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Architettura -
Urbanistica: Carbonia, "città di fondazione"
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Lucia
Nuti (Docente di Storia dell'architettura moderna
nell’Università di Pisa)
La politica di fondazione fu varata dal regime
fascista all’inizio degli anni Trenta e condotta poi sino alle soglie
della guerra senza soluzione di continuità, con una periodicità
annuale quasi costante. Aggregata di volta in volta a scelte vincenti,
la bonifica integrale prima, l’autarchia poi, essa non fu mai comunque
abbandonata ed ancora dopo il 1940 sotto questo segno veniva
riorganizzato l’insediamento nei nuovi grandi comprensori di bonifica
del Tavoliere e del Foggiano.
Si può indubbiamente obiettare che le città nuove non erano città nel
senso proprio del termine, sia per l’estensione territoriale molto
modesta, sia per l’elementarità della popolazione residente. Soltanto
due di esse – Littoria e Carbonia – superarono di molto le
soglie fissate sfuggendo alle stesse previsioni dei costruttori, ma
Carbonia rimase ugualmente per la sua composizione demografica qualcosa
di sostanzialmente diverso da una città.
Ed è ugualmente vero che le nuove fondazioni non erano nate
all’interno di un programma di urbanizzazione delle popolazioni
rurali. Si cercava al contrario di favorire la deurbanizzazione
sottraendo manodopera eccedente e potenzialità conflittuale nelle zone
più calde per trasferirla stabilmente sotto il controllo di più idonei
patti di lavoro. Ma la questione città/non città appare presto
superata da un altro dato fondamentale: con l’immediata elevazione a
comune, i piccoli centri appena sorti divenivano attivi nei confronti di
una porzione del territorio circostante come sede di funzioni, sia pure
elementari. Essi erano quindi l’elemento base di un’organizzazione
verticistica del territorio che dal centro raggiungeva la periferia
attraverso una rete di controlli; rete che in quegli anni si stava
appunto riorganizzando con una revisione delle circoscrizioni
amministrative, accorpamenti o smembramenti, promozioni o declassamenti
gerarchici di capoluoghi.
È proprio questo in ultima analisi l’elemento unificatore di una
sequenza di interventi altrimenti caratterizzata da settorialità, da
incertezze, da improvvisazioni, da episodicità; e l’intera vicenda
diviene in questo modo scelta politica. Poiché però la fondazione non
fu gestita direttamente dagli organi statali, ma passò attraverso il fìtto
sottobosco di enti parastatali o anche società private, i meccanismi
innescati non funzionavano poi così direttamente in senso centripeto,
ma furono immediatamente bloccati dal filtro dell’Ente costruttore. In
tal modo l’Ente, in contrasto o in sintonia con il potere centrale,
diveniva il primo vero detentore di quelle funzioni. Rimane ancora da
verificare quanto il termine «nuova» si spinga al di là dell’ovvia
novità della presenza urbana su un territorio in precedenza privo di
insediamenti e in che misura sia motivato da scelte culturali nuove.
Mussolini, nell’inaugurare Littoria, intendeva questa novità nel
rifiuto di un’identità e di prerogative urbane e respingeva
polemicamente per i nuovi centri anche il nome città;
ma le esigenze di propaganda gli avrebbero fatto presto cambiare idea.
In seguito Piccinato, nell’illustrare Sabaudia, ne sottolineava la
novità rifiutando ancora il termine città nel senso ottocentesco, come
qualcosa «di chiuso, di murato, qualche cosa di contrapposto alla
campagna». Poco dopo
però l’involuzione culturale sempre più pesante doveva attenuare
queste polemiche affermazioni di novità e reinserire le «moderne città
di bonifica» nell’alveo della tradizione nostrana.
Verifichiamo allora quale fu la risposta della cultura contemporanea di
fronte al tema, che in quegli anni diveniva occasione concreta, della
tanto sognata progettazione globale che non fosse vincolata da
preesistenze storiche.
Quasi paradossalmente la città nuova sulla carta stenta ad assumere una
dimensione che non sia quella ufficiale composta con le veline dei
comunicati stampa. E se questo silenzio agli albori della vicenda, tra
il 1928 e il 1932, cioè tra il primo, incerto costituirsi di Mussolinia
e l’inaugurazione di Littoria, può essere ancora imputato a
disattenzione o sottovalutazione del problema, la stessa motivazione non
è più sostenibile quando nel giro di pochi anni la propaganda crea ed
alimenta, con un bombardamento di immagini e notizie, il mito della città
nuova, esportandolo anche oltre i confini nazionali.
Per la seconda città pontina è bandito un concorso nazionale che
coinvolge attivamente alcuni gruppi di tecnici e sul suo esito si
scatena addirittura una baruffa parlamentare.
Il nome di Sabaudia diviene immediatamente noto, ma non serve ad aprire
una riflessione critica sulla città nuova. La realizzazione anzi
fornisce nuovi argomenti a favore del razionalismo in un dibattito
sull’architettura che contemporaneamente dilaga sulle riviste,
trasformandosi spesso in una polemica improduttiva.
“Casabella” – che pure costituì in tutti quegli anni la
voce di un dissenso o almeno di una verifica critica sulle principali
opere del regime – esclude anche la semplice informazione sulle città
realizzate, con l’ovvia eccezione di Sabaudia, per la quale Pensabene
confeziona un commento che non si discosta nemmeno troppo dai comunicati
ufficiali.
Pagano alla fine del 1942 poteva giustamente vantarsi che la rivista in
diverse occasioni si era occupata di urbanistica,
ma ciò era avvenuto soltanto in relazione ai problemi della grande città,
sia sul tema degli scempi perpetrati nei centri storici, sia su quello
delle case popolarissime nei nuovi quartieri operai. Pagano era stato
inoltre coinvolto in prima persona nello studio per il raddoppiamento di
un piccolo centro, Portoscuso, a servizio delle miniere di
carbone del Sulcis.
Eppure soltanto a fatica e tra le righe dei suoi scritti di quegli anni,
relativi alla polemica sull’architettura, si rintracciano due accenni
alle città nuove: uno diretto con l’abituale sarcasmo contro i
progetti architettonici del Frezzotti per gli edifici pubblici di
Pontinia e l’altro, molto enigmatico, sulle inabitabili case di Arsia.
“Quadrante” tra il 1934 e il 1935 diffonde con una raffica di
brevi e confusi articoli la teoria della città corporativa.
Il discorso coinvolge vecchie città e fondazioni nuove nel quadro di
una revisione totale dell’urbanistica. Secondo la teoria soltanto la
formulazione di un piano regolatore nazionale avrebbe consentito di
stabilire preliminarmente, nel quadro dell’interesse generale, le
funzioni da assegnare ad ogni singola città. La città sarebbe quindi
divenuta corporativa in quanto espressione del carattere corporativo del
regime fascista, lontano dall’anarchismo liberale, lontano
dall’oppressivo collettivismo.
Perché, entro i limiti assegnati dall’alto, ogni città avrebbe poi
conservato l’individualità del suo quadro formale, l’originalità
del suo volto; e a plasmarne armoniosamente l’anima era chiamato
appunto l’urbanista. Sboccata nel vicolo cieco della coincidenza tra
forma architettonico-urbanistica ed espressione politica, la teoria
diventava inevitabilmente ancora più vaga e confusa. Accettava
l’equazione linea retta/ordine nuovo e razionale ed identificava la
vera espressione del fascismo in geometria, limpidità e chiarezza.
Ma nonostante questo, le prime città pontine risultavano una cocente
delusione, una moneta falsa anche se nuova. Le strade diritte, le
facciate regolari erano solo il riassestamento esteriore di una città
vecchia nel contenuto. L’occasione era stata sprecata, il principio
puro inquinato per incompetenza dei tecnici che non si erano mostrati
all’altezza del compito e non avevano bene assimilato il concetto di
città fascista corporativa: fascista nell’impianto urbanistico
(conscia cioè della missione che nel complesso lo Stato deve assolvere)
e di conseguenza nella sua organizzazione e nella sua vita.
Era questa una nuova invocazione da parte degli architetti perché
l’architettura moderna, le cui posizioni ormai progressivamente si
indebolivano, fosse salvata con un atto di forza e fosse proclamata
vincente dittatorialmente, come architettura di Stato.
E l’equivoco di questa richiesta che contraddiceva in pieno i princìpi
stessi dell’architettura moderna non poteva non sfuggire a Persico,
la cui sdegnata replica non si fece attendere, mentre la teoria stessa
naufragava nell’indifferenza generale.
Ancora una volta, con Persico il dibattito ritornava sull’architettura
e sulla triste condizione del razionalismo italiano, esasperazione
sentimentale senza fede, camuffato ora, dopo la «romanità» e la «mediterraneità»,
in quest’ultimo travestimento.
Ma Persico nella sua amara requisitoria aveva sottolineato le
contraddizioni di fondo della teoria, tralasciando altre importanti
indicazioni di carattere più propriamente urbanistico che in essa erano
contenute e che consentono un’altra chiave di lettura: la prima era
un’indicazione di «piano» su scala nazionale come strumento per una
borghesia che intendesse razionalizzare al massimo i propri interventi
sul territorio; la seconda un’individuazione dell’organismo urbano
attraverso le funzioni svolte nei confronti del territorio; infine
l’esplicita richiesta di sventramento dei centri storici, per
riplasmare gli spazi adattandoli alle nuove funzioni. Il ruolo
dell’urbanista veniva ancora pienamente confermato in quello del
tecnico, plasmatore di forme, strumento della committenza.
Se le scelte operative del regime coincisero di volta in volta con le
ipotesi dei «corporativisti», quelle culturali no. E la proposta,
nonostante fosse ampiamente ammantata di piaggeria nei confronti del
fascismo, cadde nel vuoto.
Neanche il durissimo intervento di Piacentini su “Architettura”
a proposito del concorso di Aprilia indicava una reale volontà di
revisione del problema o l’espressione di una linea alternativa.
Può sembrare certo contraddittorio che da una rivista così influente
si desse ufficialmente voce a quel coro di proteste e malcontenti
suscitato dal discutibile verdetto della commissione. Piacentini
criticava senza mezzi termini i criteri di pianificazione adottati
nell’Agro dall’Opera nazionale combattenti (Onc) e soprattutto il
progetto prescelto sottolineandone i numerosi difetti. Contrapponeva
allo schema monocentrico, come generatore del nucleo urbano, lo schema
autoctono delle borgate laziali, costruite attorno a una corte con
elementi edilizi aperti e lineari; di esse il progetto Calza
Bini-Nicolini produceva un’originale interpretazione. Ma era questa
l’alternativa?
In realtà Piacentini, aiutato dall’effettiva mediocrità del progetto
vincente, che prestava benissimo il fianco alle critiche, intendeva
soltanto contrapporre clientela a clientela, mirando soprattutto a
colpire l’operato di Giovannoni, esperto influente nella commissione
giudicatrice. E l’azione era pericolosa perché l’accusa era
lanciata proprio dalla tribuna di “Architettura”, organo
ufficiale del Sindacato nazionale architetti, e scatenò come era
presumibile un piccolo terremoto; ma colpì esattamente nel segno che
aveva mirato. Non provocò infatti nessuna reale revisione dei sistemi
dell’Onc, né tantomeno aprì un dibattito sulla città nuova; ma solo
doveva ottenere, attraverso un compromesso, un assestamento interno che
non mettesse in discussione la gerarchia. Giovannoni assieme ai
progettisti rielaborò totalmente il progetto che conservava col primo
una certa affinità formale; un articolo successivo della redazione di “Architettura”
commentava con un tono neutro il progetto attuato; Piacentini stesso
infine sostituì Giovannoni nel concorso relativo a Pomezia,
all’interno del quale combatté ancora una volta la battaglia per la
propria clientela. Di fronte alla seconda sconfitta l’accomodamento fu
molto più rapido ed indolore.
