allo stato, un Regesto
completo delle fondazioni in Italia degli anni Trenta. Non
sappiamo ancora, in pratica, esattamente quante erano: né
quante, né quali, né come, né dove. Uno studio sistematico
del fenomeno delle città nuove nel suo complesso non è mai
stato fatto; pure De Felice lo bypassa tranquillamente.
L'unica eccezione è rappresentata da Mariani (6) e
Nuti-Martinelli (7) che - con tutti i limiti e i pregiudizi
che è pure abbastanza facile riscontrare vent'anni dopo -
finiscono per canonizzare un elenco di 12 città nuove
italiane: Littoria, Sabaudia, Pontinia, Aprilia, Guidonia,
Pomezia, Mussolinia, Carbonia, Fertilia, Torviscosa,
Arsia, Pozzo Littorio. Questo elenco diventa vangelo e
chiunque decide d'accostarsi in seguito alla questione - pure
da oltreoceano (8) - lo assume come vero e proprio canone. Da
lì non ci si scosta: 12 sono e 12 rimangono. È un canone,
però, in cui sembra proprio che l'unico elemento omologante -
l'unica valenza tassonomica - sia costituito dalla griffe dei
progettisti o dalla notorietà dell'insediamento che, come si
sa, pur se assai importanti non fanno scienza: la scienza è
un'altra cosa. In quell'elenco stanno difatti, assieme a realtà
fondate come villaggi ed evolutesi poi in comuni (Arsia e
Mussolinia), sia comuni evolutisi in province (Littoria), sia
province rimaste comuni (Carbonia), sia realtà
concepite come centri comunali e realizzate come tali (Sabaudia,
Aprilia, etc.), sia centri comunali rimasti poi per sempre
semplici frazioni (Fertilia e Pozzo Littorio). Non appare
quindi essere la funzione amministrativa - né quella di
progetto, né quella di eventuale ed effettiva realizzazione -
il carattere distintivo della città nuova; e comunque nelle
stesse condizioni ce ne stanno tante altre: Segezia ed
Icoronata, nate proprio come centri comunali, sono oggi
piccole frazioni al pari di Fertilia, mentre San Cesàreo,
nato come borgo rurale, è oggi un comune (al pari di Arsia e
Mussolinia) con più di 7 mila abitanti. Se non è quello
amministrativo, qual è quindi il criterio giusto? Forse
quello delle grandezze (un borgo si distingue da una città
perché è piccolo)? Ma Fertilia - poche centinaia d'abitanti
- può dirsi grossa? Arborea già Mussolinia pure? Mentre
Latina Scalo, già Littoria Stazione - nato come semplice
borgo di servizio con esattamente quattro caseggiati agli
angoli di un incrocio, ma che adesso fa 20 mila abitanti - è
solo un "borgo"? Così pure Borgo Podgora, Borgo
Hermada (4 mila), Lamezia Terme e tutti gli altri? Anche le
"grandezze", quindi, non sono un criterio
affidabile: quando si fonda una città è quasi sempre piccola
all'inizio, poi può crescere, può anche morire subito,
oppure può starsene tranquilla nel suo bozzolo chissà per
quanti anni, e poi lussureggiare all'improvviso, come
Incoronata che ha cominciato a svilupparsi solo adesso. La
questione è quindi di definire con esattezza il concetto di
città di fondazione in termini rigorosamente
teoretico-qualitativi e non metrico-quantitativi: la specie e
non il numero. A questo scopo appare ancora abbastanza
esaustiva la definizione di Pierotti (9), secondo cui il
"concetto discriminante che serve particolarmente nel
caso delle città di fondazione [è] l'esistenza o meno di un
problema-città. Un problema-città esiste quando la creazione
di un nuovo insediamento ha come scopo esclusivo o prevalente
la costituzione di un nuovo organismo urbano, pensato nelle
sue specifiche articolazioni costruttive e funzionali".