Se un vero dibattito sulla città nuova non si accese nonostante il
moltiplicarsi delle occasioni, quand’anche un solo arco o una sola
colonna comparsa nei nuovi edifici faceva scorrere parole su parole, fu
perché la realizzazione era venuta prima che fosse maturata una
coscienza critica del problema e trovava impreparato il fronte
culturale. Il nuovo architetto, uscito fresco fresco dalle scuole di
architettura appena costituite, fu subito trascinato in vaste operazioni
urbane e territoriali in cui dar prova della capacità operativa
acquisita. L’adesione entusiastica ai grandi programmi in cui veniva
coinvolto e le stesse lotte per non esserne escluso ritardarono di fatto
la valutazione critica delle scelte di fondo e della dimensione in cui
come tecnico stava operando. La presa di coscienza doveva venire
soltanto molto più tardi, quando le operazioni erano ormai compiute.
La costruzione delle città nuove fu così condotta senza alcun
confronto con indicazioni o proposte che sarebbero potute derivare da un
parallelo dibattito culturale, e per tutta la fase di pianificazione il
tecnico non può neppure rivendicare il ruolo, di cui spesso si
compiace, di suggeritore inascoltato.
Di pianificazione vera e propria non sarebbe neppure il caso di parlare
al di fuori dell’unica, debole eccezione della bonifica pontina. La
fondazione della città, decisa in tempi molto brevi, era infatti
preceduta soltanto da poche e rapide operazioni preliminari, totalmente
gestite dagli uffici tecnici dei singoli Enti: delimitazione del
territorio comunale, scelta del luogo e compilazione di quei dati di
massima indispensabili alla stesura del progetto (numero degli abitanti,
estensione dell’abitato, costo massimo, ecc.). La scala regionale
dell’intervento pontino sembra suggerire invece l’esistenza di un
piano o almeno di un programma organico su cui condurre le operazioni.
Ma la grande bonifica è da ricondursi innanzitutto a due momenti
diversi e a due diversi comprensori, di cui il secondo non fu che
l’appendice, condotta quasi per inerzia, di un’operazione che non
era opportuno lasciar cadere.
Quando, al termine della bonifica idraulica del primo comprensorio, i
funzionari dell’Onc si trovarono ad affrontare il problema della
bonifica agraria e della forma da dare all’insediamento, la
pianificazione si risolse in una scelta fondata più sull’elementarità
che sulla razionalità della figura geometrica: il territorio scandito
dalle linee delle migliare e dei canali veniva suddiviso in maglie
ortogonali all’interno delle quali trovava posto l’unità
insediativa e produttiva, cioè la casa colonica ed il podere.
L’insediamento sparso, funzionale alla scelta di un contratto di
produzione – la mezzadria – come cardine dell’intero sistema, era
di nuovo ricomposto nell’unità dei centri di coordinamento, i borghi
prima, le città di bonifica poi. Ad un numero di poderi corrispondeva
un borgo, ad un numero di borghi una città. Il territorio era così
strutturato gerarchicamente attraverso un sistema piramidale di
controlli burocratico-amministrativi, fissati sulla base di una
corrispondenza numerica astratta. A conclusione della prima fase, mentre
già era bandito con grande clamore pubblicitario il concorso per
Aprilia, la prima città del nuovo comprensorio, erano ampiamente
valutabili le inadeguatezze e i limiti del sistema sperimentato con
improvvisazione e pressappochismo. Littoria, creata per una piccola
dimensione e divenuta poi capoluogo di provincia, si stava sviluppando
caoticamente con un ritmo non previsto e necessitava di un nuovo piano;
Sabaudia, razionalmente progettata, rimaneva una bella scenografia che
si faticava a riempire; Pontinia, destinata a centro industriale
dell’Agro, non era andata al di là di pochi edifici pubblici e
pochissime case. Ci si accorgeva chiaramente insomma che i centri urbani
erano ormai più che sufficienti e che sarebbero state utili più
numerose borgate rurali. S’imponeva a questo punto una valutazione dei
risultati per procedere ad una pianificazione più attenta. «Ma –
rispondeva di Crollalanza a due commissari che gli parlavano appunto di
piano regionale – un piano regionale anche sommario richiederebbe un
periodo di tempo che di fatto non si ha, essendo assai prossima la data
della fondazione di Aprilia».
In base a questi principî dunque, veniva completato il programma e
costruite le due ultime città previste, del tutto inutili dal punto di
vista di un loro reale collegamento con l’attività produttiva, ma
funzionali al prolungamento del miracolo della provincia redenta fino
alle soglie della capitale. Pomezia in particolare nasceva già come
borgata di transito, porta d’ingresso per i visitatori di ogni tipo
nella regione bonificata. E quindi l’accento della committenza si
spostò, come mai era avvenuto prima, sulla ricerca di un’immagine
urbana che qualificasse l’intera operazione condotta e ne
rappresentasse un chiaro, leggibile simbolo. Dopo la tendenza alla
privatizzazione ed alla semiclandestinità con cui fu gestita la prima
fase, furono banditi e pubblicizzati al massimo due concorsi nazionali.
Ed è appunto tra le righe dei bandi, in una terminologia ambigua
continuamente oscillante tra modernità e tradizione, tra centro
cittadino, comune rurale e borgo fascista, che s’intravede
l’immagine della città nuova così come, dopo la prima fase di
rodaggio, si era composta agli occhi dei responsabili della bonifica;
un’immagine che esprime tanto bene l’ideologia della politica di
fondazione da essere accettata negli anni seguenti con poche variazioni,
anche per centri sorti in circostanze molte diverse e che rurali non
erano. La modestia era il primo ingrediente di quell’immagine; e non
si trattava tanto di modestia come limitata estensione spaziale, quanto
di una vera e propria categoria estetica non disgiunta da considerazioni
di carattere economico. La necessità di costruire in economia portava
all’immediata esclusione del ferro e del cemento armato ed alla
riduzione degli elementi metallici; si recuperavano dunque i materiali
poveri ed i sistemi costruttivi tradizionali pienamente rispondenti alla
modesta entità degli edifìci pubblici. I privati sarebbero stati
ancora più modesti, per dare a quelli il dovuto risalto, e la piazza
principale di dimensioni contenute per non far apparire meschini i
fabbricati circostanti. Altro requisito della città era quello di
offrire un ambiente armonico e gradevole al suo interno, potenziato da
un abile sfruttamento degli effetti panoramici sul paesaggio
circostante.
Gli edifici pubblici da soli dovevano già fornire una scenografìa
accettabile.
E qui l’«armonico» e il «gradevole» rimandavano a problemi di
gusto: e la carta vincente era anche questa volta l’italianità nella
sua filiazione più modesta, il «localismo», inteso come rivisitazione
di materiali, moduli costruttivi e decorativi dell’architettura
locale.
Confluivano in quest’orientamento le suggestioni della rivalutazione,
compiuta da Pagano, dell’architettura rurale in Italia, vissute in un
clima di autarchica ribellione alle servitù straniere;
ma ancor più gli echi che questa riscoperta aveva suscitato nelle
teorie di Giovannoni. Anzi, non è affatto da escludere quest’ultimo
tra i possibili estensori del bando per Aprilia, al cui concorso
partecipò in veste di commissario. Nel testo di una sua contemporanea
conferenza sul tema della deurbanizzazione si leggono enunciati in modo
più completo ed esplicito quegli stessi principî che qua e là
traspaiono, nel bando, tra le istruzioni per i concorrenti.
Dopo aver studiato bene quello che si è fatto
altrove, dobbiamo tornare a casa nostra ed operare col nostro bravo
sentimento italiano.
E le nuove borgate dovranno essere tali da non alterare il carattere
dell’ambiente, pur rispondendo a modernità ed a utilità pratica.
Abbiano un nucleo di case compatte, pur non troppo alte, che
contengano la piazza principale, raccolta e tranquilla come le piazze
antiche, al di fuori del movimento di passaggio; poi la fabbricazione
venga degradando in intensità verso l’esterno, adattandosi al
terreno, creando armoniche associazioni di masse, ma non seguendo
troppo rigidi sistemi; e se mai, le ispirazioni ne siano tipicamente
locali, [...] ed in ogni modo la formula del buon senso e del buon
gusto dovrebbe essere semplice semplice ma italiano italiano.
Ed era infatti questa l’immagine più aderente al
ruolo che la città nuova doveva svolgere nell’intera bonifica negli
intenti degli organizzatori. Essi erano profondamente convinti infatti
che la colonizzazione stabile sarebbe probabilmente fallita se fosse
mancato quel punto di riferimento urbano. Ai coloni dispersi e confinati
nella campagna, costretti alle durissime fatiche per la sopravvivenza,
la città nuova doveva servire proprio a ricordare che la civiltà nelle
forme in cui l’avevano lasciata nelle vecchie terre era presente anche
lì vicino a loro, e la civiltà cui facevano riferimento era
inequivocabilmente di matrice urbana. Città era dunque un insieme di
istituzioni entro cui s’inquadrava il rurale, ma era, anche,
un’immagine. Per ricostruirla se ne ricercavano i simboli più
efficaci estraendoli dalla più fiorente e significativa stagione
urbana, quella della città-Stato comunale: i suoi indicatori verticali,
torri e campanili, emergevano ancora meglio sulla piatta pianura e sulle
basse case. Ricomposti e raggruppati attorno ad uno spazio centrale,
delimitavano un vano raccolto come quello delle piazze antiche, la cui
riscoperta, compiuta dal Sitte alla fine del secolo precedente, era
destinata ad avere larga eco entro un clima di recupero della tradizione
italiana.
Il tecnico, assente dalla fase di formulazione teorica e di
programmazione, era chiamato a questo punto a plasmare queste forme, e
la competenza che gli si chiedeva nell’operazione non andava al di là
di quella di un architetto calligrafo. Questo spiega perché, secondo
l’indice di gradimento dell’Ente costruttore, l’incarico per un
piano di città nuova aveva potuto essere affidato anche a Oriolo
Frezzotti, architetto diplomato all’Accademia di belle arti, o a
Gustavo Pulitzer, raffinato architetto specializzato in arredamento
d’interni.
Quando però i concorsi nazionali chiamavano a confrontarsi su uno
stesso progetto un discreto numero di concorrenti, si poteva allora
verificare quanto fossero incerte e contraddittorie nella cultura
contemporanea le tendenze sul modo d’intendere e di fare urbanistica.
Per quanto il tema fosse molto modesto e già rigidamente delimitato, è
naturale che nell’impostarlo i tecnici vi riversassero la loro cultura
sul problema città e sul come operare in essa.
Muzio, commentando l’esito del concorso per Aprilia,
lamentava che di fronte a tale disparità di soluzioni i problemi
sembravano ancor più in alto mare e per compiere un esame critico delle
diverse proposte finiva per suddividerle in gruppi, adottando ancora una
volta una chiave di lettura grafica: piani a schema semplice geometrico,
a schema complesso lineare o radiale, mistilinei.
La distinzione tra forme aperte e chiuse d’altra parte era qualcosa
che andava al di là di un puro gusto grafico: nel primo caso vi era
riflessa la concezione di città come corpo accentrato, privilegiato nei
confronti del territorio da cui lo separavano non cinte di mura, ma
molto più artificiosamente viali di circonvallazione o anelli di verde
alberato; nel secondo caso la città era concepita come un organismo
dinamico, aperto verso i futuri ampliamenti e quasi proiettato nel
territorio circostante con un rapporto paritetico. Dalle relazioni
allegate ai progetti dei concorsi – progetti che sono peraltro quelli
ritenuti degni di qualche premio e quindi conservati negli archivi
dell’Onc –, si apprende meglio quali fossero i meccanismi attorno a
cui veniva incardinato il funzionamento della città. Pochi ed
elementari erano i problemi, gli stessi che avevano impegnato gli
amministratori delle città nei secoli precedenti: viabilità ed igiene.
Risolti questi, non restava che l’approccio puramente
estetico-architettonico e 1’urbanista poteva finalmente ritornare
architetto e cimentarsi, pur nella più stretta economia, nella
composizione armonica di spazi e volumi, ben sapendo che in fondo
sarebbero stati proprio i requisiti estetici a determinare il giudizio
della commissione.
Valutandoli così, disegnati sulla carta nella loro piccola dimensione,
i progetti per le città nuove sembrano quasi il frutto di
un’esercitazione condotta sulla base di nozioni appena apprese alle
lezioni della scuola d’architettura o tolte di peso dai pochi manuali
in circolazione. La letteratura manualistica si stava diffondendo m
Italia appena allora, e della più matura produzione tedesca ricalcava
l’impostazione di fondo essenziamente tecnico-pratica.
Gli interrogativi sugli obiettivi della disciplina o sulle motivazioni
di certe scelte rimanevano inevasi, soffocati dalla amplissima casistica
di esempi contemporanei ed antichi, destinati a fornire risposte
immediate ad ogni problema operativo.
I punti di contatto tra i progetti e la cultura urbanistica dispensata
dai manuali sono evidenziati dalle sottolineature stesse apposte dai
tecnici alle relazioni e alle tavole grafiche. Consideriamo ad esempio
il libro di Gustavo Giovannoni Vecchie città edilizia nuova
apparso nel 1931 con stralci di scritti precedenti dell’autore.
Strutturato secondo lo schema dei manuali d’oltralpe, esso è però
inequivocabilmente destinato ad urbanisti italiani e la materia, anche
nelle sue parti più strettamente tecniche, è svolta con un filo
conduttore, che ne costituisce anche il limite: lo spirito di recupero
ed esaltazione di tutta la tradizione nazionale, delle sue espressioni
storico-artistiche e la volontà di polemica contro due culture
massificanti per ragioni opposte, l’americana e la bolscevica.
Tra i molti suoi suggerimenti pratici Giovannoni raccomandava di cercare
per l’abitato una posizione che fosse elevata altimetricamente, in
modo da sfruttare al massimo i possibili effetti di movimento;
ed i progettisti, trovandosi di fronte una pianura, rispondevano di
avere utilizzato anche i minimi movimenti del terreno o di aver
collocato il centro nel punto più alto in modo che la nuova città si
profilasse dominante nel paesaggio.
Un corretto orientamento era ritenuto preliminare indispensabile al
tracciato delle strade e dei blocchi edilizi.
Era questo un tipo di problematica da tempo sollevata dagli igienisti
nordici per assicurare la massima insolazione alle case e alle zone più
interne dell’abitato stesso. Le soluzioni ottimali, già codificate
dai manuali, venivano però ridiscusse dal momento che la regione
mediterranea era assai più soleggiata; l’attenzione si spostava
soprattutto sui venti dominanti, a cui doveva essere impedito di
penetrare senza alcun ostacolo, d’infilata, attraverso le strade, fin
nelle zone centrali.
Ed ecco che sulle tavole dei piani regolatori campeggiavano bussole a
volte esageratamente grandi e dettagliate con le direzioni dei venti, e
nelle relazioni si parlava diffusamente di quinte edilizie e di
sbarramenti opposti alle principali correnti. Petrucci nel confutare le
accuse mosse da Piacentini al suo progetto per Aprilia gli scriveva:
V.E. ha dimenticato istantaneamente che fino a ieri
ha predicato nelle sue lezioni alla scuola di Architettura di evitare
le strade Nord-Sud e Est-Ovest.
Oggi la moda d’oltralpe ritorna sugli schemi a scacchiera con quegli
orientamenti. Ciò andrà bene per le regioni settentrionali dove
cercano affannosamente il sole, nelle case, con le ampie finestre,
nelle strade con la orientazione N.S. o quasi. Ma in Italia,
Eccellenza, non si cammina per quelle strade senza correre il rischio
di un’insolazione ed infatti V.E. raccomandava qualche anno fa di
evitare quell’orientamento. Non se ne ricorda più? Ora sono
cambiate le condizioni del clima o sono cambiate le sue opinioni?
Ed è sempre a difesa del vento che Libera, incurante
del ridicolo, giustificava la rettangolare cortina di cipressi che
chiudeva tutto intorno l’elegantissimo geroglifico che costituiva il
suo progetto per Aprilia.
Dopo l’orientazione la viabilità. Il principio ormai concordemente
accettato era quello di una opportuna distinzione gerarchica tra diversi
tipi di traffico esterni o interni all’abitato e tra diversi assi
viari in cui essi venivano incanalati. Dall’esterno la città
risultava imbrigliata in larghe maglie triangolari con gli opportuni
svincoli; ed all’interno, secondo l’ormai classica soluzione di
Sabaudia, la piazza centrale era leggermente defilata rispetto alle vie
di penetrazione in modo da rimanere appartata e tranquilla. Ma il
principio era stato frainteso; piuttosto che creare valide premesse per
un allontanamento del traffico dal centro, se ne ostacolava la
penetrazione torturando il tracciato stradale con incroci a baionetta ed
artificiosi percorsi.
Risolti in fretta i problemi più strettamente tecnici, quali
l’approvvigionamento idrico e la fognatura, la più grossa fetta della
relazione era destinata a preoccupazioni estetiche. Nessuno dei dettagli
da manuale veniva trascurato. Giovannoni sosteneva che la via rettilinea
doveva essere ravvivata con la visuale monumentale o naturale del fondo,
un grande edificio, un obelisco ovvero un monte o un bosco.
E l’effetto panoramico era puntualmente ricercato nei pochi punti
emergenti in quella piatta pianura. I monti sullo sfondo erano
inquadrati da terrazze o slarghi panoramici, su cui era disegnato il
cono di prospettiva; e la ricerca dei fondali di visuale al termine
delle rettilinee vie di penetrazione era puntualmente segnalata: ora gli
alti edifici delle chiese con i loro campanili svettanti come obelischi,
ora le moli delle torri comunali e littorie ben riconoscibili fin da
lontano come indicatori dell’abitato.
Naturalmente, in risposta alle richieste dei bandi, l’impegno per
creare un ambiente piacevole da viversi era concentrato nella piazza, la
cui soluzione sembrava monopolizzare in ogni modo la fantasia dei
progettisti. La maggior varietà di disegni dei fabbricati che vi si
affacciavano e le relativamente meno forti restrizioni in fatto di
materiali invitavano a tentare un gioco di composizione, anche se il
ventaglio di elementi utilizzabili rimaneva sempre molto limitato: così
in quell’unico spazio quasi sempre articolato si contrapponevano masse
e volumi, si accostavano materiali di colori diversi, si sottolineava la
plastica dell’arredo architettonico; ed il passaggio porticato
diveniva spesso l’elemento chiave per la sua doppia valenza di
elemento di chiusura architettonica, ma di apertura spaziale verso
quadri più ampi.
Quanto alle residenze, questo non appare nelle relazioni come un
problema fondamentale o qualificante ai fini del concorso. Ne vengono
genericamente indicati i tipi edilizi (generalmente tre: edifici a filo
stradale, case a schiera, case isolate o binate disposte in gerarchia
secondo la loro destinazione sociale) e si rimanda tutto direttamente
alla fase esecutiva.
Questo tipo di zonizzazione, intesa come selezione degli spazi urbani e
dei tipi edilizi, fu invece attuato in forma molto rigida nella città
operaia di Carbonia, città dove l’estensione della residenza superava
di molto la parte pubblica della città. Così la coesistenza pacifica
delle diverse categorie sociali era assicurata dalla rigida separazione
di zone abitate; ma, in compenso, proprio perché si trattava di una
città dormitorio per gli addetti al primario, il problema della
residenza era stato accuratamente studiato nelle due soluzioni che
successivamente furono adottate; estensiva prima, intensiva poi, quando
l’immigrazione massiccia minacciava di far dilatare troppo
l’abitato.
Vale la pena di segnalare infine come la zonizzazione, intesa come
suddivisione dello spazio urbano in aree destinate a funzioni diverse,
compaia quasi in caricatura in uno schema riguardante Pontinia: nel
quadrato della maglia di bonifica attorno ai piatti segni degli edifici
centrali vennero segnate in punti opposti le indicazioni di «zona dei
villini» e «zona industriale».
Mentre la maggior parte dei progetti erano stati stesi in adesione
totale alle richieste della committenza, da parte di alcuni, fosse
disattenzione o polemica, o disprezzo per gli orientamenti espressi nei
bandi, erano state formulate proposte ispirate a modelli di ben diversa
estrazione. I loro limiti e l’inadeguatezza delle soluzioni
prospettate di fronte al problema reale erano forse anche più forti:
ora la funzionalità era sacrificata ad un calligrafismo esasperato, ad
un rigorismo geometrico che rivelava come il piano prima di tutto
rimanesse un oggetto destinato alla pura contemplazione formale; ora si
trasferivano alle borgate rurali schemi adatti piuttosto
all’ampliamento di un quartiere urbano.
Ma oltre il sospetto, molto incriminante in quegli anni, di essere
tributari a culture straniere, era proprio l’aver eluso le regole del
gioco che escludeva immediatamente quei progetti dalla valutazione delle
commissioni.
Questa mancanza di contatto con la committenza si verificò in modo
ancora più netto nell’episodio del progetto per Pontinia firmato da
Le Corbusier.
La vicenda si inserisce da un lato nella storia dei rapporti spesso a
senso unico, tra Le Corbusier e committenza, dall’altro in quella dei
rapporti tra Le Corbusier e la progettazione.
Pontinia e l’Agro come luogo di attuazione sono due variabili del
tutto marginali rispetto al progetto stesso. L’abbozzo relativo a
Pontinia non era infatti assolutamente originale, ma derivava da un
altro precedentemente studiato per la regione agricola della Sarthe.
Durante il suo soggiorno romano, l’architetto aveva visitato la zona
bonificata dove le prime due città erano ormai compiute. L’operazione
gli era parsa di così vasta scala da ritenerla adeguata ad un proprio
intervento.
Era questo il terzo spazio che individuava in Italia: dopo Marghera,
città industriale, e Roma, la capitale, Pontinia rappresentava il
modello di ricostruzione della campagna.
Da quel momento iniziava la ricerca di contatti con l’autorità,
gestita dall’amico italiano Fiorini; e l’autorità non si
identificava solamente in Mussolini, ma m qualche influente tramite
nelle alte gerarchie individuato dapprima nella persona di Bottai, poi
con molto maggiore scetticismo in quella di Ciano. Il colpo d’occhio
aveva suggerito le prime impressioni negative sulla bonifica annotate
sul taccuino e ripetute in forma più organica in “Prélude”.
Di Littoria pensava tutto il male possibile: «confusion», «laideur»,
«échec urbanistique» erano le prime parole che appuntava a proposito;
quanto alla «razionale» Sabaudia, le sue riserve sotto un certo
profilo erano ancora più forti: villaggio gradevole e in parte
riuscito, ma sogno romantico, rivisitazione di una poeticità agreste
ormai fuori tempo. Ma soprattutto riteneva dannoso lo sviluppo previsto
dal piano, con l’invasione di basse casette che avrebbero finito per
saccheggiare irrimediabilmente il paesaggio. Quello che l’occhio
vedeva e quello che avrebbe voluto vedere erano due realtà urbanistiche
contrapposte quasi specularmente. Fondazioni, tetti, strade, ingressi,
abitazioni, tutto ridotto dalla moltitudine all’unità.