Questo esclude sia ogni insediamento sorto per sinecismo o
aggregazione spontanea e poi razionalizzato, sia ogni
lottizzazione - tipo Torvaianica o la costa del Circeo - che
non preveda dal suo sorgere articolazioni funzionali e spazi
pubblici e di socializzazione. Non è però tassativa la
presenza ante quem di un piano regolatore. Anche a partire
dall'antichistica - anzi, proprio a partire dall'antichistica
e da Fustel de Coulanges - quello che caratterizza e definisce
la città di fondazione è la presenza e constatazione di uno
schema programmatico, che anziché su strade, come fa il piano
regolatore, suddivida e attribuisca funzioni e spazi (pubblico
dal privato, civile dal religioso, residenziale dal produttivo
e aperto dal chiuso) per semplici linee, con squadro, paline e
allineamenti. Questa è la città di fondazione a partire dai
tempi di Ippodamo di Mileto (10) e sono quindi a pieno titolo
città di fondazione tutti i borghi dell'Agro Pontino,
embrioni di urbanizzazione pensati ab origine nelle specifiche
articolazioni funzionali, sia pubbliche che private, ancora
anni prima che si ipotizzi Littoria (11) . È su questi borghi
inoltre - e non nelle aule universitarie o al Ciam - che i
tecnici dell'Onc (Opera nazionale combattenti) costruiscono
man mano e sul campo il modello progettuale complessivo della
città di bonifica, che diverrà poi canonico e verrà
esportato dappertutto, da Aprilia a Pomezia, alla Puglia, alla
Sicilia, alla Libia. Accanto a questo, però, s'aggiunge un
altro e fondamentale discrimine - non essendo data la città
solo dagli edifici, vuoi pubblici o privati, e dal reticolo
delle strade - per la corretta individuazione delle città di
fondazione. La città è soprattutto un fatto antropologico:
essa è data dalla gente che ci sta dentro, dalle relazioni
che le persone intessono, dalla loro cultura, dal loro
patrimonio condiviso di storie, di memorie, di miti e di riti
che ne fanno, appunto, una communitas - piccola o grande che
sia, e piccolo o grande che sia quel patrimonio condiviso -
specifica ed individua, diversa da tutte le altre. La città
è un organismo vivente, è un organismo biologico. E non solo
perché di anno in anno cambia e muta negli edifici, cambia e
muta nelle strade, ma soprattutto perché cambia e muta nelle
persone, nella sua storia, nella communitas. Chi vive nelle
città nuove finisce per partecipare del mito della
fondazione, perché è da lì che nasce e trae comunque
alimento la communitas di cui fa parte e la propria e
specifica identità personale (senza gli altri, un uomo non è
uomo; lo dice Aristotele). La città nuova è un organismo
biologico; un nuovo organismo biologico, unico e individuo:
prima non c'era e adesso c'è; una nuova comunità, una nuova
scintilla di vita. È per questo che i decentramenti non sono
città nuove. L'Eur è bellissimo, la Città universitaria
pure ed anche il Tiburtino terzo. Ma sono Roma. Come è Roma
Ostia Lido, e pure Acilia. Certo, hanno sicuramente caratteri
che ne definiscono individualità sociale e collettiva, ma
sono sottogruppi, communitas di quartiere. È una crescita di
Roma: nuovi rami, che escono dalla stessa pianta e dalle
stesse radici; partecipano del mito di Romolo. Lo stesso
discorso vale per le cittadine ricostruite - anche se a
fundamentis, come sembrerebbero Tresigallo, Corridonia,
Predappio, Colleferro, etc. - su insediamenti preesistenti. La
città nuova invece è una piantina - o solo un seme, come il
Villaggio di Sessano poi Borgo Podgora - che viene piantata
all'improvviso poi, se Dio vuole, cresce e s'assesta e diventa
una pianta grossa, come Latina, Carbonia e tutte le altre;
oppure rimane mingherlina, come Segezia e Borgo Cervaro, o
proprio muore come Tavernola. Ma è una cosa nuova, una cosa
che prima non c'era.
________
Note:
1. La
notazione è di L. NUTI, "La città nuova nella cultura
urbanistica e architettonica del fascismo", in G. ERNESTI
(a cura di), La costruzione dell'Utopia. Architetti e
Urbanisti nell'Italia Fascista, Roma 1988, pp. 231-246.
2. G.
PAGANO, "Potremo salvarci dalle false tradizioni e dalle
ossessioni monumentali?", Costruzioni-Casabella, n. 157,
gennaio 1941, ora anche in ID., Architettura e città durante
il fascismo,a cura di C. De SETA, Roma-Bari 1976, p. 131.
3. R.
PUPO dice che sono 250 mila (cfr. ID., "L'esodo forzoso
dall'Istria", in P. BEVILACQUA-A. DE CLEMENTI- E.
FRANZINA, Storia dell'emigrazione italiana, Roma 2001, pp.
385-396), ma tutte le altre fonti (cfr. Limes, "Piccola
grande Europa", n. 1/2002) si attestano su 350 mila.
4. F.
RAMONDINO, Passaggio a Trieste, Torino 2000, pp. 204-205.