Al di fuori del volume occupato dall’unità di abitazione, il
paesaggio sarebbe rimasto intatto; e quella libertà che l’occhio
aveva nello spaziare sull’orizzonte tra montagna, pianura e mare si
sarebbe tradotta all’interno con la centralizzazione degli impianti in
libertà dai servizi più pesanti, dal caldo e dal freddo, dalle mosche
e zanzare delle paludi.
Punto immediatamente qualificante dell’intero progetto era proprio la
soluzione del problema residenza; e già in questo la distanza dalle
richieste della committenza era incolmabile.
Gli edifici pubblici, precisi come funzioni, avrebbero forse potuto
essere pensati per le esigenze della burocrazia e del partito fascista e
perfino utilizzati per effetti scenografici.
Di due punti centrali all’operazione fascista delle città di bonifica
Le Corbusier dimostrava di aver recepito pienamente l’importanza: la
rapidità e il costo.
Su questi, poteva dichiarare la sua proposta nettamente vincente,
valutando un risparmio da tre a quattro volte, un tempo di costruzione
di 50 giorni contro i 265 di Sabaudia.
Ma la condizione indispensabile era che i nuovi centri rurali venissero
inseriti nell’ingranaggio della grande industria del Nord: la città
razionalmente smontata dal progettista in blocchi di serie da affidare
alla produzione industriale sarebbe poi stata montata direttamente sul
luogo. Come al solito, nel subordinare l’autorità al progetto, Le
Corbusier aveva imboccato un vicolo cieco.
La bonifica dell’Agro ed il recupero di terreni non erano parte di un
puro e semplice programma di rinnovamento agricolo. La politica della
deurbanizzazione cui erano collegati e la scelta della mezzadria come
patto agrario bastano già a rivelare l’ideologia che vi era
sottintesa e che stava elaborando in quegli anni la propria immagine
architettonica e urbanistica.
L’avrebbe trovata, come si è visto, nella dimensione individuata da
«Strapaese», facendo «rivivere la grande tradizione italiana
attraverso il filtro quotidiano, ma non meschino della propria terra».
Ogni singolo capitolo all’intemo di questa vicenda di fondazione è
creato in questa scala ridotta, in questa misura modesta.
Ai contemporanei mancò la necessaria maturazione culturale per aprire
un vero dibattito sul tema; ma lo stesso dibattito nel dopoguerra fu di
fatto molto ritardato dalla mancanza d’interesse per quella modestia,
apparentemente così poco qualificante, e dal fatto che non vi si poteva
riconoscere né razionalismo né monumentalismo; poli antitetici in cui
era d’obbligo inquadrare l’espressione urbanistico-architettonica
del regime.
La ricerca di radici all’interno del regime da parte di una cultura
che ostentava un retorico antifascismo portava ad un’operazione molto
miope, al recupero delle minoranze emarginate e sconfitte e ad una loro
rilettura in chiave antifascista.
Questo contribuì a prolungare per molto l’equivoco in cui quelle si
erano mosse. Razionalismo e monumentalismo diventarono due ideologie di
opposto segno politico; del primo si accettavano le opere, la
letteratura, l’informazione.
Secondo i razionalisti la vicenda delle città nuove si ferma con
Sabaudia, al momento della loro maggior fortuna che proprio allora, dopo
aver toccato l’apice, inizierà la sua parabola discendente. Sabaudia
rimase un nome, un simbolo di una battaglia che poi fu persa.
Eppure, a ben vedere, a parte l’organicità con cui il piano era stato
steso, il progetto stesso non era esente da quei vizi di retorica ed in
parte di monumentalismo che sulla piatta bidimensionalità della carta
quasi scompaiono.
L’enfasi del complesso religioso, la dilatazione della piazza delle
adunate, l’elevazione della torre: sono tutti elementi che denotano,
in piena adesione alle richieste della committenza, un gigantismo della
parte pubblica della città rispetto a quella privata.
Ma, filtrata dalla valutazione dei razionalisti, la vicenda rimase
ancorata entro quei confini; e questo spiega come sia possibile che
ancora nel 1964 il manuale del Benevolo fornisse sull’argomento questo
giudizio critico: «I razionalisti tracciarono il piano di Sabaudia
interrompendo la serie delle monumentali città di bonifica».
Non poteva trattarsi di serie perché Sabaudia era la seconda città, se
si esclude il piccolo nucleo, ancora in gestazione, di Mussolinia.
Littoria era dunque l’unico precedente ed il suo monumentalismo poteva
essere giudicato tale soltanto quando la piatta frontalità degli
edifici pubblici venne a delimitare la piazza disegnata nel deserto
senza alcun coordinamento di piano. Dato lo sviluppo della città, essi
risultarono poi pienamente dimensionati alle funzioni che dovevano
svolgere.
Tra quei due poli opposti, razionalismo e monumentalismo, esiste anche
questa componente strapaesana che non può essere ignorata né
sottovalutata. E se le città nuove ne rappresentarono il campo di piena
e completa affermazione, la sua presenza è evidentissima in tutti i
centri urbani, nei medio-piccoli più che nei grandi, in quella serie di
interventi condotti in sordina, m tono minore, che con la costanza e la
facilità di diffusione dei loro moduli espressivi formano, prima di
ogni grande opera monumentale o d’avanguardia, i caratteri distintivi
dell’immagine urbana del fascismo.
Da: “Bollettino del Dipartimento di
urbanistica”, Iuav, 1986, n. 4, pp.147-165.
(le foto
sono dell’Autrice, Dipartimento di Storia delle Arti-Università degli
Studi di Pisa).
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1.
Edifici pubblici. Costruzioni in massima a
filo stradale con esclusione di spazi liberi chiusi. Ammessi negozi e
portici. (Per edifici di particolare importanza architettonica saranno
emanate norme caso per caso)
2.
Zona intensiva. Come edifici pubblici
3.
Zona semintensiva. Costruzioni isolate, anche a filo stradale (se in
ritiro, allineate). Distacchi minimi dai confini: m. 8,00.
4.
Zona estensiva. Costruzioni allineate in ritiro dal filo stradale
del minimo di m. 3,00. Distacchi minimi dai confini di m. 8,00
5.
Zona case a schiera. Costruzioni in ritiro dal filo stradale del
minimo di m. 3,00. Raggruppamento minimo di n. 8 unità; massimo di n.
12 unità. (Ogni alloggio avrà un orto non inferiore a mq. 300)
6.
Zona case minatori. Costruzioni allineate, in ritiro dal filo
stradale del minimo di mq. 300. (Ogni alloggio avrà un orto non
inferiore a mq. 300)
7.
Zona verde. (Divieto assoluto di costruzione)
8.
Zona ortofrutticola. Costruzioni di carattere accessorio, inerenti
all'uso
9.
Zona mineraria. Costruzioni inerenti all’uso. (Per questi edifici
saranno emanate norme caso per caso)
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La
Nuova Sardegna - 10.04.2002
Quando
il fascismo disseminava l'Italia di città metafisiche
Si
apre a Roma una mostra dedicata ai nuovi centri urbani che vennero
costruiti in quegli anni.
Prima
c'erano paludi e deserto. Poi sorsero le "città di
fondazione", patrimonio dell'Italia fascista e per questo rimosse e
dimenticate nonostante il loro valore urbanistico e architettonico. A
questi centri (ne sono stati contati 74) è dedicata la mostra
"Metafisica costruita", fino al 30 Maggio all'ex carcere
minorile di Roma.
Realizzata
dall'assessorato alla Cultura della Regione Lazio in collaborazione con
il Touring Club e presentata ieri in una conferenza stampa, la rassegna
ha lo scopo di riportare in luce la straordinaria valenza culturale di
città che ancora costituiscono un modello sia per le loro modalità di
costruzione, sia per le soluzioni architettoniche tra le più suggestive
del secolo scorso, evocative di atmosfere stranianti e irreali, che
sembrano la materializzazione delle metafisiche piazze d'Italia di De
Chirico (da qui il titolo della mostra).
Nel
Lazio, ha ricordato l'assessore Luigi Ciaramelletti, c'è forse la
concentrazione più significativa delle città di fondazione. Sabaudia,
Aprilia, Pontinia e Littoria (ora Latina), costruite nel giro di dieci
anni nell'Agro Pontino appena bonificato. Mentre più vicino a Roma
sorsero Pomezia e Guidonia. Per la valorizzazione di questo importante
patrimonio culturale, ha detto Ciaramelletti, nel 2001 è stata varata
una legge che permetterà di realizzare un Centro di documentazione
modulare e un Museo, che saranno avviati questa estate.
Le
città di fondazione non furono costruite solo nel Lazio. In Sardegna
sorse Arborea (già Mussolinia), Carbonia, Fertilia. Segezia nel
Foggiano, Torviscosa in Friuli, Arsia e Pozzo Littorio nell'Istria, al
tempo territorio italiano. Le tipologie edilizie e le rigorose
architetture novecentiste-razionaliste furono esportate, sempre negli
anni Trenta, nei territori dell'Africa italiana (Libia, Eritrea,
Somalia, Etiopia) e in quelli dell'Egeo.
La
mostra documenta questo fermento costruttivo (Sabaudia fu edificata in
253 giorni) che interessò per intero il territorio nazionale (coinvolse
ben 27 province), grazie al vastissimo archivio storico-fotografico del
Touring Club e ai curatori Renato Besana, Carlo Fabrizio Carli, Leonardo
Devot, Luigi Prisco, che hanno messo a punto una prima schedatura dei
centri.
Nell'allestimento,
realizzato negli ambienti dell'ex carcere minorile (ubicato nel
complesso di San Michele, che per la prima volta, dopo il lungo ed
efficace restauro ospita una mostra) sono ricostruite non solo le città
più significative, ma anche le espressioni di quella cultura italiana
dei primi decenni del '900, spesso accusata di provincialismo e invece
aperta alle molteplici influenze europee. Città metafisiche perchè
sorgono all'improvviso in mezzo alla natura (campagna o deserto), ha
detto Renato Besana (autore dell'allestimento e del video che conclude
il percorso espositivo), integrandosi perfettamente con essa, ma
permeate dall'energia, dal movimento, del Futurismo in quegli anni
provvidenzialmente dilagante. Molti architetti futuristi parteciparono
alla realizzazione delle città di fondazione e la mostra espone
bozzetti, disegni, nonché dipinti e sculture che testimoniano il
peso culturale di un'epoca.
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L'Unione Sarda
10-11-12 aprile 2002
Le
tappe urbanistiche nell’Isola
Quali sono
state le grandi tappe della ricostruzione urbanistica in Sardegna dal
dopoguerra ad oggi? L’argomento si va riscoprendo non foss’altro
perché in molti casi l’isola appare popolata da paesi e città senza
qualità. Alcuni progetti interessanti ma per il resto blocchi di
cemento quasi grezzo, case fatte e sfatte senza che le amministrazioni
comunali e la Regione, che pur diedero fondamentale impulso alla
ricostruzione edilizia anche sulla base delle leggi Fanfani,
esercitassero (ed esercitino) un controllo sulla qualità delle opere
che venivano realizzate.
La Sardegna è
un puzzle che va indagato, spiegato, capito. Lo ha fatto recentemente
Franco Masala in un volume per la Ilisso sull’architettura del
Novecento in Sardegna. Lo fanno ora Aldo Lino, Alessandra Casu e
Antonello Sanna in La città ricostruita.
Un volume edito dalla Cuec di cui l’architetto Aldo Lino propone una
sintesi per l’Unione Sarda in tre tappe (oggi, domani e venerdì).
Tre articoli in cui cerca di spiegare perché il lavoro di pur rinomati
progettisti (da Muratori a Libera, a Badas) restò un fatto isolato e
non costituì il canovaccio principale per la ricostruzione e lo
sviluppo dell’urbanistica in Sardegna. Mc.M.
L’utopia delle città
giardino
"Dopo
l’ultima guerra pochissime opere realmente moderne hanno
caratterizzato la produzione architettonica. Come quasi dovunque sul
continente non si è più avuta una architettura ma una edilizia a
carattere speculativo e una marea di cemento ha incominciato a invadere
il verde agricolo rimasto libero alla periferia delle principali città".
Così Corrado
Maltese e Renata Serra in un saggio del 1969, fondamentale per
l’introduzione allo studio della storia dell’arte in Sardegna (Episodi
di una civiltà anticlassica, in AA. VV. Sardegna, Milano 1969, p.
403).
Il giudizio
riportato sembra avere il sapore di un commento su un passato ancora
troppo recente per muovere migliori sentimenti. A maggiore distanza di
tempo quel giudizio ci pare troppo severo per i singoli manufatti, ma
certamente molto lucido nella descrizione dei fenomeni urbani di quegli
anni.
Abbandonate le velleità di costruire la nuova città in forma compiuta,
come ideale concretizzazione di un’organizzazione sociale progettata
nel sogno della qualità e della perfezione formale, quasi senza
soluzione di continuità rispetto alla città dell’Ottocento, ci si
lascia trasportare dalle mutevoli condizioni della natura e della
socialità umana.
Liberando le
spinte insediative dai vincoli del progetto. La città smette di avere
come obiettivo la qualità. Vi rinuncia di proposito, lasciando
quest’ultima ai singoli manufatti. L’organismo urbano, o comunque
qualsiasi insediamento umano, smette di essere un episodio circoscritto
e figurativamente individuabile, e diventa un’ameba che si espande e
si restringe in obbedienza a regole diverse da quelle che hanno
governato il tradizionale popolamento del territorio.
Il progetto
dell’organizzazione urbana interviene in seconda battuta rispetto al
fenomeno dell’espansione delle città: da disciplina di invenzione,
programmazione e progetto del nuovo, l’urbanistica diventa disciplina
curativa e correttiva di un fenomeno già avvenuto.
Scavando nel
mucchio, in questa invasione del verde agricolo rimasto libero alla
periferia delle grandi città, che, occorre dire, è stata anche la
risposta, forse non perfetta, al bisogno originato dalle devastazioni
della guerra, alcuni episodi cominciano oggi a muovere la nostra
sensibilità, riescono pian piano a farci capire le loro ragioni e a
farci apprezzare le loro qualità.
Sarebbe
difficile peraltro pensare che un decennio così coinvolgente su altri
fronti culturali (filosofia, cinema, letteratura; esistenzialismo,
neorealismo, ermetismo) non abbia prodotto niente sul terreno di quella
che è la più materiale di tutte le arti, la più importante perché
costruisce l’abitazione e le strutture fisiche della vita dell’uomo
stesso. Situazioni tutte che hanno determinato una condizione di
necessità, cui è stata data una risposta con la cultura e la
sensibilità dell’uomo che viveva quegli anni: gli anni della
ricostruzione.
Nei primi decenni del secolo la città fu reinventata: estese porzioni
di territorio sono state ripopolate con la fondazione di nuove città.
Dopo la guerra, (negli anni cinquanta), erano le città sopravvissute (e
il territorio con loro) a ritrovarsi a confermare la necessità della
loro esistenza come luogo di costruzione della vita futura
L’entrata in guerra dell’Italia interrompe e modifica le strategie
degli insediamenti nelle nuove città fondate durante gli anni del
regime fascista. Se si fa un’eccezione per Arborea (che a case
fatte aveva da fare la terra, e soprattutto il mercato dei suoi
prodotti), Carbonia continuava ad assorbire spinte insediative
consistenti, Fertilia vedeva completato il suo centro urbano proprio
negli anni a ridosso del 1950.
Alcune
esperienze si possono leggere in continuità con le ipotesi di piano
precedenti il conflitto mondiale, altre sono in chiara contrapposizione
(anche formale) con quelle esperienze, a testimoniare un rifiuto da
parte di tutte le forze culturali, sociali, economiche e politiche,
dell’ideologia al potere prima della guerra.
Significative
le ultime esperienze di Eugenio Montuori nella realizzazione delle case
operaie di via Manzoni a Carbonia (1950-1954). Resistono tenaci
alcune regole dell’architettura funzionale, dettate soprattutto dagli
elementari principi di igiene: orientamento degli edifici, riscontro
d’aria in tutti gli alloggi (non ostante i quattro appartamenti per
piano).
L’invenzione
della scala esterna, a rampa unica disimpegnata da una sorta di
ballatoio, è proprio lo stratagemma utilizzato per questi condomini
"intensivi" senza compromettere la loro vivibilità. Questo
artifizio funzionale è sottolineato anche formalmente: tutto il sistema
distributivo descritto viene enfatizzato con l’impiego di setti
portanti realizzati con blocchi di trachite a vista, similmente a come
fece Muratori negli attraversamenti dei corpi di fabbrica a Cortoghiana,
composti nella facciata sulla scala gigante di tutti i quattro piani,
come segni della materia nella parte vuota del volume geometrico degli
edifici, rigorosamente paralleli tra di loro e tutti affacciati nella
medesima direzione.
Negli stessi anni a Cortoghiana Francesco Saverio Muratori ha
l’occasione di completare, con il fabbricato della chiesa,
l’impianto urbano della cittadina con la definizione della grande
piazza sul lato est. Intervento realizzato nel rispetto delle ipotesi di
piano iniziali, ma con l’impiego di quel linguaggio nuovo, fatto di forme
leggiadre, tese ad alleggerire e a smaterializzare gli elementi
strutturali della fabbrica, forme e linguaggi che caratterizzarono
questo periodo della produzione architettonica.
Nel caso della
lunga e notevole attività di Muratori nella pratica professionale, la
chiesa di Cortoghiana si può considerare l’esperienza che ha
fatto da spartiacque fra il periodo razionalista e il periodo storicista,
culminato quest’ultimo con la realizzazione della sede della
Democrazia Cristiana all’Eur di Roma ("tavola sinottica di alcuni
elementi rigenerati della tradizione manualistica" come ce la
descrive Guido Canella nel numero 13/14 anno 1980 della rivista Hinterland).
Anche a
Fertilia la chiesa completa l’impianto urbano, e l’edificio viene
realizzato ricalcando abbastanza fedelmente le linee di progetto del
1933 di Petrucci, Tufaroli, Paolini e Silenzi. Solo la torre campanaria,
costruita sul fianco destro della chiesa, si pone con evidenza nella
linea delle coetanee esperienze del dopoguerra.
Tornando un attimo indietro, è interessante l’esperienza dei Sottsass
a Iglesias che con il loro Villaggio operaio del 1949, inaugurano
una felice stagione di presenza in Sardegna, che li vedrà attivi anche
a Quartu Sant’Elena, ad Arborea e nella stessa Cagliari.
L’intervento progettato e realizzato ad Iglesias è un nucleo
autosufficiente, proprio secondo la tradizione delle fondazioni,
comprendendo, oltre agli alloggi, le scuole, le strutture per lo svago e
il tempo libero, negozi, bar e ristoranti, la chiesa e tanto verde che
permette un ombreggio diffuso, visto che "le famiglie operaie non
possono evacuare nei mesi estivi ".
Si ritorna
quindi a indagare sulle possibilità che offre l’idea di "città
giardino", che sarà ripresa a Cagliari anche da Adalberto Libera,
in contrapposizione anche figurativa con le esperienze precedenti, ma
nondimeno memore della grande lezione di Eugenio Montuori e del suo
piano di ampliamento di Carbonia.
(1 - continua)
Quando Cagliari ricostruì la
via del commercio
A Cagliari il
problema primario fu quello della ricostruzione. L’esperienza di
Raffaello Fagnoni per la chiesa di San Domenico (1949-53), oltre
ad essere la più conosciuta, è senz’altro anche la più matura e la
più ricca di complessità. Il difficile tema della costruzione sulla
costruzione, della edificazione di un nuovo organismo sulle macerie
dell’antica fabbrica, sembra avere esaltato la capacità di
reinventare lo spazio sacro da parte del progettista.
Questa costruzione offre in realtà gli spunti più convincenti nelle
soluzioni adottate per lo spazio interno, segnato dal generoso intreccio
delle nervature in calcestruzzo dell’aula, dalla rarefazione del segno
nello spazio presbiterale cupolato, dal profilo articolato del piano del
pavimento: una bella virtù dettata dalla necessità di accompagnare col
nuovo gli spazi sottostanti del complesso medioevale. Meno efficace
sembra essere invece il suo inserimento urbano, dove i diversi elementi
con i loro affacci esterni (scalinata, torre campanaria, facciata,
cupola e corpo della biblioteca del convento), dialogano con difficoltà
tra di loro e con il contesto, pur essendo comunque pregevoli per il
raffinato trattamento materico delle superfici, in continuità e in
contrapposizione con le superfici delle pareti interne.
L’edilizia di culto è campo di ragionamento fuori dalla mischia dei
temi consueti, favorevole a quel "disgelo" rispetto ai rigori
disciplinari e ideologici del ventennio che gli anni Cinquanta sembrano
auspicare. La bella immagine di Pier Paolo Pasolini (L’usignolo
della Chiesa Cattolica, Milano 1958) restituisce efficacemente il
ruolo ricoperto da queste esperienze sul terreno delle forme costruite,
oltre che in campo sociale.
Particolarmente intensa l’attività edificatoria nel largo Carlo
Felice, centralissima strada di Cagliari. Questa grossa arteria continua
a costruire la sua immagine di centro amministrativo e direzionale,
sulla linea della trasformazione della città da piazzaforte a città
mercantile e di commercio, avendo all’orizzonte il mare e la libertà
di traffico.
Già all’inizio del ventesimo secolo la costruzione della Banca
Commerciale, della Camera di Commercio (su progetto di quel Luca
Beltrami che ideo tra le altre cose anche la sede del Corriere della
Sera a Milano), e l’insediamento del Banco di Napoli nel Palazzo
Devoto, di fatto esaltavano il nuovo ruolo di questo spazio urbano di
fronte al porto. La coppia di edifici della Banca d’Italia e della
Banca Nazionale del Lavoro, su progetto dei romani Foschini e Del
Debbio, edificati al posto del vecchio mercato, emulano con la loro
presenza gli altri due edifici ottocenteschi di Luca Beltrami.
Allora fu il
miglior professionismo milanese a dare la nuova cifra stilistica e di
rappresentanza alla città, adesso è il turno del professionismo
romano. Simili come ingombro, questi due edifici differiscono però
profondamente nei particolari architettonici. Tanto è monumentale e
aulica la fabbrica della Banca d’Italia, quasi a significare e
simboleggiare visivamente la necessaria gerarchia, quanto è leggera e
variamente articolata la facciata della Banca Nazionale del Lavoro.
L’edificio
della Banca d’Italia è ancora memore dell’importanza data
all’architettura, durante il ventennio, nel rappresentare
l’istituzione, per parlare con la voce del potere dello Stato.
L’ingresso centrale sottolineato da poderosi stipiti, il grande
basamento in cantoni di granito a bugnatura accentuata, la verticalità
sottolineata dal taglio delle finestrature, la fitta serie delle stesse
al piano alto come coronamento, danno la misura dell’intenzione.
Il fronte della Banca Nazionale del Lavoro, che con sottili lesene
continua a dare la trama verticale dei partiti di facciata, privilegia
la presenza dei vuoti sulla linea orizzontale, sottolineata anche dal
brise-soleil che sembra proiettare il piano di facciata in avanti sulla
terza dimensione.