5. Parti
di questo testo sono già state pubblicate in Metafisica
costruita. Le Città di fondazione degli anni Trenta
dall'Italia all'Oltremare, Tci, Milano 2002, pp. 162-163.
6. R.
MARIANI, Fascismo e "città nuove", Milano 1976.
7. L.
NUTI-R. MARTINELLI, Le città di Strapaese. La politica di
"fondazione" nel ventennio, Milano 1981.
8. Cfr.
D. GHIRARDO-K. FORSTER, "I modelli delle città di
fondazione in epoca fascista", in Storia d'Italia Einaudi,
Annali 8: Insediamenti e territorio, Torino 1985; D. GHIRARDO,
Building New Communities. New Deal America and Fascist Italy,
Princeton-Usa 1989.
9. P.
PIEROTTI, "Le non-città della ragione", in R.
MARTINELLI-L. NUTI (a cura di), Le città di fondazione,
Venezia 1978, p. 120; ma cfr. pure ID., Urbanistica: storia e
prassi, Firenze 1972.
10. Cfr.
P. SOMMELLA, Corso di Topografia e urbanistica e del mondo
classico, a.a. 1989-90; ID., Italia antica. L'urbanistica
romana, Roma 1988; ma cfr. pure F. CASTAGNOLI, Ippodamo di
Mileto e l'urbanistica a pianta ortogonale, Roma 1956; R.
MARTIN, L'urbanisme dans la Grèce antique, Parigi 1956; A.
GIULIANO, Urbanistica delle città greche, Milano 1966; M.
TORELLI-E.GRECO, Storia dell'urbanistica. Il mondo greco, Bari
1983.
11.
Sull'intera questione cfr. I Borghi dell'Agro Pontino, Latina
2001, pp. 35-61. Del resto la parola borgo - che fa il suo
trionfale accesso nel lessico delle città nuove proprio nel
Pontino, tra il '31 e il '32 ad opera dei vertici Onc (forse
il duo Savoia-Todaro se non addirittura lo stesso Cencelli) -
evidentemente tradisce una voluptas subliminale ed inconscia
assai diversa ed opposta a quelli che forse erano i livelli
razionali di decisione e consapevolezza. Per loro il borgo non
avrebbe dovuto divenire una città come l'intendiamo noi - una
vera e propria urbs - ma costituire solo il centro fisico
della civitas, che oltre a fornire i servizi funzionasse da
fulcro, da snodo e quindi da condensatore sociale di una
communitas i cui partecipanti erano sparsi nel territorio. Il
termine borgo, peraltro, ha subito un processo di
desemantizzazione che lo ha portato solo in tempi
relativamente recenti ad indicare insediamenti extra o
non-urbani e quindi rurali, ai quali si sarebbe esteso
partendo originariamente dall'indicazione di nuclei di
fabbricati formatisi extra moenia - oltre le porte della città
- e chiamati anche sobborghi. Il tardo-latino burgus invece -
luogo fortificato - sarebbe una derivazione dal germanico
burgs. In realtà in italiano, accanto al lemma sobborgo,
persiste il suo sinonimo suburbio, evidente cultismo derivato
da "sub urbs". È quindi da urbs che deriva lo
stesso burgs, con un processo di metatesi (trasposizione di
uno o più suoni nel corpo di una parola: in questo caso la b
che si sposta all'inizio) assai comune nel parlato, come
drento per dentro. La metatesi urbs-burgs - probabilmente già
corrente durante la romanità - dev'essersi diffusa fra
tardo-antico ed alto-medioevo, quando a causa degli
spopolamenti la città s'è ristretta, con l'abbandono da
parte degli abitanti delle zone periferiche e l'addensamento
verso il centro o luoghi significativi e fortificabili della
vecchia città romana (l'urbs), come l'anfiteatro nel caso di
Lucca. È così e non altrimenti che s'è formata la città
medievale: dal borgo, dall'urbs. Va però detto che questa
etimologia è recisamente rifiutata - proprio in termini di
epiglottide - da Luca Serianni: "E la g da dove
uscirebbe?". Non lo so da dove esce la g, ce l'avranno
aggiunta i germani, ma in ogni caso in latino c'è già
suburra e, anche volendo accettare una mediazione loro (burgs=città,
da cui Magdeburgo, Strasburgo, San Pietroburgo etc.), resta
comunque da chiedersi quando costoro - i germani - avrebbero
mai visto una città o una fortificazione prima di vedere i
romani. Che se la sognavano? Sempre da urbs-città deriva. E
borgo significa città, anche se Cencelli - o Savoia-Todaro -
pensavano il contrario. |
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