Questo serrato
dialogo fra classicismo e modernismo veniva intanto risolto in modo
brillante da Ubaldo Badas che, già grande protagonista della
costruzione di Cagliari fra le due guerre, con il suo Banco di Roma
sullo stesso largo Carlo Felice (1955) dà una prova mirabile della sua
capacità progettuale.
Costruito su
un isolato bombardato, questo edificio contiene in uno la capacità di
interpretare il luogo urbano (una grande colonna in fondale alla salita
del Largo, con una certa voglia forse di esserci in quelle forme anche
sull’altro lato della piazza, a costruire così una imponente scena
urbana), la lezione del "moderno" e la sua messa in
discussione con il ritorno alla riflessione sull’eredità della
storia.
Non si può
negare che l’edificio di Badas, fatta salva la prevalenza dello
sviluppo verticale, soprattutto nell’attacco a terra e nel basamento,
sia memore della lezione data dalla Casa sulla Michaelerplatz di Adolf
Loos).
Poco distante lo stesso Badas si comporta in modo più prudente e, forse
costretto dalle particolari dimensioni del lotto a disposizione,
affaccia l’edificio del negozio Costa Marras (fine anni Cinquanta) su
una traversa del Largo, offrendo a quest’ultimo il fianco. Questa è
comunque un’occasione che Badas sfrutta magistralmente per mettere in
evidenza il suo amore per l’artigianato, non secondo certo a quello
per l’architettura. Lo stretto affaccio sul Largo ospita infatti delle
decorazioni ceramiche di Giuseppe Silecchia: l’architettura si afferma
nel dubbio e lascia il campo all’ornamento (che non è più delitto).
Non
altrettanto discreto sembra invece l’edificio di Guido Vascellari in
via G.M. Angioy (palazzo Alziator). Contemporaneamente imponente (per le
dimensioni rispetto all’intorno) e garrulo (per la prevalenza data
alle cromie dei materiali che lo caratterizzano più degli altri
elementi architettonici), quest’edificio, situato in una strada
parallela al largo, vorrebbe chiaramente trovarsi allineato a quelli già
citati, e fa capolino sulla piazza dal cannocchiale ottico della
traversa.
Vascellari
ebbe un’altra ghiotta occasione: in cima alla leggera erta della
Strada nuova, denominata via Sonnino, progetta e realizza tra il ’53 e
il ’59 un edificio per residenza e uffici (il Banco di Sassari),
proprio in quella piazza Garibaldi che già ospita il rinomato palazzo
Zedda di Salvatore Rattu. La posizione scelta, il taglio volumetrico, la
costruzione della quinta urbana sono i fatti positivi di questo
intervento, che sul piano del singolo manufatto e dei dettagli scivola
però in qualche formalismo.
Poco distante,
sulla via Bacaredda, il palazzo dell’Intendenza di Finanza (1953-55)
di Oddone Devoto, in continuità alla cortina edilizia delle case
popolari dei primi anni del secolo, è notevole come esempio dei
linguaggi e dello "stile" architettonico di quegli anni
(purtroppo un recente intervento di ristrutturazione ha alterato
completamente i tratti caratteristici della facciata, dove i vetri in
verde acido degli infissi restituivano un gradevole contrasto cromatico
con il rosa delle trachiti della muratura).
Meno
appariscenti ma, ciò non di meno, raffinate le presenze di Luigi
Valentino, autore fra l’altro di un palazzo un via Eleonora
d’Arborea e di quello che sarebbe dovuto essere, nel piano di
ricostruzione, la testata del tunnel passante il colle di Castello
(1949-1950).
Anche sul
fronte dell’edilizia abitativa Cagliari recita un ruolo importante, e
importanti sono i nomi dei protagonisti, da Sacripanti a Libera, da
Natoli ai Sottsass, da Mandolesi allo studio Valle di Roma.
Particolarmente significativa la presenza di Adalberto Libera, che nel
quartiere di via Pessina, aderendo alle tendenze della nuova
architettura, disegna un intervento che rompe con la tradizione
dell’allineamento sul fronte strada, dell’isolato a blocco, del
primato dell’impianto urbano che a Cagliari, nelle zone di espansione,
ricalca ancora gli schemi della città ottocentesca.
La sua città giardino, nelle maglie più larghe di uno standard
più generoso, si pone come momento innovativo rispetto alla coeva
edilizia economica e popolare, potendo interpretare la città in maniera
meno intensiva. La felice disposizione urbanistica, l’aspetto
esteriore sobrio, la curata distribuzione interna, sono i pregi
principali di una prassi progettuale, che fa proprie le ragioni del
funzionalismo." (F. Masala, in "Arte, architettura,
ambiente", n. 1, anno 2000).
Libera è noto
a Cagliari anche per il suo pregevole Padiglione della Cassa per il
Mezzogiorno (oggi conosciuto come sala Figari) alla Fiera
Campionaria. Una trave a profilo alare rovesciato, con un solo appoggio
a terra, ripetuta in serie con raddoppio speculare, a racchiudere uno
spazio interno che si smaterializza e si annulla con la grande asola
zenitale a cielo aperto. Tanto sono "domestiche" le case di
via Pessina, quanto è aristocratico e solitario questo oggetto: gesto
evocativo e monumentale dove l’architettura è chiamata nuovamente a
coprire un importante ruolo di rappresentanza. Oggi purtroppo, avendo
subito notevoli rimaneggiamenti dettati da necessità funzionali e
statiche (e in questa vicenda vediamo curiosamente all’opera Ubaldo
Badas), il Padiglione non è più visibile nelle sue linee essenziali.
(2 - continua)
Idee nuove in periferia
Ultima parte
del viaggio di Aldo Lino sull’architettura in Sardegna nel secondo
dopoguerra. Gli articoli fanno parte del volume "La città
ricostruita", pubblicato dalla Cuec su iniziativa della sezione
sarda dell’Istituto nazionale di urbanistica, e curato oltre che da
Lino, da Alessandra Casu e Antonello Sanna.
Ad Oristano ha occasione di affrontare un tema importante l’architetto
Vico Mossa, studioso riconosciuto dell’architettura domestica
tradizionale, con un edificio che gli consente di cimentarsi con
un’altra delle ambizioni di quegli anni, lo sviluppo in altezza. Su
una pertinenza della vecchia cinta muraria, a fianco della torre
giudicale di Mariano, dirimpetto alla grande Piazza Roma, sorge il
palazzo Sotico, testimonianza notevole di quella ansia di crescita e di
ricerca di un nuovo centro che, nel dopoguerra coinvolge anche Oristano.
Il palazzo è
la nuova muraglia urbana, con i "cariaggi" che non accolgono
più i carri della campagna carichi dei suoi prodotti, ma diventano i
portici del nuovo centro urbano pronti ad ospitare nuovi commerci e
nuovi scambi. Pur essendo frutto del clima liberistico dei regolamenti
edilizi di quegli anni, il palazzo So.Ti.Co rappresenta bene per
Oristano le istanze, le aspirazioni e le speranze per il futuro che la
comunità urbana restituiva nelle forme disegnate secondo la maniera dei
tempi.
A Bosa invece,
nella zona di ampliamento dei viali, lungo il Temo verso il borgo a mare
di Bosa Marina, ritroviamo Ubaldo Badas, con un edificio che si
differenzia abbastanza rispetto alla sua pur eclettica produzione: il
nuovo Seminario diocesano (1954). Occupando quasi l’intero isolato
insieme alle strutture sportive all’aperto, è costruito per addizione
di singole parti e diverse funzioni (gli ambienti di rappresentanza e di
servizio, le camere, le sale di studio e la biblioteca, il refettorio e
le cucine, la cappella interna), con affacci variamente articolati, che
denunciano chiaramente all’esterno la differenziazione e la
destinazione degli spazi interni.
Quasi un abaco
di elementi costruttivi, cui ad ognuno, singolarmente, viene data una
forma obbediente al gusto leggiadro, forme ottenute ripensando
quelle della tradizione locale (le mensole in ferro dei balconi, le
grate realizzate con strisce di ferro piatto intrecciate a losanga, le
finestre binate aggraziate da un leggero arco in sommità, l’impiego
di doghe in legno per ombreggiare).
Una sorta di regional
style si potrebbe considerare la risposta di Badas a quanto andava
realizzando, nella vicina Alghero, Antonio Simon Mossa, che cercava
un’identità regionale dell’architettura in canoni estetici spagnoli
e catalani. Uomo politico di frontiera e poliedrico intellettuale, Simon
Mossa ebbe numerose occasioni di praticare il mestiere di architetto
(suoi sono l’albergo Lepanto, il complesso residenziale Palau de
Valencia, l’albergo El Faro, il complesso di Porto Conte progettato
insieme a Marco Zanuso,.
E’ doveroso
ricordare anche l’opera dell’ingegner Marcellino, progettista e
costruttore di un edificio molto significativo: l’albergo Esit.
Realizzato negli stessi anni del Seminario di Badas, questo edificio è
il suo esatto contrario. Incurante della presenza della città,
l’albergo le volta le spalle e guarda solo il mare, che ha
all’orizzonte Capo Caccia a chiudere con suggestiva scenografia il
golfo. Alghero, prima fra le città in Sardegna a intravedere nelle sue
valenze paesistiche e ambientali opportunità di progresso economico,
comincia a realizzare strutture a destinazione turistica.
Numerosi
alberghi Esit sono stati realizzati in questo periodo dall’ente
regionale omonimo in diverse località dell’interno e della costa. Per
Alghero fu l’inizio di un processo di sviluppo più consistente che
altrove, quasi la scoperta di una vocazione della città e del suo
territorio: quest’albergo rappresenta bene il fenomeno anche sul piano
formale, obbedendo nel suo disegno a quell’international style
di cui gli alberghi americani della catena Hilton divengono i veicoli
nel mondo.
Dice Richard
Price nel suo pregevole Una geografia del turismo: paesaggio e
insediamenti umani sulle coste della Sardegna che il turista doveva
ritrovare nel posto della sua villeggiatura uno spazio familiare,
formato secondo canoni estetici propri della sua cultura, della sua
sensibilità e della patria di origine.
A Sassari troviamo all’opera Fernando Clemente che sembra seguire, in
Sardegna, le orme di quel Piero Bottoni che tanta parte ha avuto per lo
sviluppo dell’architettura a Milano. Oltre i suoi grattacieli,
oltre le sue università e ospedali, ci porta a questa convinzione la
sua attività nelle campagne e nelle periferie, che sono i veri teatri
del sociale in questi anni ricchi di speranze. Il quartiere di Latte
Dolce, progettato da Fernando Clemente, Enrico Mandolesi, Mario
Fiorentino e altri, è una palestra di formazione di questo gruppo di
giovani architetti e di sperimentazione dei nuovi linguaggi.
Linguaggi che
opere come le case in viale Etiopia a Roma di Mario Ridolfi avevano
prepotentemente imposto come argomento primo del dibattito disciplinare.
I reticoli strutturali in calcestruzzo a vista in accoppiata con i
tamponamenti in mattoni rossi, fanno della componente cromatica uno dei
tratti distintivi di queste architetture. Il segno non è ancora deciso
e certo, le campiture non hanno trovato ancora un giusto ritmo, siamo
però nella direzione della ricerca di una nuova regola.
Sempre a
Sassari è ancora Ubaldo Badas a salire in cattedra con il suo
Padiglione per l’Artigianato. Nel grande spazio dei Giardini, dove
sarebbe dovuta sorgere una grande piazza a fianco del centro storico
(emiciclo Garibaldi) a similitudine di episodi analoghi in altre grandi
città (vedi il caso di Napoli con la sua piazza Plebiscito), Badas, con
una certa preveggenza sulla difficile realizzabilità di quell’idea,
attua quel programma su una scala ridotta.
Il suo edificio è infatti quasi una piazza, una piazza coperta, come
denunciano chiaramente gli elementi architettonici più importanti: le
nobili pilastrate interne rivestite di marmo bianco venato e divisi in
due da un "bassofondo", che li percorre per tutta l’altezza
rendendoli immateriali, pilastri che inclinano la loro linea verticale a
una certa quota e sembrano non sostenere la copertura in liste di legno
accostate, che quasi galleggia nello spazio come elemento sospeso e con
una morbida linea.
L’esperienza
maturata a Sassari con la realizzazione del quartiere di Latte Dolce sarà
molto utile a Enrico Mandolesi per il progetto dell’intervento Incis
nel quartiere La Palma a Cagliari (1958-1961). Qui il disegno si
raffina, il ritmo diventa più sicuro, i materiali vengono impiegati con
maggiore padronanza e si introducono artifici meccanici che
rendono questo progetto estremamente interessante. Il corpo scale è
impostato su un quadrato ruotato di quarantacinque gradi rispetto al
filo dei fabbricati, riuscendo così da consentire una distribuzione di
un alloggio per piano, con lo sfalsamento in altezza dei corpi di
fabbrica.
I corpi scala
sono vere e proprie cerniere della composizione dell’impianto, la loro
rotazione consente di organizzare gli edifici in linea e le corti
interne senza soluzione di continuità. Il ritmo dei tamponamenti in
mattoni rossi sulla griglia strutturale, interrotto dalle finestrature
strette e sviluppate per tutta l’altezza del piano, è arricchito dai
vuoti delle logge, che scavano con molta misura i volumi consentendo una
gradevole compenetrazione di interno ed esterno.
Il taglio degli alloggi è medio-piccolo, tanto che oggi i residenti
stanno via via recuperando superfici utili proprio da queste logge.
Questo fatto dimostra come gli standard che erano ottimali cinquanta
anni fa si rivelano purtroppo insufficienti rispetto agli attuali
bisogni.
Alla fine di
questa ricognizione attraverso le esperienze del dopoguerra in Sardegna,
bisogna ricordare la vicenda, in qualche modo ancora oggi controversa,
della realizzazione del complesso della Società Elettrica Sarda nella
centralissima via Roma, su progetto dell’architetto Gigi Ghò.
Sul numero 74
della rivista Edilizia Moderna, dicembre 1961, leggiamo "A
Cagliari, nel cuore della città, sorge la nuova sede della Società
Elettrica Sarda. Progettato nel 1947, l’edificio è stato ultimato ed
inaugurato nel ’61 per celebrare il cinquantenario della fondazione
della Società, e lo si può aggiungere alle più grandi realizzazioni
della Ses. in Sardegna ed in Italia: la diga del Tirso, la più grande
in Europa del suo tempo, è sempre il valido simbolo della società nel
mondo.
L’edificio
sorge su un’area situata in uno dei punti più interessanti della città,
nella zona del porto, a livello del mare. Di fronte ha la via Roma, la
più nota ed animata di Cagliari; alle spalle il futuro centro
direzionale, il capo Sant’Elia, la chiesa ed i loggiati di Bonaria. A
fianco il porto, le darsene, il mare Tirreno, le navi in arrivo; sopra
le logge, i terrazzi, i bastioni e le zone panoramiche di Cagliari
alta".
Efficace la
descrizione per un edificio che doveva continuare la linea di
rinnovamento del centro urbano cominciata un secolo prima nel Largo
Carlo Felice, con il palazzo della Banca Commerciale Italiana di Luca
Beltrami, chiudendo a est la grande piazza che comincia con la testata
della stazione delle ferrovie. Chiudere lo spazio per definirlo con
forza, come ormai non poteva più fare il demolito palazzo della dogana,
a riaffermare comunque un’idea di città propria dell’Ottocento.
In forme però
completamente nuove e inusuali per la Cagliari di quegli anni, con la
maglia strutturale in vista e appoggiata a terra con semplici cerniere,
quasi un ideale traliccio delle linee elettriche realizzato in
calcestruzzo. Ritorna l’architettura fatta di linee e di nervature in
vista, come già negli spazi interni del San Domenico, e come Figini e
Pollini avevano magistralmente sperimentato nelle case in via Broletto a
Milano.
Il palazzo della Società Elettrica Sarda idealmente conclude con
positiva ambizione il percorso faticosamente iniziato
dall’architettura in Sardegna con la ricostruzione. Percorso che,
comunemente e correntemente, viene ancora oggi giudicato in maniera
negativa. Ma come abbiamo visto, fra le campagne aggredite dalla città
che cresce con assordante gracidar di rane, si è sentito molto spesso
il canto dell’usignolo.
(3 - fine)
Aldo Lino |
|
Un
articolo dall'Unione Sarda del 19 aprile 2002
Parla
il curatore della mostra Carlo Fabrizio Carli
Un'architettura
a misura di campo
Carlo
Fabrizio Carli è il curatore della mostra romana assieme a
Renato Besana, Leonardo Devoti, Luigi Prisco e - per la parte sarda -
Giorgio Pellegrini. L’esposizione è promossa dalla Regione Lazio e
sponsorizzata dal Touring Club. Che in qualche caso ha ovviato alle
diffidenze di alcune città sarde («non Arborea, ma le altre», dice
Pellegrini) stupidamente diffidenti nel mettere a disposizione il loro
patrimonio fotografico, affinché la mostra romana potesse essere più
completa.
«Per troppi anni - dice Carli - il discorso sul patrimonio
architettonico del fascismo è stato rimosso. Una damnatio memoriae alla
quale è seguita un’ovvia riscoperta. Anche perché quel che
l’architettura produceva in Italia all’inizio nei primi decenni del
Novecento era di assoluto interesse internazionale.
Non a caso Terragni è studiato dai maggiori esperti come una dlele
punte massime della qualità architettonica del Novecento. Non tutte le
città di fondazione restituiscono lo stesso fascino ma Sabaudia, subito
dopo Brasilia è la città più studiata dagli esperti del Novecento».
«E in Sardegna, Mussolinia Arborea è un caso palpitante di questa
realtà. Un architetto come Giovan Battista Ceas è un personaggio
ancora poco noto in Italia. Ma geniale, straordinario, a lui si debbono
alcune realizzazioni come la casa del fascio di Arborea, edifici di
impianto circolare che paradossalmente non trovano posto nei manuali
d’architettura».
Qual era l’idea base delle città di fondazione?
«Le città nuove create dal fascismo non hanno senso se non si tien
conto che servivano a bonificare enormi porzioni del territorio
italiano. Il fascismo liberò dalle paludi circa tre milioni di ettari.
Un intervento colossale che fece nascere ex novo settantaquattro città».
«Un’insieme di palazzine e verde pubblico costruite su spazi
strappati a pianure malariche. Anche per questo infastidisce che si
diano false valutazioni di quel che è stato fatto. In Italia e
all’estero (nelle colonie d’oltremare) sorsero città e villaggi
omogei, che avevano uniformità di altezze nelle costruzioni, palazzine
incastonate nel verde, città armoniche che subito dopo la guerra
vennero accrechiate, in qualche caso sommerse dalla speculazione
edilizia. Interventi furi scala a Latina e Carbonia, nessun piano
regolatore, ogni standard violato.
In quali anni?
«Anni Sessantaa. E nel caso di Latina vennero addirittura approvati
piani regolatori che permisero la distruzione delle testimonaianze
architettoniche di fondazione. Poi la città si pentì ma è servito a
poco».
Coincise con il fatto che dopo il fascismo smisero d’esser
banditi concorsi d’architettura?
«Indubbiamente. Al di là dei significati politici che uno vuol dargli,
le città di fondazione vennero realizzate con una grande qualità
edilizia».
Quale fu la migliore tra le nuove città del regime?
«Mah, molti centri vennero letteralmente devastati dopo la guerra e
ormai si può ragionare sulla qualità storica più che sull’attualità.
Sabaudia e Arborea sono senza altro tra gli esempi più interessanti. A
Carbonia invece accadde di tutto, anche perché la storia della città
era legata al clima autarchico e allo sfruttamento di bacini minerari
che poi si rivelarono pocoproduttivi. Ma intanto la citgtà prima della
guerra aveva ormai cinquantamila abitanti».
E nelle citrtà d’oltremare?
«Anche lì le esperienze di ricerca architettonica ci sono. Rilevanti e
misconosciute. Parlare di città d’oltremare significava Rodi dove
venne restaurato l’insediamento medioevale e dove vennero inventate
strutture alberghiere. Nel Dodecanneso c’è una città Porto Lago, che
era di supporto alle basi militari italiane dove vennero l’architetto
Ceas lavorò molto».
«C’è poi il discorso libico e nordafricano. Soprattutto sotto il
governatorato di italo Balbo, sorsero decine di villaggi metafisici,
alcun dei quali costruiti per la popolazione araba con tanto di moschea,
minareto, mercato. Altri vennero costruiti per i coloni italiani che a
decine di migliaia andarono a trovare i loro posto al sole. Non lo
trovarono ma in quei paesi ci hanno spesdso lasciato la pelle e
l’anima».
Cosa resta oggi?
«In Italia la speculazione edilizia ha compiuto veri e rpopri
saccheggi. Nelle città d’oltremare i danni vennero fatti dal
disinteresse e dall’incuria. Anche perché le città di fondazione
d’oltremare erano un reperto coloniale non amato. Foprse oggi
s’incomincia a rivalutare quel periodo. in Eritrea esistono già
rapporti di collaborazione con l’Italia e in Etiopia (per quanto il
governo italiano sia stato brevissimo, dal 1936 al 1940) si rivalutano i
piani regolatori davvero ben fatti come quello di Addis Abeba e Gondhar».
Mc. M. |
|
STORIE
DI LIMES - Carbonia Hag (Viaggio per le città del Duce - 3)
di Antonio PENNACCHI
A
Carbonia fanno un caffè hag che è la fine del mondo. Un caffè hag non
nel senso di marca, ma di decaffeinato. La marca deve essere sicuramente
una marca locale. Una marca sardegnola. In lingua italiana, a dire il
vero, sardegnolo è solo l'asino. Tutto il resto è sardo. Ma
nell'italiano che si parla intorno a Roma - l'italiano regionale del
Lazio, a cui attiene anche Latina, la capitale delle città del Duce -
è tutto sardegnolo. Senza distinzioni di sorta. Ma questa, come si vedrà,
non è l'unica questione semantica.
Dice:
“Vabbe'. Ma che sei andato fino a Carbonia solo per prendere un
caffè?”. No. Che c'entra. Tutt'altro. Ma visto che stavo lì qualche
caffè l'ho bevuto. E questa cosa l'ho notata. E non mi pare una cosa di
secondaria importanza. Anzi. Mi sembra abbastanza rilevante. Non credo
di essere l'unico nelle mie condizioni. E comunque, per quanto mi
riguarda, io mi sono stufato di avere discussioni tutte le volte che
entro in un bar. Chiedo un caffè hag - sempre inteso come decaffeinato:
per la marca mi dessero pure quella che gli pare - e aggiungo
inequivocabilmente: “Stretto. Molto stretto. Poche gocce”, perché
poi lo so che mi fanno regolarmente dei brodi vegetali. E quelli, tutte
le volte, mi guardano sempre strano, con sufficienza, come se fossi un
minorato: “Scusi, ma perché non si prende un caffè normale?”, mi
consigliano. “E se potevo prendermi il caffè buono venivo qua a
chiedere un caffè hag?”, mi tocca di rispondergli ogni volta. Con la
pressione che mi si alza come se avessi preso un bidone di caffè vero.
Secondo loro, uno si prende il caffè hag perché non gli piace il gusto
del caffè, mica perché gli fa male la caffeina. Così te lo fanno pure
lungo. Dopo che glielo hai detto chiaro chiaro. E pensano d'avere fatto
bene. E hanno pure un atteggiamento infastidito: “Ma guarda tu chi mi
doveva capitare oggi”. Sti bastardi. Perché il caffè hag - sempre in
senso generale e per sineddoche, naturalmente: ci mancherebbe pure che
mi querelasse l'Hag - tutti sanno che fa schifo. Acqua calda. In tutta
Italia. Del caffè non ha più manco il colore. Solo il nome. Non ti
dico l'orzo: roba da suicidio. E tu ti metti pure a farlo lungo? Ma
allora lo fai apposta.
A
Carbonia no. Al Caffè Impero, specialmente. Fanno un caffè hag che è
la fine del mondo. Meglio di quello vero. E ne puoi prendere quanti te
ne pare. Bello ristretto, cremoso. Pieno di sapore. Che t'accendi subito
la sigaretta. Una appresso all'altra. Alla faccia del cardiologo. Che è
peggio d'un barista.
Mi
pareva una scoperta da dover socializzare.
A
Carbonia c'è una torre. O meglio, non sarebbe proprio una torre, ma
tutti la chiamano così: “Torre littoria”. E in effetti si chiama
così fin dall'inizio, da quando la costruirono, nel 1938. Oramai era
diventata un'abitudine. Non solo quella di fare le torri, ma proprio
quella di fare le città. S'alzavano la mattina e ne fondavano una.
Prima, all'inizio - ma all'inizio l'inizio, quello del fascismo - non ne
volevano proprio sentir parlare: il Duce era per la ruralizzazione, e il
primo nemico da abbattere era l'urbanesimo. Era quella la fonte d'ogni
male: la gente lasciava le campagne, dove aveva lavorato in pace e per
benino - ognuno per suo conto, senza dar fastidio a nessuno - e veniva
in città, a fare gli scioperati. O i disoccupati. E a ubriacarsi pure
nelle osterie. E, mezzi ubriachi, a parlare anche di politica. “Altro
che urbanesimo”, aveva detto Mussolini, “tutti in campagna!” e
fece pure chiudere le osterie. Venticinquemila mila, in tutta Italia:
“... a rompere i coglioni”, pare che abbia detto mentre firmava lo
storico decreto. Che lavoro si siano poi messi a fare gli osti, rimane
tuttora un mistero. E in quelle poche che restarono aperte fece
attaccare un cartello con tanto di marca da bollo: “Qui non si
parla di politica”. È storia, mica
chiacchiere. Lo dice pure De Felice.
E
intanto, con la fissa della ruralizzazione, sono andati avanti per una
decina d'anni. “Tutti in campagna”, continuavano a ripetersi: “Questa
è la vera mistica fascista”. E la gente, in campagna, ce la tenevano
con la forza. Dovevano costruire - diceva la mistica - l'uomo nuovo,
mica scherzi. E lo dovevano fare con le buone e le cattive. Per
spostarsi ci voleva l'autorizzazione, una specie di passaporto. Da
città a campagna. E viceversa. Proprio come in Siberia. O Pol Pot. E i
khmer rossi. Poi uno dice che non ci capisce più niente. E dov'è che
comincia una cosa e che ne finisce un'altra. Hai voglia a leggere Destra
e sinistra di Norberto Bobbio. Secondo me, non
ci ha capito niente neanche lui. Mi spiegasse - se è capace - chi sta
più a sinistra, adesso. Se Gianfranco Fini o Massimo D'Alema. Non
parliamo di Giuseppe Rauti, detto Pino. Come per il Kosovo. E chi
svolge, per davvero, un ruolo oggettivamente progressista,
antimperialista e rivoluzionario. Almeno secondo la “teoria dei
quattro mondi” del compianto Hua Quofeng. Ma mi sa che con le storie
di Carbonia tutto questo non “ciazzecchi molto”, come dice un altro
che tra la destra e la sinistra fa qualche confusione. Più di me.
Fatto
sta che di città non ne volevano sapere. Poi si ritrovarono Littoria,
all'improvviso: fu una pensata autonoma del conte Valentino Orsolini
Cencelli, che comandava da proconsole l'Opera combattenti e la bonifica
delle Paludi Pontine. Il conte Cencelli si credeva d'avere fatto chissà
che cosa, e per il 30 giugno 1932 - quando doveva mettere la prima
pietra - invitò alla cerimonia il Duce. Quello, invece, si incazzò
come una bestia. Per poco non gli mette le mani addosso. E c'è proprio
un suo documento autografo (Acs, Segr. part. duce, Autografi del
duce, 7.X.D. - 29 giugno 1932) che proibisce a
tutti i giornali di darne la minima notizia: “Tutta quella
rettorica a proposito di Littoria, semplice comune e niente affatto
città, est in assoluto contrasto colla politica antiurbanistica del
Regime Stop Anche la cerimonia della posa della prima pietra est un
reliquato di altri tempi Stop Non tornare più sull'argomento -
Mussolini”.
Cencelli,
però, oramai era andato troppo avanti, con le imprese e con gli
appalti; si mise la coda tra le gambe e tirò dritto per la sua strada:
“Male che va, mi manderanno al confino”. E fece Littoria. E, mentre
la faceva, lo venne a sapere la stampa estera. E la notizia rimbalzò
per tutto il mondo: “Questi fanno le città!”, dicevano ammirati. E
cominciarono a venire - a miracol guardare - dall'America. E soprattutto
dalla Russia. Per davvero. Ministri sovietici. E presidenti dei kolchoz.
In fila per uno. Per vedere come si faceva. (Destra o sinistra? Boh.) E
allora il Duce ci prese gusto. E si prese tutto il merito. Il 18
dicembre 1932 - sei mesi dopo - ci venne lui a inaugurare Littoria. E
dopo ne fece fondare altre. A tutta gallara. Una appresso all'altra.
Altro che “cerimonie e reliquati d'altri tempi”. Dalla mattina alla
sera non faceva che mettere prime pietre. A Aprilia, addirittura, si
mise sul trattore a tracciare il solco sacro, come facevano gli àuguri
etruschi, e come aveva fatto Romolo, il giorno che per scherzo, prima di
scannare per davvero suo fratello, s'era messo a sfotterlo: “Mo' ti
faccio vedere che fondo Roma”. E quello gli aveva risposto. E una
parola tira l'altra. Proprio come al derby (pare che Remo fosse pure
laziale). E quando s'è ritrovato - Romolo - con la coratella in mano,
non s'è più potuto tirare indietro. Che figura ci faceva con gli
ultras? E ha fatto Roma.
Alla
fine ne hanno fatte 21 - i fascisti, non gli ultras; e città, non
coratelle - tra grandi e piccole. In tutta Italia. Senza contare i
villaggi coloniali in Libia. In tutta Italia, dall'Alpi alle piramidi,
dal Manzanarre al Reno: Istria, Friuli, Sardegna, Agro Pontino, Puglia.
In soli 10 anni. Dal '32 al '43. E meno male che hanno perso la guerra.
E hanno dovuto smettere. Se no non lasciavano più un metro di campagna
nemmeno in Valpadana. Pure sopra le Dolomiti.
All'inizio,
come detto, erano partiti alla chetichella, coi disegnini dei geometri
dell'Opera combattenti (non parliamo di Mussolinia, ora Arborea, che ci
si erano messi gli elettrotecnici). Poi man mano hanno dato spazio agli
architetti, e a tutta la grancassa. E ognuno andava a guardare quello
che aveva fatto quell'altro. E trovava, naturalmente, da ridire: “Madonna
che schifo”. Ma copiava quello che c'era da copiare. E così, passin
passino, tra uno “schifo” e l'altro, alla fine è venuto fuori uno
stile, con la sua bella regula. E se tu
vai, appunto, dall'Alpi alle piramidi dal Manzanarre al Reno, le
riconosci tutte quante, appena annusi l'aria: “So' le città del Duce”.
E mica solo per gli eucalyptus. Ma proprio per lo stile, per la
regula. Come quella della “Torre
littoria”.
Ha
cominciato Frezzotti - a Littoria, appunto - con la torre del Comune.
Poi Sabaudia, Pontinia, e così via, con queste torri più alte del
campanile della chiesa. L'idea, evidentemente, era quella di
ricollegarsi all'età dei Comuni medievali: la torre municipale come
segno del potere comunitario e laico, primo fra tutti gli altri, pure
quello religioso. Il segno dello Stato. Stato etico, peraltro. Difatti,
sotto a quella di Littoria ci appesero anche una lapide, con le parole
che il Duce aveva detto il giorno dell'inaugurazione (l'iscrizione sulla
lapide fu cancellata a mazzetta e scalpello, a damnatio memoriae,
nel 1946, ma il mitico Finestra adesso l'ha fatta rifare e riappendere, monumentum
perenne, e i verdi - come detto in altro numero
- lo hanno denunciato per apologia di fascismo e ci hanno lanciato
contro della vernice nera, senza però riuscire a prenderla): “I
contadini ed i rurali / debbono guardare / a questa torre che domina la
pianura / e che è un simbolo della potenza fascista / Convergendo verso
di essa / troveranno quando occorra / aiuto e giustizia / Mussolini”.
Vedi un po' se non la facevano pure dalle altre parti. E così l'hanno
fatta anche a Carbonia.
Carbonia,
però, è del 1938. Littoria del '32. Sei anni. Che sono sei anni?
Niente. Un battito d'ali, nel flusso del tempo. Ma quasi un terzo sano
dell'intera Era Fascista. Hai detto niente. In sei anni - in quei sei
anni - è successo di tutto. Non solo nell'architettura e urbanistica
razionalista, ma nell'intero fascismo: in quel periodo è racchiusa, in
nuce, l'intera e specifica esperienza. Ne è il
fulcro: c'è l'epigenesi e la teleologia. Tutto quello che è avvenuto
prima, e tutto quello che avverrà dopo non ha, in termini strutturali,
molta importanza: tutto s'è giocato là. Lì s'è raggiunto l'acme e s'è
fatto il giro di boa. Dalla carta del lavoro, l'Inps e le bonifiche si
è passati all'autarchia, alla conquista dell'impero, alla politica di
potenza. Dagli anni del consenso alle leggi razziali. E dalla torre di
Littoria a quella di Carbonia.
A
Carbonia difatti, come detto, c'è una torre. O, almeno, tutti la
chiamano così. È un affare in trachite, una pietra di quelle parti che
loro dicono che è rosa. A me sembra grigia, ma io sono daltonico e non
faccio testo. È un affare, comunque, imponente. Che si vede da lontano.
Suddivisa in cinque piani, è alta quasi 28 metri (27,50 per la
precisione), e alcune fonti dicono che è a base quadrata, con lati di
12 metri e mezzo, quasi metà dell'altezza. L'ingegner Paolo Costa
invece, con la pianta sotto il naso e misurando con la squadra, sostiene
che è a base rettangolare: 11 metri per 15 (la prossima volta mi porto
la fettuccia. E finisce la questione). Sia in un caso che nell'altro,
comunque, resta che questa cavolo di base è intorno ai 150 metri
quadri, metro più metro meno. Base troppo larga, per un corpo di soli 4
mila metri cubi ed alto meno di 28 metri. In termini armonici, come “torre”
è nana. Mozza. Tagliata a metà. Avrebbe dovuto essere alta almeno il
doppio. Altrimenti è come la differenza che c'è tra un leone e la
gatta di mia figlia, che dice: “Sempre felini sono”. Sì, vabbe'.
Una torre, per essere tale, deve protendersi notevolmente in altezza -
almeno secondo il vocabolario e tutti i testi di storia
dell'architettura - avendo anche, possibilmente, il carattere della “snellezza”:
sottigliezza proporzionata di forme. L'altezza, in parole povere, deve
avere una nettissima prevalenza su tutto il resto delle dimens | |